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La “Piccola Pantalica Catanese”: Le Grotte di Primosole – Terza parte

In fase esplorativa abbiamo identificato tra le Grotte di Primosole un ambiente interamente scavato nella roccia, anticamente articolato in più ambienti, con nicchie (una, magnifica, arcuata) e un pozzo di tipo saraceno (a campana) che permette un orientamento cronologico: si tratta quasi certamente di un ambiente di pertinenza della Mensa Arcivescovile Catanese, relativa ai primissimi anni del XII secolo.


La struttura conserva due camere principali, una molto profonda il cui aspetto rammenta il celebre heroon di Monte San Basilio, mentre l’altra conserva tracce di una trabeazione scolpita nella roccia, segno evidente di una facciata monumentale, logorata dagli agenti esterni. Ipoteticamente, potrebbe essere stato un santuario rurale greco occupato e riadattato nel Medioevo per ricavarne un ambiente monastico autosufficiente grazie alla presenza del pozzo, un tempo chiuso da una copertura (forse lignea) andata perduta, il quale quasi certamente captava una sorgente che filtrava tra le rocce calcaree e gli strati argillosi.

Al XII secolo possiamo comodamente rimandare la titolazione di Grotte di San Giorgio alle nostre cavità, titolo esteso poi all’intera contrada e alla masseria che dalla contrada prende il nome, in quanto il simbolo della diocesi catanese fu, per l’epoca normanna, il santo cavaliere, protettore dei Normanni nella Battaglia di Cerami. Tale definizione è ancora esistente e non mancano sulla collina i riferimenti ancora oggi alla Contrada Grotte San Giorgio. Data la presenza di una nicchia arcuata, forse ad uso di altarino, potremmo indicare nella struttura rupestre la Grotta di San Giorgio propriamente detta, dove non è impensabile avvenisse il culto del santo.
Curioso però come uno scrittore attento come il Verga non abbia fatto riferimento alle grotte nei racconti citati, forse la via che conduceva alle cavità risultava abbastanza impervia per chi non risedeva in zona, al punto che chi non fosse del luogo potesse ignorarne l’esistenza. Lo scrittore si limita a citare le “collinette nude di Valsavoja”, sul lato destro per chi passava il fiume (il Simeto, quasi certamente).
Appare singolare anche il silenzio dell’Orsi, anche se ciò potrebbe essere dovuto alla perdita di parte dei suoi taccuini, come sarebbe avvenuto per la monografia di Sciuto-Patti senza l’amorevole interesse di Condorelli.
Per evitare l’allagamento della Piana con le acque meteoriche provenienti dalla collina – cui si aggiungevano le copiose sorgenti – si provvide allo sbancamento di parte delle rocce e alla creazione di un canale di gronda che mitigasse gli effetti della pioggia. In questa occasione, stando ai racconti di gente del posto, si persero alcune delle cavità. Nel 1964 il feudo dei baroni di Villermosa e di Castel d’Oxena veniva spezzato in più lotti, praticamente svenduti, per fini agricoli in parte, ma soprattutto per fini industriali. In tale occasione si realizzò un imponente cementificio che ha distrutto buona parte della collina, con tutto ciò che essa conteneva: cavità artificiali e probabilmente anche naturali, forse persino piccole grotte carsiche di cui sono presenti alcuni indizi e i presunti resti di un villaggio ipotizzato sull’apice del colle. Successivamente si realizzò la cava di pietre sul lato opposto della collina e in anni a noi vicini è stata innalzata la celebre isola ecologica, che ha portato la zona agli onori della cronaca per vicende affatto legate all’archeologia.
Delle Grotte di Primosole, in definitiva, rimane l’intitolazione di una strada comunale (divenuta non si sa né come, né quando e nemmeno perché strada privata) e alcune cavità sparse che pur ridotte in numero non si possono non riconoscere nella loro importanza archeologica, naturalistica, paesaggistica, storica, in parte letteraria. Anzi.

Dimenticarle può solo accelerare il processo di erosione sgretolandole come sabbia al vento.

Nota- per meglio agevolare la lettura abbiamo diviso l’articolo originario in tre parti.
Vedi anche:
Prima parte
Seconda parte

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