"Anche le città hanno una voce" – Segnalazioni, bellezze, architettura, storia e altre curiosità urbane.

La Marina di Catania nei racconti di Giovanni Verga

Tra i progetti in corso che riguardano la viabilità di Catania, uno dei più seguiti è quello del raddoppio e dell’interramento del passante ferroviario urbano, destinato – sembra – a cambiare il volto della città. Una parte della scogliera verrebbe restituita ai catanesi e il lungo viadotto progettato dall’ingegnere Petit diventerebbe una greenwayhighline su modello newyorkese, con piante e piste ciclabili e pedonali. Perlomeno, nella variante suggerita dal Comune su proposta dell’architetto Antonio Pavone per salvare quella parte di centro storico che circonda il Castello Ursino, minacciata dal progetto originario, si propone la creazione di un Passiaturi alla Marina.

In realtà, si tratterebbe di un vero e proprio ritorno di una passeggiata affacciante sul mare. Già, perché la creazione degli Archi durante gli anni ’60 del XIX secolo fece sì che la passeggiata si spostasse dove adesso è la Stazione Centrale, la passeggiata dove buona parte dei catanesi hanno imparato a muovere i primi passi, almeno fino agli anni ’80, prima che il traffico automobilistico aumentasse pericolosamente rendendo il lastricato un relitto della Catania che fu.
La Passeggiata alla Marina subì poi il colpo di grazia con il fascismo: nel 1930 il governo decise – “senza se e senza ma” – di coprire tutto con una più pratica colata di cemento e allontanare definitivamente il mare dalla città.
Prima del Molo Crispi e del viadotto ferroviario, qui era uno dei luoghi d’incontro più frequentati della città, la cui minuziosa descrizione appare tra le novelle di Giovanni Verga, prolifico autore che ebbe modo di conoscere il progressivo cambiamento dell’aspetto e dello spirito della città dalla metà dell’Ottocento fino agli albori del nuovo secolo. Una delle novelle più interessanti è per esempio Una peccatrice, romanzo del 1886, dove appare tratteggiata a tinte forti una Marina splendida, elegante, ammaliante e sensuale, ma anche sordida, sanguigna, violenta e popolare.

Vestito che fu Pietro i due amici andarono alla Marina.
I viali erano affollatissimi; la musica eseguiva le più appassionate melodie di Bellini e di Verdi; un bel lume di luna si mischiava alle vivide fiammelle dei lampioncini, sospesi in festoni agli alberi, che illuminavano i viali. Era una di quelle sere incantate che si passano su queste spiaggie del Mediterraneo, in cui lo specchio terso ed immenso del mare, che riflette tremolante il raggio dolce e pacato della luna, sembra servire di cornice al quadro allegro, vivace, animato, che formicola colle sue mille seduzioni sotto gli alberi.
Pietro si sentì come allargare il cuore e fu grato all’amico di quella piacevole sensazione; essi passeggiavano per uno dei viali più appartati.

Raimondo, amico del protagonista Pietro, lo porta a passeggio per la Passeggiata alla Marina, una serie di viali e alberi originata da quella Strada Lanaria realizzata – per prima in Europa – nel 1621, affinché egli possa togliersi dalla mente l’ammaliante Narcisa Valderi, contessa di Prato. Ma il ragazzo non riesce a farne a meno e dopo un periodo che oggi potremmo definire di stalking, lo troviamo smarrirsi sempre più inesorabilmente.

Gli parve di respirare più liberamente quando l’aria aperta lo percosse sul volto, rinfrescando il calore delle sue membra ardenti di febbre: quella dolce sensazione gli parve fargli bene. Per la strada Vittoria scese alla Marina. A misura che l’influenza di quella bella sera s’insinuava nel suo organismo, egli sentiva però crescere e giganteggiare un fantasma che voleva scacciare con tutte le forze dell’essere suo… che l’atterriva.
Sotto il Seminario, vicino Porta Marina, in una bottega, udì i suoni di alcuni strumenti da fiato e da corda che eseguivano una polka, e i passi saltellanti e vigorosi di coloro che ballavano.
«Costoro si divertono»; diss’egli, «chi sa se anch’io vi potrei almeno dimenticare!…»

Con Porta Marina, in una stampa del primo Seicento, viene indicata la Porta De Vega, dov’era il Molo Saraceno, demolita intorno agli anni 1840 e principale via d’accesso al quartiere della Civita. Tuttavia il Seminario è situato presso la Porta dei Canali, è dunque possibile che Verga intendesse quest’ultima, sita alla Pescheria. Più oltre, dopo una bottiglia di marsala, ritroviamo Pietro ubriaco tornare alla locanda della Marina:

«Ora andiamo al ballo!», mormorò con triste sarcasmo; «forse anch’ella, a quest’ora, è alla sua festa!…» E scacciando un’ultima volta quest’immagine che, anche fra i fumi del vino, anche nel momento che si stordiva per non vederla e che la fuggiva nello stravizzo, trovava modo d’inchiodarglisi ferocemente nel cervello, egli corse alla Marina; esitò ancora un istante prima di mettere il piede su quella soglia, e finalmente entrò nella bottega che precedeva lo stanzone ove si ballava. Fingendo di dover comprare sigari, domandò a colui che stava al banco se l’entrata al ballo era libera per tutti, pagando; colui lo squadrò dal capo alle piante, come sorpreso che un giovane il quale indossava abiti piuttosto eleganti venisse a cercare una tal festa; poi, alzando le spalle con ruvida indifferenza, gli rispose con un cenno del capo affermativo. Brusio, pagati alla porta i pochi centesimi che davano diritto all’entrata, passò nella sala da ballo. Era, come abbiamo accennato, una stanza assai grande, illuminata da lampade ad olio, con alcune panche disposte in giro alle pareti, su di una delle quali sedevano un contrabbasso, un violino ed un flauto che facevano saltare col movimento della polka una ventina di ballerini e ballerine.

Una sala da ballo sotto al Seminario potrebbe essere stata la camera interna di quella taverna della Pescheria, ritrovo per marinai e per gente dei bassi ceti nei tempi narrati. Questa esiste ancora e per la fama relativa allo scarso igiene della proprietaria era nota tempo addietro col nome popolare di ‘Ncrasciata, la sporca.
Un altro brano, Un processo, contenuto nella raccolta del 1887 Vagabondaggio, cita apertamente la Marina e alcuni fatti che qui si svolsero. Questo racconto ruota intorno all’accusa di omicidio per il Malannata, in cui lo scrittore inserisce la deposizione della Malerba, motivo del duello amoroso in cui perse la vita Rosario Testa, già sposato e con figli, ma libertino e particolarmente attratto dalla donna, per sua ammissione “di mondo”. I due protagonisti, anonimi tra queste righe, in un’altra novella contenuta nella stessa raccolta (ne Il segno d’amore) hanno i nomi di donna Concettina e Giuseppe Resca.

– Come vi chiamate?
– La Malerba -.
E siccome l’uditorio, nell’attesa tragica, s’era messo a ridere, quasi per ripigliar fiato, ella soggiunse:
– Anche lui, gli dicevano Malannata-. E indicò l’imputato nel banco.
– Di chi siete figlia?
– Di nessuno.
– Quanti anni avete?
– Non lo so.
– Che professione fate? -.
Essa parve cercare la parola.
– Donna di mondo, – disse infine.
Scoppiò un’altra risata nell’uditorio. Il presidente impose silenzio scampanellando.
– Sì, donna di mondo, – ribatté lei per spiegarsi meglio. – Ora con questo, e ora con quell’altro.
– Basta, abbiamo capito, – interruppe il presidente.
– Conoscete da molto tempo l’imputato?
– Sissignore. Questo qui me l’ha fatto lui, tre anni sono -.
E indicò fieramente uno sfregio che le segnava la guancia, dall’orecchio sinistro al labbro superiore.
– E non ve ne querelaste?
– No. Era segno che mi voleva bene.
– Foste presente all’uccisione di Rosario Testa?
– Sissignore. Fu alla Marina: il giorno di tutti i Santi.
– E ne sapete il motivo?
– Il motivo fu che Malannata era geloso…
– Geloso di Testa?
– Sissignore.
– E a ragione?
– Sissignore -.
Allora la vedova si celò il viso fra le mani.
– Com’è possibile che Rosario Testa, giovane, marito di una bella donna, gli desse ragione d’essere geloso… per voi?
– Com’è vero Dio, questa è la verità, – rispose la Malerba.
– Va bene, continuate.
– Avevo conosciuto quel poveretto… il morto, prima di quest’altro cristiano, molto tempo prima, prima ancora che si maritasse. Allora mi chiamavano la Mora dei Canali, Rosario Testa faceva il fruttaiuolo, lì alla Peschiera. Era un libertino, buon’anima. Le lavandaie dei Canali, le serve che venivano a far la spesa, con quella sua galanteria di far regali, se le pigliava tutte. Ma per me specialmente ci aveva il debole, ché una volta alla festa dell’Ognina gli ruppero la testa per via di un marinaio ubriaco che mi voleva. Poi seppi che si maritava e mutava vita. Andò a stare a San Placido col suo banchetto. Né visto né salutato. Io mi misi con Malannata, sì, ch’erano i giorni del colèra.
Buon uomo anche lui, buono come il pane, e se lo levava di bocca, quel poco che guadagnava, per darlo a me. Ma geloso come il Gran Turco: «Dove sei stata? Cosa hai fatto?» E poi si picchiava la testa con un sasso, pentito delle botte che mi dava. Quell’annata del colèra, che tutti scappavano via e si moriva di fame davvero, egli voleva anche mettersi a beccamorto, per non farmi fare la mala vita, col castigo di Dio che si aveva addosso. Si lasciava morire di fame piuttosto che mangiare del mio guadagno. Sì, glielo dico in faccia, ora che l’avete a condannare, perché questa è la verità dinanzi a Dio. Mi diceva, poveretto: «No, non me ne importa. È che penso al come lo guadagni, questo pane, e non posso mandarlo giù». Ma io che potevo farci? Poi lui lo sapeva che cosa io ero. «Non importa», tornava a dire: «almeno non ci voglio pensare». Ma aveva i suoi capricci anche lui, come una donna, e certuni non me li voleva attorno. Allora diventava come un pazzo; si strappava i capelli e si rosicava le mani, perché non era più giovane. Quando mi vedeva insieme al doganiere del molo, che era un bell’uomo, colla montura lucida, mi diceva: «Vedi questo quattrino arrotato, che io tengo in tasca apposta? con questo ti taglierò la faccia, e dopo m’ammazzo io». E lo fece davvero. Io gli dissi: «Che serve? Ora che m’avete sfregiata nessuno mi vorrà, e non sarete più geloso» -.
S’interruppe, con un orribile sorriso di trionfo, guardando sfrontatamente in giro il presidente, i giurati, i carabinieri, cinghiati di bianco, incrociando sul petto il vecchio scialle, con un gesto vago.

In questo brano si respira quel clima di passaggio e di incertezza che caratterizzava la società instabile di Catania in quei primi anni del Regno d’Italia. Da un lato la giustizia dell’ordine costituito, con un presidente nervoso, un avvocato rampante e dalla dotta parlantina ammaliatrice, i giurati dal linguaggio incomprensibile e nelle loro toghe nere come un processo di becchini capaci di decidere della vita e della morte delle persone per proprio capriccio, silenziosi “carabinieri cinghiati di bianco” il cui ruolo sembra essere tanto marginale da denunciarne quasi l’inutilità. Da un altro lato la giustizia divina, il fato, che riserva agli uomini con un capriccio ben più insindacabile il castigo assegnato, una giustizia a cui l’umanità si rassegna. Infine, la giustizia sanguigna, popolare, le leggi non scritte che da sempre regolano gli equilibri sociali. Il fatto di onore si risolve nella violenza: nel duello, nelle botte, nello sfregio alla guancia della teste. Un processo rimane il maggiore brano capace di mettere a nudo e confrontare questi tre modi di intendere la giustizia nella prosa di Verga.
Emerge uno dei personaggi femminili verghiani in tutta la sua prorompente personalità: fiera, combattiva, capace di ammutolire una intera platea con la sua pungente parlantina. Una donna del popolo con le radici ben piantate nel suo quartiere. E il quartiere è la Marina, che partecipa quasi come un ulteriore protagonista, silente e osservatore.
Ed è alla Marina che avviene l’omicidio, tra le righe, avvenuto in duello. I duelli della Marina si svolgevano sotto l’avvulu rossu (albero grosso), un grande platano ancora esistente, situato ad angolo con il bastione dell’Arcivescovato, chiamato un tempo Muro di Sant’Agata, presso la cala che fu il Porto Saraceno.
La “Mora dei Canali” è il nome con cui era nota la donna ai tempi in cui frequentava la vittima. I Canali cui si riferisce era la zona compresa tra le piazze Alonzo di Benedetto e Currò, lungo la via di Pardo. In questa zona si inaugurava nel 1621 la monumentale Fontana dei 36 Canali, demolita a seguito dell’eruzione del 1669, la quale colata lavica, giunta quasi a ridosso, la rese una pericolosa via di accesso per entrare in città dal mare. Da questa opera idraulica prendeva il nome l’odierna Porta di Carlo V, ancora ai tempi dello scrittore verista chiamata dei Canali, appunto. La fontana si apriva su quel tratto di mura in cui oggi è addossata la famosa – e storica – trattoria.

La “Mora” conobbe  Rosario Testa, la vittima, alla Pescheria, al tempo limitata alla sola galleria sita al di sotto del Seminario dei Chierici e scavata nel 1856 nel terrapieno delle antiche mura di città.
Le “lavandaie dei Canali” fanno riferimento ad un antico lavatoio non più esistente, ma che ai tempi del racconto era frequentatissimo e brulicante di vita. La struttura si trovava a ridosso del Giardino Pacini, dove inizia la strada chiamata, per l’appunto, via Lavandaie. Nello stesso passo – esuliamo un po’ dall’analisi – si parla della “festa dell’Ognina”: è chiaramente la festa della Natività di Maria (8 settembre), detta popolarmente ‘a Bammina.
Testa si trasferì dopo il matrimonio “a San Placido”, dal lato opposto del Muro di Sant’Agata, spostando il banco della frutta dai Canali all’altra porta civica, la Porta de Vega. Qui era un altro mercato di cui oggi non resta alcuna traccia; celebre era per esempio la macellaia tediata dall’estroso Domenico Tempio, proprietario di un cane che ha ormai del leggendario. Conclude il passo un riferimento cronologico fondamentale: il colera. Il colera giunge in Sicilia nel 1837 attraverso Messina, dove giunse una nave appestata del Nord Italia. Appena due anni prima moriva Vincenzo Bellini a poca distanza dal centro di Parigi, chiuso in una stanza senza acqua cibo o cure perché ritenuto infetto (in Francia il focolaio si accese nel 1832). Catania subì la pandemia soprattutto nei quartieri a stretto contatto con il Porto, ma in generale tutti i quartieri popolari, caratterizzati da condizioni igieniche quasi inesistenti, furono colpiti. Appare dunque evidente che Malerba parli del ’37.
La donna chiude infine la testimonianza con la storia dello sfregio, causata durante uno sfogo di gelosia del Malannata a seguito della tresca con il “doganiere del molo”. Ancora una volta è il racconto Il segno d’amore a fornire un nome al personaggio, Vanni Mendola. Il molo inteso dove egli lavorava è quello di Levante, iniziato poco prima del 1637 e ampliato notevolmente intorno al 1860, modificando fortemente l’aspetto della costa alla Marina.
In fase di ampliamento del molo, infatti, venne spianata la scogliera fino quasi al Piano della Statua (oggi piazza dei Martiri).

In questa opera di sbancamento si demolì l’antica chiesa del Santissimo Salvatore, esistente nel XVI secolo e uscita indenne dal terremoto del 1693, nonché alle violente mareggiate succedutesi nei secoli. Il tempietto era costituito da due corpi di fabbrica, uno più antico in forma cilindrica, decorato da lesene e coperto da una cupola con lanternino, l’altro di fattura rinascimentale con un bel portale frontonato e rosoncino, la quale facciata era stretta sul lato nord da un campanile di sapore tardo-gotico o proto-rinascimentale, chiuso all’apice da una breve merlatura guelfa. Ed è bellissima la descrizione che Verga ci offre di questa deliziosa chiesetta, resa ancora più affascinante dalle storie di fantasmi che inquietano il racconto breve La festa dei morti, anch’esso facente parte della raccolta del 1887.

… laggiù, nella riviera nera dove termina la città, c’era una chiesuola abbandonata, che racchiudeva altre tombe, sulle quali nessuno andava a deporre dei fiori. Solo un istante i vetri della sua finestra s’accendevano al tramonto, quasi un faro pei naviganti, mentre la notte sorgeva dal precipizio, e la chiesuola era ancora bianca nell’azzurro, appollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio altissimo che scendeva a picco sino al mare. Ai suoi piedi, nell’abisso già nero, sprofondavasi una caverna sotterranea, battuta dalle onde, piena di rumori e di bagliori sinistri, di cui il riflusso spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre.
Narrava la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso, fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e che ogni anno, il dì dei Morti – nell’ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti – un prete sepolto da cent’anni nella chiesuola abbandonata, si levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che chiamavasi per ciò «la Camera del Prete». Dal largo, verso Agnone, i naviganti s’additavano l’illuminazione paurosa del festino, come una luna rossa sorgente dalla tetra riviera.

Questa macabra immagine si colora di sfumature sempre più cupe nel riportare la leggenda di un poveretto che, esplorando i fondali per entrare nella «Camera del Prete» venne trascinato per sempre nella tomba a far compagnia a chi già l’abitava.

La chiesa del Salvatore venne distrutta, riporta in una piccola nota il Rasà Napoli, negli anni intorno al 1860, e parte dei beni ivi racchiusi vennero condotti nella cappelletta di Sant’Agata alla Marina detta anche Santa Maria di Portosalvo, che per pietà venne ribattezzata cappella del Salvatore. Quest’ultima, ancora esistente, si trova lungo via Dusmet, sebbene dimenticata dalla vita che scorre sotto il piccolo campanile decorato col busto del Salvator Mundi. Giovanni Verga racconta con dovizia di particolari il momento della sua demolizione, con il suo consueto piglio sarcastico e con l’occhio attento a descrivere la semplicità e la bassezza del popolino, soggetto preferito dalla sua impietosa penna.

Ora nel costruire la diga del molo nuovo, hanno demolito la chiesuola e scoperchiano la sepoltura. La macchina a vapore vi fuma tutto il giorno nel cielo azzurro e limpido, e l’argano vi geme in mezzo al baccano degli operai. Quando rimossero l’enorme pietrone posato a piatto sul piedistallo di roccia come una tavola da pranzo, un gran numero di granchi ne scappò via, e quanti conoscevano la leggenda, andarono narrando che avevano visto lo spirito del palombaro ivi trattenuto dall’incantesimo. Il mare spumeggiante sotto la catena dell’argano tornò a distendersi calmo e color del cielo, e scancellò per sempre la leggenda della «Camera del Prete».
Nel raccogliere le ossa del sepolcreto per portarle al cimitero, fu una lunga processione di curiosi, perché frugando fra quegli avanzi, avevano trovato una carta che parlava di denari, e molti pretendevano di essere gli eredi. Infine, non potendo altro, ne cavarono tre numeri pel lotto. Tutti li giocarono, ma nessuno ci prese un soldo.

Nota: le foto d’epoca e le illustrazioni sono tratte dalla splendida pagina facebook “Catania Sparita”, più specificamente dall’album Marina – Via Cardinale Dusmet.

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Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com


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