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Milano | Gratosoglio – Una passeggiata nel quartiere: 2

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Articolo precedente sul quartiere, parte 1.

Dire Gratosoglio vuol dire torri Bianche.

Le mitiche torri Bianche del Gratosoglio, il simbolo delle case popolari per antonomasia siamo passati a vederle da vicino. Progettate agli inizi degli anni Sessanta (1964) dal grande studio di Architettura BBPR per l’Istituto Autonomo Case Popolari, le Torri Bianche presentano un interessante soluzione planimetrica dove cinque unità residenziali, di dimensioni e taglio differenti, si dispiegano da un nucleo centrale contenente le scale e quattro ascensori. Indipendentemente dal taglio, tutti gli appartamenti ruotano attorno ad un soggiorno-pranzo particolarmente allungato (e per questo, secondo gli autori, più sfruttabile) che termina con una terrazza quadrata posta nell’angolo.

Dopo tanti anni, alcune di queste torri sono state restaurate e migliorate nell’aspetto. Purtroppo quelle ancora da ristrutturare sembrano il tipico esempio di palazzotti popolari degradati. Come se non bastasse, la parte commerciale realizzata sotto ad ogni torre, con passaggi coperti e su di un piano rialzato, è quasi completamente vuota. Non ci sono esercizi commerciali, tranne pochi casi, come un bar, un negozio elettrico, una lavanderia e una farmacia, per il resto solo serrande abbassate, invase da ogni tipo di vandalico scarabocchio. Peccato, perché anche questo è sinonimo di decadenza, sociale e culturale.

 

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Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile.org una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione. Da grande farò il sindaco. Lavoro come Digital Artist presso CowBoys


7 thoughts on “Milano | Gratosoglio – Una passeggiata nel quartiere: 2

  1. Coronez

    Per quello che posso vedere dalle foto, posso solo dire che sono agghiaccianti, il bianco sembra una beffa al clima funesto che creano, pero’ questo lo posso dire solo vedendo dalle foto, non so nel reale, forse meglio non vedere. Scusate ma questo non e’ abitare un luogo, ma violentarlo … Il senso dell’edificio verticale adibito alle abitazioni delle grandi città italiane sembra un vorrei ma non posso delle città americane, le quali sono sicuramente più originali quasi giustificate all’orrido non avendo una lunga storia costruttiva come la nostra.

    1. Enchanted Avenger

      È evidente che lei non conosce minimamente gli Stati Uniti, viste le boiate che dice. Negli Stati Uniti lo “high rise” residenziale è riservato alle residenze di lusso nei centri cittadini.

      I quartieri residenziali periferici sono per definizione bassi ovunque (e, mi spiace deluderla, in media di qualità assai migliore delle orrende periferie italiane) e anche i “council flats”, le case popolari, di solito sono palazzine di pochi piani.

  2. wf

    Questa è la classica architettura italiana per le case popolari che si ispirava alle città dell’unione sovietica per dare un tetto ad ogni persona.
    Quindi altissima densità abitativa.
    Nellideologia si pensava di migliorare anche al socializzazione ammassando gente il più vicino possibile.

    In realtà si ottiene l’effetto contrario.

    Atterrando con l’aereo in una qualunque delle città ex post del blocco sovietico sono riconoscibilissimi quartieri del genere.
    Torri in fila in serie come radiatori o condensatori di una scheda di computer.

    Io li chiamo quartieri radiatori.
    Figlie di una specifica ideologia abitativa.

    Spero almeno che gli appartamenti dentro siano fatti bene e ben tagliati. Per le persone che ci abitano.

  3. GArBa

    non è così semplice come appare dai commenti… in primis, negli stati uniti i quartieri popolari ad alta densità e a sviluppo verticale esistono eccome e, guarda caso, sono in gran parte coevi del gratosoglio. (chi non li conosce, può iniziare a visitare il sito del NYCHAS e vedere in particolare le realizzazioni ad harlem, NYC). poi, concetti simili si ritrovano sia in europa (ricordiamo ad esempio le realizzazioni di Erno Goldfinger nel regno unito, già all’epoca malviste dagli ambienti conservatori al punto da spingere Ian Fleming a dare il suo nome a uno dei più famosi “cattivi” dei suoi romanzi) come in unione sovietica, indice che la tendenza, sia progettuale che sociale, era diffusa in tutto il mondo ed evolveva da quanto visto già nell’anteguerra.

    1. Anonimo

      Di sicuro nell’architettura nulla succede mai in totale isolamento.

      Tuttavia, ho qualche dubbio che il commento sul “vorrei ma non posso delle città americane” che ha fatto Coronez si riferisse alle esperienze ad Harlem o alle realizzazioni di Erno Goldfinger. 🙂

      1. GArBa

        può essere. il mio commento voleva essere solo un chiarimento per spiegare come certi modelli abitativi che si sono sviluppati fra l’inizio e l’ultimo terzo del XX secolo fossero tutt’altro che caratteristici di uno o l’altro dei sistemi economici che in quell’epoca si confrontavano su scala planetaria; del resto tutta la storia della tecnica, e quindi dell’architettura in particolare, ci insegna che problemi simili (in questo caso, il rapido inurbamento) conducono sovente a soluzioni simili, vuoi per imitazione, vuoi per evoluzione convergente, vuoi per interscambio culturale (che è comunque sempre esistito al di la delle condizioni politiche)

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