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Milano | Scali Ferroviari intervista a Cino Zucchi

Nell’ambito delle proposte per il futuro degli Scali milanesi, CZA (Cino Zucchi Architetti http://www.zucchiarchitetti.com) ha presentato un progetto dal titolo “Sette bellissimi broli“.

Ci siamo fatti raccontare da Cino Zucchi quali siano le idee che stanno alla base del progetto

Da quale idea siete partiti per ripensare questi spazi? 

Il concetto base che ci ha ispirato è il rapporto tra la vita della città intesa come quella che Marsilio Ficino chiamava la “città di uomini” e il suo spazio fisico che è la “città di pietra”.

Oggi forse la città non è più fatta di pietra, ma questo rapporto è interessante perché non è biunivoco: il moderno ha cercato di rifondare la città sulla base del concetto di funzione. Questo ha generato un pensiero urbanistico interessante che ha funzionato in una città in espansione, ma non teneva conto del fatto che noi viviamo in città che sono state fatte da persone con tecnologie e desideri diversi rispetto a quelli attuali.

In una proiezione, come richiesto, nell’arco di 20/25 anni bisogna valutare che, una volta ultimato il cambiamento, le esigenze potrebbero essere già essere trasformate.

In questo senso abbiamo immaginato una serie di funzioni su cui definire il nuovo assetto, una serie di spazi aperti che proprio nel loro carattere complessivo costituiscono un grande contenitore in grado di dare forma al tessuto della città che secondo noi deve avere grandi caratteri di flessibilità.

Lo spazio aperto di natura urbana è il motore del nostro progetto.

Il verde non va visto come anti città, spesso oggi si vede il grattacielo “contro” la città o la “verdolatria” come antidoto ai mali della città.

Io penso che la città europea abbia una interessante tradizione di integrazione del verde; penso alla Promenade di Helsinki, il  Cours Mirabeau di Aix-en-Provence o Prato della Valle a Padova – solo per citare alcuni esempi –  e sia proiettata a contenere grandi pezzi verdi capaci di fare città.

In base a questo ragionamento le tipologie edilizie scelte come sono nate?

Abbiamo disegnato con grande cura lo spazio verde, il vuoto e abbiamo disegnato gli elementi di connessione tra i quartieri oggi separati.

Nella mia visione le tipologie edilizie sono quasi indifferenti.

Nella mia testa il tracciato della città ha un grado di permanenza ben superiore alle funzioni che ospita. Abbiamo città italiane come Como, Napoli o Aosta che sono a tracciamento romano ellenistico e non hanno più monumenti romani.

Nella nostra proposta abbiamo inserito tre o quattro categorie; esiste sicuramente l’inserimento di edilizia residenziale, uffici o servizi pubblici ma penso che oggi dobbiamo svincolare il tema del servizio

Nella nostra proposta prevediamo che tutti gli edifici debbano essere aperti sulla città, inseriamo l’idea che i basamenti di tutti gli edifici costituiscano un elemento di apertura.

Penso, comunque che la decisione sulle funzioni sia una questione articolata legata non a suggestioni di un architetto, ma alla valutazione sociale e politica delle necessità della città. Credo che se un appartamento è tagliato bene possa accogliere varie tipologie di utenti adattandosi ad esso e questo vale esattamente allo stesso modo anche per la città

Il fatto di essere milanese l’ha agevolata nell’ideazione del progetto?

Io credo di essere una figura strana, mischio una tradizione anglosassone estremamente scientifica a una cultura umanistica molto forte e uno studio storico sia sul 500 e 600 milanese sia sul dopoguerra.

Ho la mia base a Milano e questa vicinanza può creare dei vantaggi e può nel contempo togliere un po’ di coraggio e penso che mai l’elemento locale vada usato come arma.

Mi è capitato di fare un progetto molto importante a Venezia e sentire i professionisti veneziani dire “tu sei di Milano non capisci niente della nostra città”. Spesso il localismo diventa protezionismo e questo non aiuta a lavorare bene.

Tuttavia comprendere cosa sia accaduto in una città nel suo passato è necessario per creare progetti validi.

Ad esempio nel secondo dopoguerra lo scalo di Pagano è stato trasformato nei giardini di via Pallavicini. Secondo me, pur avendo una scala più piccola, quello è un esempio interessante di un quartiere residenziale razionalista, ma urbano, che ha un giardino pubblico molto ben vissuto.

La lezione  della ricostruzione di Milano del secondo dopoguerra è molto importante perché si è deciso di costruire gli edifici moderni sul tracciato antico e non, come Dresda o Rotterdam, elaborando un nuovo piano.

Se queste esperienze non sono usate come erudizione ma come qualcosa che ti scorre nelle vene che corrisponde a un modo di fare, a certe consuetudini anche sociali di cosa sia lo spazio pubblico allora quel che può nascere è davvero interessante.

Lavorando ad esempio su Porta Nuova con esperti londinesi, capisci che ognuno si porta dietro certi modi di fare, una sorta di galateo urbano.

Io credo di avere una urbanità milanese perché ho dentro alcuni codici non scritti del galateo urbano di Milano.

Gio Ponti diceva che  la tradizione è una continua trasfigurazione delle cose. La tradizione non va mai usata come arma di prepotenza; penso che nessuno abbia la chiave di interpretazione giusta e completa ma che sia chiaro che una città la si conosce anche negli anni

Quale pensa sia l’Idea vincente del suo progetto e quale idea sposerebbe nei progetti degli altri?

Il punto di forza della nostra proposta credo sia il verde urbano, ossia un verde capace di disegnare i tessuti intorno e non solo una risorsa in senso ecologico.

Il nostro è un progetto molto “site specific” in cui abbiamo cercato di interpretare i singoli luoghi all’interno di una strategia generale del verde come generatore.

Stefano Boeri ha forse il progetto più visionario, ma anche molto ben studiato. E’ quello che proietta di più su una scala generale l’idea del verde.

Forse è quello che, pur essendo piuttosto diverso dalla nostra proposta, sento come capace di una visione strategica generale.

Ho trovato poi molto interessante, del progetto Mecanoo, il ragionamento sui trasporti e anche il tema del verde

Il progetto di Mad è talvolta più straniante, ma molto stimolante nel tentativo di una visione globale dell’Italia da un punto di vista non europeo

La proposta di Tagliabue è molto poetica, si incentra sul tema dell’acqua e fa emergere un concetto di felicità urbana come narrazione della bellezza.

La città è fatta anche di individualità poetica

Pensiamo alla High Line di New York : una sorta di parco a 7/8 metri di altezza che ha generato un intero rinnovamento urbano non pianificato. Qualcuno lì ha investito su una “bizzarria” che ha avuto un impatto gigantesco

Come vede Milano tra 50 anni

Agli architetti è spesso chiesto di avere la sfera di cristallo, ma di una cosa sono certo: il futuro sarà l’insieme di tutte le epoche che conosciamo

Il futuro è un insieme di tantissimi strati dove uno non cancella l’altro e penso che si possa lavorare con un Mac in una Villa di Palladio e che, come diceva Paul Valery, quel che si debba chiedere alla tecnologia moderna sia di vivere più comodamente e con maggior agio una vita non moderna. Trovo bella l’idea di un futuro che include il passato, senza nostalgia

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Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com


4 thoughts on “Milano | Scali Ferroviari intervista a Cino Zucchi

  1. robertoq

    Certo che dopo i mitologici “alberi da rendering”, gli Architetti hanno inventato le “case da rendering”: leggere, trasparenti, eteree, completamente verdi (tetto compreso) 🙂

    Inutile dire che a me piacciono molto, ma bisogna poi vedere una volta realizzate quanto assomiglieranno a questi meravigliosi disegni.
    Sarebbe bello che i vari Studi di Architettura continuassero a lavorarci i competizione anche dopo la delibera FS e la vendita delle aree agli operatori privati, per evitare che i soliti prosaici problemi di denaro (chi compra deve farci un profitto con quelle aree), sviliscano il tutto – considerato anche che non credo si parlerà certo di edilizia residenziale ai prezzi di Citylife o Porta Nuova.

  2. CM

    ecco appunto: eviterei proprio la replica di via pagano e via giotto: un’anonima spantegata di asfalto circondata da traffico caotico, rumoroso e asfissiante.

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