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Torre Velasca

Piazza Velasca, 3/5, Milano, MI, Italia

La Torre Velasca crediamo sia uno dei più controversi palazzi di Milano, e non solo noi, visto che il Daily Telegraph lo ha inserito tra i ventuno edifici più brutti del mondo.

Fu progettata su incarico della Società Generale Immobiliare quando ancora la città necessitava di essere ricostruita dopo i danni bellici che – soprattutto in centro – avevano recato distruzione e gravi perdite anche dal punto di vista architettonico. Vennero incaricati gli architetti del gruppo BBPR (è la sigla che indicava il gruppo di architetti italiani costituito nel 1932 da Gian Luigi Banfi (1910 – 1945), Lodovico Barbiano di Belgiojoso (1909 – 2004), Enrico Peressutti(1908 – 1976), Ernesto Nathan Rogers (1909 – 1969), stimato gruppo di architetti famoso in tutto il mondo e attivo soprattutto negli anni 50 e 60. Il processo dell’iter progettuale complesso cominciò nel 1950 e si concluse con molte modifiche nel 1956. L’idea iniziale fu quella di una torre a zigzag, in acciaio e vetro. Seguita poi da una torre a parallelepipedo diviso in tre settori. Quindi la versione a “fungo” ma sempre in acciaio e vetro, come i grattacieli americani. La parte inferiore per uffici e la parte superiore per residenze.

L’idea iniziale di una torre in ferro fu scartata a causa degli alti costi del materiale; infatti dopo i guasti bellici le industrie siderurgiche italiane ancora non erano pronte a fornire materiale a sufficienza per erigere la torre. Perciò fra il 1952 ed il 1955 fu realizzato il progetto definitivo della torre di 106 metri realizzata tra il 1956 e il 1957 con i finanziamenti della Società Generale Immobiliare in cemento-armato.  Per costruirla servirono 292 giorni, 8 in meno del tempo contrattuale.

Lo studio BBPR progettò questo edificio rompendo completamente lo schema che andava tanto di moda in quel periodo: mentre altrove si costruivano parallelepipedi in vetro e acciaio, con pareti lisce, qui invece la struttura portante venne esposta all’esterno, mostrando i pilastri in calcestruzzo armato, reso rosa dalla polvere della pietra di Verona. Questa torre doveva dialogare con le strutture antiche del Duomo, col Castello Sforzesco e la torre del Filarete. Un ritorno alla tradizione antica della torre medievale ma in versione moderna.

Si consolida così la soluzione costituita da un fusto di base a sorreggere un parallelepipedo aggettante, la cui copertura è articolata da una serie di volumi accessori. Inoltre, il reticolo strutturale acquisisce il ruolo di caratterizzante elemento espressivo. I primi diciotto piani, riservati agli uffici, e i sovrastanti sette piani aggettanti, per un’altezza complessiva di 106 mt, sono solcati da costoloni in calcestruzzo armato, da sempre citati in modo approssimativo a riprova del presunto carattere neomedievale della torre. Essi, caratterizzati da una geometria estremamente complessa, si inflettono “a mensola” in corrispondenza del volume superiore e sono composti da graniglia di marmi veronesi semilevigata. Una qualità analoga è presente nelle solette, sottolineate da un trattamento in cemento martellinato, sulle quali poggiano i pilastrini sporgenti dal filo di facciata ad inquadrare le aperture, caratterizzate da serramenti in alluminio anodizzato e brunito.  Gli stessi pilastrini sorreggono il tamponamento opaco, costituito da pannelli prefabbricati in graniglia di marmo con inclusione di clinker. L’apparente rigidità conferita all’intero volume dai perentori costoloni è stemperata dalla disposizione delle aperture. I vuoti aumentano progressivamete sui pieni procedendo verso l’alto, sino allo svuotamento dell’angolo nel corpo superiore, dove trovano posto delle logge. Le finestrature assumono inoltre un andamento più libero, quasi volutamente casuale in corrispondenza degli appartamenti, a marcare sottilmente la differente destinazione d’uso della parte sommitale.

L’articolazione degli appartamenti secondo diversi tagli, fra cui anche sei duplex, mira a caratterizzare in maniera differente ogni angolo del volume e a sfruttare al meglio i diversi orientamenti. Agli alloggi si ha accesso dalla colonna strutturale centrale in calcestruzzo armato, dove trovano posto quattro ascensori, due che servono i primi diciotto piani, contenenti uffici e studi con abitazioni, e due che conducono direttamente agli appartamenti distribuiti dal diciannovesimo al venticinquesimo livello. Completa il complesso un volume d’ingresso, sospeso su quattro pilastri e contenente esercizi commerciali ed uffici, e due piani interrati per complessivi 450 posti auto.

Per fortuna gli interni sono rimasti invariati nei suoi 58 anni di vita, così come alcune parti dell’interno del duplex del Venticinquesimo piano. La scala che porta al piano superiore, le finestre con le maniglie “Velasca”, disegnate appositamente per la torre e utilizzate in quegli anni per altri edifici. La progettazione maniacale dello studio BBPR aveva pensato a soluzioni come le lampade all’ingresso, le pareti e i rivestimenti della lobby, persino il casino del custode era stato progettato con dovizia. L’aspetto medievale lo si avverte anche nei piccoli dettagli, come le lampade davanti agli ascensori, che sembrano delle antiche torce ma moderne. Oppure le protezioni della terrazza superiore che sembrano una versione moderna di antiche feritoie delle merlature di un castello.

Vittorio Sgarbi asserì: “I milanesi la guardano come il figlio brutto a cui vogliono bene comunque”.

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