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Tra apparizioni e affreschi, le conseguenze sociali dell’eruzione del 1669

Un evento traumatico, quello che iniziò l’8 marzo 1669 per concludersi quasi quattro mesi più tardi.
Certamente è l’eruzione storica più famosa e tra le più documentate tra quelle secentesche.
Un evento del genere non rimase dimenticato, ma condizionò la vita e la società etnea dell’epoca. Uno dei fenomeni maggiormente diffusi è quello dei presagi, dei sogni premonitori e delle visioni mariane, come se l’avanzare lavico avesse in un qualche modo una diretta influenza nel subconscio dell’Uomo ed in un certo senso è così. Un “fiume di pietra” incandescente che inghiotte tutto ciò che incontra sul suo cammino costituisce fuor di dubbio un decorso degli eventi imprevedibile e ingestibile, specialmente per una popolazione la cui economia, a metà del XVII secolo, era basata principalmente sul latifondo. Oltre a facili paure inconsce, bisogna considerare anche le perdite reali: un contadino che perdesse il fazzoletto di terra assegnatogli, vedeva sparire qualsiasi fonte di minimo sostentamento.

Il primo fenomeno eruttivo sopra Nicolosi, che generò i Monti della Ruina in un disegno dell’epoca.

Un racconto che vale la pena ricordare è legato alla perduta città di Mompileri, rifondata dai suoi abitanti come Massa Annunziata. Nel 1689 il Barone di Massa spese non pochi denari per il ritrovamento dell’antico tempio della città, ma ogni ricerca rimase infruttuosa. 35 anni dopo l’evento le ricerche ripresero con vigore e speranza a seguito dell’indicazione data da una persona rimasta anonima – secondo alcuni una donna, secondo altri una persona straniera, altri ancora indicavano una anonima pastorella – che ebbe la rivelazione del punto esatto dove scavare dalla Madonna stessa. Otto metri più in basso emerse la statua della Madonna delle Grazie. Questa era rimasta perfettamente conservata in un alveo di aria imprigionata dalla lava solidificata e solo uno spuntone di roccia le toccava appena la fronte che a sua volta imprimeva su di esso la sua orma. L’altare, il pavimento, i pilastri, le pareti sono ancora incastonati nella pietra, mentre la statua fu tirata fuori fortunosamente (si notò che era composta da due parti incernierate da un sistema di viti e la si poté smontare per estrarla) e sostituita da una grossolana opera artigianale (oggi asportata per restauri), col tempo si cercarono altre parti della chiesa, l’antica chiesa madre di Mompileri. Così emersero frammenti della composizione gaginesca dell’Annunciazione (i resti della composizione in marmo finemente lavorato sono esposti in un piccolo ambiente museale presso la sacrestia del nuovo tempio; la finezza dei tratti alimentò una certa diceria popolare che l’opera fosse più di mano angelica piuttosto che lavoro umano) e si ritrovò anche uno dei portali laterali in gusto tardo-gotico o proto-rinascimentale, montato nel 1955 come ingresso al piccolo ambiente che prese facilmente il titolo di Madonna della Sciara.

Madonna delle Grazie.

 

Antico portale della chiesa di Mompilieri.
L’Arcangelo Gabriele e l’Annunziata.

Ma sono raccolte anche testimonianze di reazioni altamente razionali legate all’eruzione. La più intrigante vede coinvolto il vassallo del principe di Pedara, Don Diego Pappalardo, Cavaliere dell’Ordine di Malta e figura carismatica e autoritaria (a lui si deve la chiesa madre del villaggio etneo). Egli organizzò una spedizione presso Nicolosi di valenti braccianti, coperti di pelli inumidite per rendere più sopportabile il calore, che colpirono ripetutamente il fronte lavico affinché deviasse la sua avanzata. Tra questi era presente anche il pittore acese Giacinto Platania, testimone oculare della colata. Questo è il primo rudimentale tentativo di deviare una colata lavica testimoniato e sarebbe anche riuscito, poiché il fronte lavico sembrava volgersi verso occidente, senonché gli abitanti di Paternò, che temevano per la loro città, fecero desistere il gruppo a suon di botte e bastonate.

Scudo dei Pappalardo nella dimora di Don Diego a Pedara.

Un altro aneddoto è legato alla Fonte di Gammazita, un abbeveratoio secentesco voluto dal Viceré Francesco Lanario a decoro della città di Catania lungo la cortina rinascimentale alla Marina, alimentato dalle acque dell’Amenano e legate alla tradizione della fanciulla che preferì il suicidio allo stupro da parte di un soldato angioino. L’abbeveratoio costituiva una fonte preziosa di acqua e quando la lava giunse alle fragili mura medioevali penetrandole in parte, la popolazione accorse a riempire di macerie, pietre e terra la sorgente. In questo modo si evitò che la lava a contatto con l’acqua causasse una serie di esplosioni tali da minacciare la città (forse se ne osservò l’effetto presso il Convento di San Nicolò, dove in effetti si conserva una cisterna cinquecentesca aggredita dalla lava) e nel contempo preservare la sorgente, da recuperare quando la lava si sarebbe raffreddata. Così si fece negli anni seguenti: la crosta della lava si poté frantumare una volta raffreddata e si provvide a svuotare il pozzo ottenuto. Una scala settecentesca permise il raggiungimento della sorgente, che tanto affascinò i viaggiatori del Grand Tour.

Pozzo di Gammazita.

L’eruzione del 1669 ha influito anche sul “colore urbano” del territorio etneo. Le lave divennero cava di superficie per il materiale di costruzione, mentre in profondità si scavava per recuperare la rena rossa, detta ghiara, sostituto eccezionale della terracotta per la creazione del calcestruzzo. La ghiara era considerato anche un ottimo isolante e permetteva un buon amalgama per gli intonaci di rivestimento, causando così quel rosella tipico in certi edifici rurali ed urbani del XVIII secolo. Le cave di ghiara erano diffusissime lungo le sciare del 1669. Tra queste cave di ghiara si svolge la triste vicenda di Rosso Malpelo, diventato il simbolo dello sfruttamento del lavoro minorile, mentre una delle più imponenti era la Cava Daniele (dal titolo dell’omonimo feudo), ubicata tra piazza Montessori e via del Plebiscito. Parti di questa cava divennero il più vasto rifugio antiaereo di Catania, attrezzato di panche, infermeria e persino di una cappella.

Rifugio aereo di Cava Daniele. (FONTE)

Ma non è la sola Architettura, tra le Arti maggiori, a subire l’influenza dell’eruzione. Di Giacinto Platania abbiamo già parlato. Probabilmente fu lui a rappresentare su una parete della sagrestia della Cattedrale di Sant’Agata dietro commissione dell’allora vescovo Michelangelo Bonadies una delle più importanti e note opere del seicento etneo. L’affresco farà da base poi per una serie di incisioni, stampe e quadri che riproporranno lo stesso soggetto. L’opera è stata restaurata dopo una lunga campagna conclusa di recente con la realizzazione di una mappatura fotografica di oltre 1300 scatti che costituisce la più importante banca dati di questo magnifico lavoro. Durante il restauro si è scoperto che l’immagine copriva una superficie più ampia, rappresentando probabilmente una figura sacra ai cui piedi si svolgeva l’evento drammatico (forse Sant’Agata, protettrice della città?). Di notevole interesse i dettagli delle figure che animano l’affresco, resi accessibili allo studio grazie alla mappatura fotografica eseguita nel 2013 da Antonino Del Popolo, dettagli che raccontano la fuga di una città nelle minuziose reazioni squisitamente umane, come un gruppo intento a recuperare il salvabile, un uomo che per poco non finisce sotto un cavallo che – imbizzarrito – ha appena disarcionato il suo cavaliere, una donna che perdendo l’equilibrio nella fretta della fuga ha riversato il contenuto della cesta che portava sulla testa, gli stati emotivi dall’angoscia al sollievo per il pericolo scampato, fino ad una deliziosa dama evidentemente nel suo primo viaggio in nave, colta mentre rigurgita a causa del mal di mare.

Affresco nella sagrestia della Cattedrale di Catania, attribuito al Platania. (FONTE)
Particolare. (FONTE)

A Botteghelle, l’unico quartiere superstite al 1669 dell’antica Malpasso, avviene anche una “rivoluzione agiologica”. La chiesa principale era dedicata all’Addolorata, testimoniata ancora dall’affresco sull’altare maggiore; un secondo culto, sorto con l’avvenuta autonomia del 1636 era quello di Santa Lucia, come si nota nell’altare di sinistra. Ma accade un qualche evento che cambia il culto dell’altare destro, costruito inglobandone uno più antico (forse dedicato a San Biagio?). L’affresco vede una figura femminile nimbata con un bambino in braccio, apparentemente Santa Maria delle Grazie o Santa Maria della Guardia. Ai suoi piedi, come l’analogo catanese, la rappresentazione dell’eruzione del 1669, con l’abitato di Botteghelle risparmiato dalla furia del vulcano. Questo affresco tuttavia non ha mai visto il giusto riconoscimento storico, artistico e culturale come accaduto al suo “gemello” e verte in condizioni che definire pietose sarebbe fare un complimento.

Ruderi della chiesa dell’Addolorata, presbiterio.
Altare destro. In basso si scorge un altare più antico con tracce di intonaco, testimoni di un affresco sottostante.
Particolare.

Una iconografia diffusa, quindi, testimonianza di come il mondo, per gli etnei, sia stato stravolto da un’eruzione inaspettata e inarrestabile condizionandone la vita e la società per i tre secoli successivi.




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