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Milano | Missori – Piazza Erculea e via Lentasio… in cerca di identità

Lo scorso anno in piazza Erculea ha aperto un nuovo “chiosco” con ristorante-bar a fianco dell’uscita del parcheggio sotterraneo realizzato nei primi anni 2000, portando finalmente un po’ di vitalità in una piazza altrimenti inutile e deserta. Una delle piazze più sgraziate e anonime di Milano, dove affacciano palazzi di stili differenti ma anche anonimi e disarmonici.

La piazza nacque infatti dall’ampliamento drastico del vicolo Rugabella e dalla demolizione di quel che rimaneva dalle devastazioni belliche del 1943. Infatti non si salvò più nulla o quasi dell’oratorio di Santo Stefano in Rugabella e dei palazzi Borromeo e Sfondrati. Si approfittò di questo sventramento anche per aprire una nuova strada per raggiungere via Sant’Eufemia attraverso la nuova via San Senatore. Dell’antico vicolo è sopravvissuto soltanto qualche avanzo quattrocentesco, al n. 11. All’angolo tra la via Rugabella e la nuova piazza Erculea, al posto degli antichi palazzi aprì le porte il cinema Corallo (attivo dal 1949 al 1961), un accattivante sotterraneo di prima visione; anche questo fu chiuso e rifatto all’inizio degli anni Settanta, per una seconda ma breve stagione, conclusasi alla fine del decennio per far posto all’immancabile banca.

Un sunto sugli antichi palazzi della zona:

Per la scomparsa chiesa di Santo Stefano in Rugabella. Anche questa volta dobbiamo accontentarci, per saperne qualcosa, della contorta prosa del canonico Torre che almeno nel Seicento la vide in piedi, quando era già stata declassata da parrocchia autonoma a sussidiaria di S. Nazaro; «è Chiesa antica, ed ora serve d’Oratorio a’ Giovani, per recitarvi ne’ giorni festivi le Lodi di Maria, Spirituali Esercizij introdotti dalla bontà del grande Arcivescovo Cardinale Federico Borromeo» [Torre, 1674]. Le fonti ottocentesche la ignorano, segno che seppur presente era ormai del tutto degradata a banali usi civili.

Casa Borromeo. Si trovava all’inizio del vicolo, di fianco a Santo Stefano, ed era stata una delle proprietà di casa Trivulzio, di cui a pochi passi esisteva la principesca dimora ricordata da vari autori e finita in pezzi nel 1925. Questa era stata ceduta ai Borromeo, e nella seconda metà del Seicento era abitata dai «Famosissimi Nipoti» nonché «dall’illustriss. Sig. Conte Antonio fratello del già fù Sig. Cardinale Federico promosso alla porpora da Clemente X, Sommo Pontefice, dopo d’essere stato Nunzio alla Cattolica Maestà del Ré di Spagna Carlo Secondo; benché per di fuori questa Casa rassembri scema (priva) di modernità, non vi mancano nel suo interno appartamenti plausibili degni di ricettare eredi di Famiglia cosi Nobile, che in molti secoli seppe esporre al Mondo Eroi di stimatissima Fama, si ne’ maneggi di Principi secolari, quanto in quegli dell’Ecclesiastico Vaticano» [Torre, 1674]. Ma appena un secolo dopo, di tanta gloria le era rimasto soltanto il nome: vi abitava infatti S.A. il principe Sigismondo Kevenhüller. Ma conservava ancora «moltissime belle e rare cose a soda, e piacevole erudizione» [Bianconi, 1787]. In una barocca sviolinata di puro stile cortigianesco, il Bianconi trascura il palazzo, ornato di «scelte Pitture», ma ci informa di una ricca e pregevole raccolta numismatica che doveva essere ben nota nella Milano del tempo.

Inglobato nel moderno palazzo posto ad angolo tra la via Rugabella e piazza Erculea, è stato risparmiato e inglobato un interessantissimo rimasuglio diel Palazzo Borromeo in pietra.

Oggi la piazza è alquanto priva di fascino come dicevamo, nonostante le alberature e la sistemazione moderna dopo la realizzazione del parcheggio interrato.

Palazzo Sfondrati. E rimasto soltanto il portale quattrocentesco, due finestre, rimontati sulla facciata di un edificio moderno al n. 11 e alcune colonne ricomposte con archi ogivali nel cortile snaturato che troviamo all’interno. Il Torre si limita a informarci che il «Sign. Marchese Sfondrati» è pronipote di papa Gregorio XIV.

Di seguito alcune immagini dei risultati dopo i bombardamenti del 1943.

Via San Senatore, come avevamo detto inizialmente, venne aperta durante la ricostruzione post bellica. Al civico 2 troviamo un bel palazzo sobrio ed elegante realizzato sul finire degli anni Quaranta, forse uno dei più vecchi della ricostruzione. Riqualificato recentemente su progetto di Barreca&laVarra assieme al confinante palazzo di piazza Erculea 11. Un passaggio molto ampio ci permette l’accesso al complesso di palazzi moderni dove spicca senza alcun dubbio l’edificio di Corso Italia 13-17 progettato da Luigi Moretti.

Voltando sul lato opposto all’arco, possiamo notare lo squallore di una piazza che non è, perché si tratta della parte finale di Via Ludovico da Viadana. Noi abbiamo provato a piantare virtualmente degli alberi, lasciando il preziosissimo parcheggio a raso. Non sarebbe un po’ più gradevole vedere degli alberi piantati in quest’angolo di città?

Proseguiamo la nostra piccola esplorazione del quartiere, ed eccoci all’incrocio con via Sant’Eufemia. Svoltando a sinistra non possiamo evitare di vedere un palazzo apparentemente antico.

Infatti in questo tratto sorge ancora quel che rimane dell’austero palazzo Belgioioso, poi Mapelli, esempio di barocchetto del primo Settecento. Durante la Seconda Guerra Mondiale il palazzo, come del resto l’intera zona, fu gravemente danneggiato dalle bombe; se ne salvò solo la lunga facciata di tre piani, attribuita a Giovanni Battista Mattoni, con due graziosi portali e tre mossi balconi. Dopo la guerra la facciata venne ricomposta (malamente secondo noi, infatti le finestre ridotte d’altezza del piano nobile per lasciare lo spazio ad un piano in più sono terribilmente ridimensionate).

In via Lentasio, quasi in Corso di Porta Romana, si trovava la chiesa di Santa Maria dell’Assunta e il suo Monastero, fondati nel 1228. Durante il 1600, la chiesa, troppo mal ridotta, venne riqualificata e trasformata su disegno dell’architetto Francesco Maria Richini. Chiesa e monastero che vennero soppressi e sconsacrati nel 1798 con le leggi giuseppine. Nel refettorio del convento, riveduto secondo un progetto di Leopoldo Pollack e Luigi Canonica vide la luce un teatro gestito da Carlo Torelli a partire dal 1805. Ma il teatro fu bruscamente chiuso dal 1853, perché troppo spesso il popolo si concedeva a gazzarre antiaustriache. Venne definitivamente chiuso nel 1861 per lasciare posto ad una scuola elementare, scomparsa a sua volta dopo i bombardamenti del 1943. Uno dei pilastri della chiesa duecentesca di Santa Maria del Lentasio tornò alla luce durante la demolizione dell’edificio bombardato.

Oggi al posto del Lentasio, scuola, teatro, chiesa e monastero che furono, si trova una via creata per necessità, via privata Pietro Calderon de la Barca. Costruito tra le vie Lentasio e Via Ludovico da Viadana nel 1955-56 venne costruito un bel esempio di parcheggio multipiano moderno e essenziale.

Il progetto del Garage delle Nazioni fu di Antonio Cassi Ramelli, ed è considerato ancora oggi, per le sue qualità estetico-rappresentative e per la riuscita sintesi tra le esigenze formali e quelle funzionali, un’architettura insuperata.

Di tutto questo “bruttino” quartiere, potrebbe esserci la svolta se verrà approvata la costruzione di un nuovo edificio ad uso misto, una torre di 14 piani da realizzare al posto del garage (in zona, oltre alla torre Velasca si trovano altre piccole torri, quella di Moretti di Corso Italia (13 piani) e le tre torri di via Santa Sofia (12 e 14 piani). Per il momento non vi sono altre informazioni a riguardo del nuovo progetto, appena ci saranno sviluppi vi informeremo.




Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


7 thoughts on “Milano | Missori – Piazza Erculea e via Lentasio… in cerca di identità

  1. Renato S.

    No, no, no. Il garage di Cassi Ramelli non si tocca, porca miseria. Non sarà il Duomo né la Torre Velasca, ma è un pezzo da maestro. E tra l’altro non dell’ultimo geometra di provincia.

    La torre se la vadano a costruire con vista tangenziale.

    1. Anonimo

      Con l’aria che tira a Milano, bisogna vedere cosa resterà delle opere di Cassi Ramelli nel giro di un decennio.

      Garage a parte, la sede AEM è in vendita per finanziare la nuova sede e l’ex Snia Viscosa se l’è appena comperata un fondo di investimento immobiliare. Speriamo in bene, ricordo la mostra di qualche anno fa sull’architetto che era stata molto interessante.

      1. Anonimo

        Dentro palazzo Borromeo c’erano affreschi del bramante, è stato demolito l intero palazzo per una speculazione edilizia

  2. Roby

    Segnalo, tra le opere di Cassi Ramelli ancora “integre” la chiesa di S. Anna Matrona in via Albani a Milano, completa di oratorio. Tutto inconfondibilmente di CR.

    1. Anonimo

      Architettura anni ’50, S. Anna, mirabile nella sua funzionalità chiesa/scuola e autenticità – figlia anche della povertà del dopoguerra -, unita a consapevoli e meditati riferimenti all’architettura lombarda romanica. Una riuscita architettura moderna religiosa, cosa molto rara oggi. Sarà forse perché gli architetti (un po’ come tutti) non vanno più in chiesa, ma per molti progettare un centro commerciale o una cappella pari è. E si vede che studiano e, colti, si sforzano nell’individuare e citare simboli del sacro, che però non vivono, e il risultato è disastroso o, nel migliore dei casi artefatto. La Sagrada familia è un capolavoro perché Gaudì era religioso, non solo perché gigantesca o un progetto meditato da cent’anni. Lasciateci CR, anche un parcheggio multipiano, se ristrutturato con sapienza, può far rinascere il quartiere.

  3. Anonimo

    No, spero di no. Si tende a sottovalutare l’architettura anni 50 perché povera e funzionale, come proprio della ricostruzione, ma che ha fatto grande questa città. Non tutto di CR è geniale, lo è S.Anna – raro edificio religioso moderno in cui si percepisce il senso del sacro – in cui la scuola completa la chiesa senza consumo di sedime, non lo è Snia Viscosa, fuori tempo massimo. Ma in questo semplice garage, costruito al posto degli affreschi del Bramante perduti per sempre, si vede ingegno e autenticità, due qualità che meritano essere conservate o no? Perché non recuperarlo come si sta facendo in S Babila per rivitalizzare il quartiere?
    Cari saluti

    1. Anonimo

      Sulla sede della Snia Viscosa secondo me aleggia ancora il settarismo e i pregiudizi che han reso così brutta la Milano della ricostruzione.
      Spero rimanga, così che quando le acque si saranno calmate (e dato l’allungamento della vita media della popolazione, ci vorrà ancora un po’) possa essere pienamente rivalutata come merita.

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