Milano, Barona.
Febbraio 2026. Ogni volta restiamo sgomenti nel constatare come il patrimonio storico di Milano scompaia sotto i nostri occhi, senza che chi è preposto alla sua tutela sembri realmente interessarsene o prendersene cura. Quanti palazzi storici, chiesette, cascine abbiamo perso — e continuiamo a perdere? Troppi.
Non solo gli edifici: anche i nomi dei luoghi vengono progressivamente soppiantati da denominazioni anglofone — East Town, UpTown, CityLife, Forrest in Town, Washington Building — mentre i toponimi storici dei borghi e dei luoghi vengono dimenticati, come Taliedo, Morsenchio, Rottole o Musocco, ad esempio. Sembra quasi che conservare l’identità sia meno importante che inseguire un’immagine artificiosamente internazionale.
È naturale che una città evolva. Ma sradicare la propria memoria per assomigliare a una generica Manhattan, Dubai o Shanghai è un impoverimento culturale. Ben vengano le nuove torri e i quartieri “smart”; tuttavia, senza un legame con la propria storia, lo sviluppo rischia di diventare omologazione.
Negli ultimi cinquanta o settant’anni Milano ha demolito o lasciato andare in rovina centinaia di edifici, spesso nell’indifferenza generale. Abbiamo assistito, ad esempio, alla demolizione della Cascina Boffalora in via Tertulliano; stiamo osservando l’agonia del borgo antico di Macconago e di numerose cascine sparse nelle periferie, molte delle quali di proprietà comunale.
Una beffa: invece di garantirne la continuità, il Comune raramente trova le risorse per restaurarle, lasciandole deteriorare fino al punto di non ritorno.

Questa volta lo sguardo si posa nell’estrema periferia della Barona, al margine del Quartiere Sant’Ambrogio, nei pressi dello Scolmatore dell’Olona. Qui giace, ormai in totale rovina, una delle più antiche cascine di proprietà comunale, acquistata nel 1964: la Cascina Carliona (originariamente “Carlione”, come attestano i corsi d’acqua limitrofi Carlione e Carlioncino). Un tempo aveva indirizzo in via Boffalora 75; oggi risulta “domiciliata” in via Danusso, strada moderna che le scorre accanto.

Le sue origini risalgono alla seconda metà del Quattrocento. Nata come villa, edificata su una preesistenza gotica di cui rimaneva un balconcino, fu completata nel XVII secolo. Compare già nella mappa del Claricio del 1600 e nei successivi catasti Teresiano e Lombardo-Veneto, dove presenta un impianto sostanzialmente identico a quello attuale.
La struttura era composta da due fabbricati: uno a pianta a “L”, l’altro lineare, disposti a delimitare una piccola aia. Le murature portanti erano in mattoni pieni a vista; le strutture orizzontali e le coperture, con capriate, in legno. Prima dell’ultimo conflitto mondiale erano ancora ben leggibili i caratteri dell’architettura lombarda del tempo: murature in cotto, grandi finestre a sesto acuto con cornici in terracotta incastonate in riquadri di intonaco bianco sul fronte ovest.
L’edificio a “L”, a due piani, ospitava le abitazioni lungo il lato occidentale e parte di quello settentrionale, oltre a una stalla con soprastante fienile. Il braccio occidentale rappresentava la porzione più antica: vi si riconoscevano finestre ad arco acuto con ghiera in cotto e, sulla testata sud, un arco della medesima forma — tracce evidenti di un edificio tardo-gotico del XV secolo.
L’edificio lineare, anch’esso su due livelli e posto a sud dell’aia, accoglieva un’ulteriore stalla.






Già nel 1977 il complesso risultava “abbandonato e in pessime condizioni edilizie”: erano crollati il fienile e il solaio della stalla sul braccio settentrionale, il ballatoio e la scala del portico occidentale, e quasi totalmente la stalla a sud dell’aia. Un intervento comunale di quegli anni non produsse miglioramenti: la recinzione venne abbattuta, i materiali dei tetti e quelli riutilizzabili furono asportati; rimasero soltanto i mattoni con cui si murarono le finestre. Fra l’altro un altro cascinale nelle vicinanze, la Cascina Bianca, le faceva compagnia, sino alla fine degli anni Ottanta, quando venne demolita e oggi, al suo posto, è stato creato il parco Cascina Bianca.



Nel 1987 la stalla-fienile a sud era “quasi totalmente crollata”. Il PRG vigente la classificava come “cascina comunale soggetta a piano di recupero in zona per servizi pubblici o attività collettive”. Nello stesso anno il Comune bandì una gara per concederla a chi si fosse fatto carico del restauro; ma nel 2013 le procedure non erano ancora avviate.
Oggi, nel 2026, ciò che resta della cascina è sommerso dalla vegetazione: nei mesi invernali si intravede come un’ombra tra i rami spogli; in primavera e in estate scompare del tutto, inghiottita dal verde. I tetti sono ormai crollati e, se non si interverrà a breve, anche i muri finiranno per cedere.
È possibile che non si riescano a trovare risorse per salvaguardare un patrimonio edilizio che racconta secoli di storia?
Una soluzione apparentemente semplice potrebbe essere prevedere, laddove urbanisticamente compatibile, la realizzazione di nuove torri in cambio di investimenti vincolati al restauro e al recupero degli edifici storici in rovina: forse l’ultimo tentativo per superare anche l’attuale stallo dell’urbanistica.
Tuttavia, questa strada difficilmente potrebbe essere percorribile, perché finirebbe per assomigliare troppo a un sistema di “mazzette”, oltre a favorire alcuni costruttori penalizzandone altri. Per esempio, in zona Paolo Sarpi non si potrebbero costruire torri, mentre in zona Baggio sì.
Bandi europei, fondi ministeriali o sponsorizzazioni rappresenterebbero il percorso più coerente; ma, come si vede, finora non hanno funzionato molto.
Che cosa potrebbe restare, allora? Il Comune potrebbe vendere la cascina o concederla in uso per 99 anni, imponendo il vincolo del restauro. Ma a chi converrebbe restaurare un immobile piccolo, con quattro muri da salvare e appena una manciata di metri quadrati di terreno attorno?
Vedere questi luoghi scomparire, quando potrebbero ancora essere salvati, non è solo una perdita architettonica: è una ferita alla memoria collettiva della città. Perché, come si dice, la coperta è sempre corta e gli inverni sembrano farsi sempre più rigidi.







- Referenze immaigni: Roberto Arsuffi, Associazione Antichi Borghi Milanesi, Duepiedisbagliati
- Fonte: Associazione Antichi Borghi Milanesi, I Borghi di Milano, Riccardo Tammaro,
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Bisogna salvare le cascine.
Sono la spina dorsale storica di Milano.
Basta perdite di patrimonio edilizio rurale.
Al solito articolo molto interessante. Solo un’osservazione: a volte anche Urbanfile cade nell’errore di usare quei termini anglofoni orrendi (“the wave”, “city oval” ecc sono i primi che mi vengono in mente): valorizziamo, a partire da blog preziosi come questo, la nostra lingua oltre che i nostri luoghi