Milano, Villapizzone.
Febbraio 2026. Come spesso accade per Milano, la trasformazione urbana avvenuta nel corso dei secoli rende oggi difficile immaginare l’aspetto della città anche solo cento o duecento anni fa. Molte zone che ora percepiamo come pienamente urbane erano, fino a poco più di un secolo fa, comuni autonomi, borghi rurali con una propria identità, una storia e un paesaggio profondamente diversi. Villapizzone è uno di questi casi.
Un tempo borgo indipendente, Villapizzone venne aggregato nel 1869 al Comune di Musocco e successivamente, nel 1923, inglobato nella città di Milano. Grazie anche all’ausilio delle moderne tecnologie e alla ricostruzione di immagini e luoghi del passato, è possibile oggi tentare un viaggio a ritroso nella storia di questo territorio, soffermandosi su un luogo emblematico e ormai scomparso: la Cascina, poi osteria, della Melgasciada.


L’area su cui oggi sorge la Scuola Materna ed Elementare di via Console Marcello 7 e 9, circondata da un ampio giardino, ospitava infatti fino al 1959 un antico cascinale di origine cinquecentesca. La Melgasciada sorgeva in posizione isolata, immersa nella campagna, fra le marcite, il torrente Nirone e il fontanile Cagadinari (o Cagadenari), lungo un importante percorso di collegamento tra Milano e il borgo di Villapizzone. Il toponimo deriva dal termine dialettale milanese melgasc, il gambo secco del granturco rimasto nei campi dopo la raccolta: un riferimento diretto al paesaggio agricolo che fino ai primi decenni del Novecento caratterizzava l’intera zona.
La presenza della Melgasciada è documentata con certezza a partire dal 1721, quando compare nel Catasto Teresiano come “osteria”. Successivamente appartenne al conte Paolo Marliani e, dal 1793, alla famiglia Cicogna, che la mantenne per gran parte dell’Ottocento. L’edificio conservò sempre una curiosa posizione leggermente disallineata rispetto al tracciato stradale, segno della sua antica origine e della successiva rettifica delle vie di accesso al borgo.
Il cascinale con osteria era un edificio a pianta a L, composto da un piano terra e da un primo piano, situato lungo il torrente Nirone, che un tempo giungeva fino a Milano. In epoca romana il corso d’acqua fu deviato nel fossato difensivo insieme al fiume Seveso.
In origine un ponticello consentiva l’accesso all’osteria; in seguito, probabilmente agli inizi del Novecento, il torrente venne intubato e scomparve alla vista. Nelle fotografie giunte fino a noi, infatti, non si riscontra più la presenza del corso d’acqua.
Oltre la strada d’accesso e un’ampia aia posta a ponente, scorreva un secondo corso d’acqua, in questo caso artificiale: il fontanile del Cagadinari o Cagadenari. Pochi metri prima, esso superava il torrente tramite un piccolo acquedotto in cotto, a forma di ponte.
La fitta boscaglia che caratterizzava la zona si estendeva verso Rho, andando a formare il celebre Bosco della Merlata.


Nel corso dei secoli, la Melgasciada divenne celebre non solo come osteria “fuori porta”, meta privilegiata delle scampagnate domenicali dei milanesi — famosi, fra l’altro, i suoi piatti a base di asparagi — ma soprattutto per la fitta trama di leggende che la avvolgevano. La tradizione popolare la collegava infatti ai celebri briganti cinquecenteschi Battista Scorlino e Giacomo Legorino, attivi nei vasti Boschi della Merlata, un’enorme area boschiva che si estendeva da Arese fino alle porte occidentali di Milano.
Secondo la leggenda, l’osteria sarebbe stata una delle basi della loro banda e il luogo in cui i due avrebbero nascosto un tesoro. Questa memoria fu rafforzata nel Settecento dalla presenza di due affreschi di gusto popolare sulle pareti dell’edificio: il primo raffigurava un’aggressione ai danni di un viandante, il secondo — datato 1793 — mostrava due banditi nell’atto di incrociare i tromboni in segno di giuramento, accompagnati dalla scritta: “Giuriamo di tradirci mai più”. Un’ulteriore iscrizione evocava la presenza della “testa della mula” posta dai briganti, alimentando per secoli l’immaginario collettivo. Anche il nome del fontanile Cagadenari contribuì a rafforzare l’idea di ricchezze nascoste.


La storia documentata dei due briganti, catturati insieme a numerosi complici e giustiziati nel maggio del 1566 dopo un processo sommario e un supplizio terribile, è attestata da fonti settecentesche e conferma quanto il brigantaggio fosse una piaga reale e temuta nel territorio milanese dell’epoca. Tuttavia, tra storia e mito, la Melgasciada rimase per lungo tempo un luogo sospeso fra realtà e leggenda.
Nel Novecento, nonostante l’avanzare dell’urbanizzazione e i profondi cambiamenti sociali — testimoniati anche dall’arrivo di numerose famiglie meridionali negli anni Sessanta — la Melgasciada continuò a essere un punto di riferimento per il quartiere. Tuttavia, dopo l’acquisto da parte del Comune di Milano e un periodo di abbandono, si decise di sacrificarla per fare spazio a nuove infrastrutture e servizi.



La sera del 21 luglio 1959, secondo le cronache, ignoti si introdussero nell’edificio devastandone pareti e pavimenti alla ricerca del leggendario tesoro. Il giorno seguente ebbe luogo la demolizione definitiva del cascinale, che in poche ore pose fine a una storia lunga oltre quattro secoli. Del tesoro non emersero prove certe: secondo alcune voci sarebbero state trovate monete d’oro, secondo altre soltanto ossa, lasciando ancora una volta la vicenda sospesa tra realtà e fantasia.
Negli anni successivi sorsero prima l’asilo nido (intorno al 1961) e poi, negli anni a seguire, la scuola elementare. Oggi non rimane traccia visibile della Melgasciada: un luogo che fu cascina, osteria, covo leggendario di briganti, è diventato uno spazio di studio, incontro e crescita per i bambini del quartiere. Un destino emblematico della Milano che cambia, ma che, attraverso la memoria storica, continua a raccontare se stessa.
Di seguito la situazione com’era e com’è o com’è e come poteva essere se la cascina fosse rimasta in alcune nostre ricostruzioni.






Come dicevamo, l’area ceduta al Comune di Milano, venne man mano occupata dai nuovi insediamenti scolastici che il Comune realizzò per l’arrivo di nuova popolazione nel quartiere di Piazza Pompeo Castelli, del quartiere Varesina e della vecchia Villapizzone.
Il grande architetto Arrigo Arrighetti (che fra l’altro ha firmato edifici fondamentali negli anni ‘50 e ‘60 come Sormani, Piscina Solari e l’incredibile San Giovanni Bono) progettò la Scuola Primaria e Scuola Secondaria di I Grado di via Console Marcello 9, la Scuola d’Infanzia Console Marcello 7 dalla forma circolare, e la Biblioteca Villapizzone inaugurata il 31 maggio 1961.

Purtroppo la Biblioteca Villapizzone oggi ha perso molto del suo fascino architettonico anche perché imbruttita da scritte vandaliche, da disegni del Comune proposti anni fa per contrastare il vandalismo e così i mattoni, imbrattati, han perso significato, riducendo l’architettura elegante e un po’ ricercata di Arrighetti ad un banale capannone.
L’edificio segue una configurazione Yin-Yang ed è costituito da due muri bassi a forma di L con angoli smussi, sormontati da finestre continue e da un tetto che pare sospeso. Queste due pareti si incontrano in corrispondenza dei due ingressi vetrati, uno verso la strada (con ingresso principale) e uno verso il giardino recintato.


Anche l’edificio per la Scuola Materna Comunale di via Console Marcello 7, venne realizzato nel 1961sempre da Arrighetti. Qui l’architettura di Arrighetti ha escogitato la forma circolare posta al centro di un giardinetto recintato. Anche in questo caso, forse, ci vorrebbe un po’ più di rispetto per il luogo, visto che il porticato secondario è utilizzato come deposito.




Altro discorso per il più grande edificio dell’Istituto Comprensivo Console Marcello (Via Console Marcello 9) che è stato recentemente riqualificato. Bellissima la parte che da verso il giardino e il “boschetto”, unica parte che potrebbe corrispondere all’area alberata che si vede nelle foto d’epoca della cascina Melgasciada, che si trovava esattamente al posto della scuola. Ultima nota: lungo la cancellata lato via Mantegazza, vi era un fitto filare d’alberi che è stato decimato tra il 2023 e il 2024.







Oggi via Paolo Mantegazza, che ricalca un’antica strada di Villapizzone e partendo da via Cesare Ajraghi piega a gomito prima a destra poi a sinistra verso piazza Villapizzone attraversando via Console Marcello, ha ancora parte dei vecchi edifici che han visto la presenza della cascina. Nella nostra ricostruzione si vede bene dove la via Mantegazza piega a gomito dove oggi c’è il garage e dove all’epoca vi era l’ingresso all’osteria. In questo punto a destra della via correva il torrente Nirone e a sinistra il fontanile Cagadinari.







- Referenze immagini: Roberto Arsuffi,
- Le foto d’epoca sono immagini diffuse in rete e pertanto non di nostro possesso. Non si conosce autore e proprietario, a meno che non sia riportato sulla foto con watermark, che in quel caso noi segnaliamo. Se le immagini hanno il nostro watermark (logo Urbanfile) sono state elaborate da noi. Le foto antiche sono state ricolorate e migliorate con l’aiuto dell’AI.
- Fotne: Francesco Liuzzi, Storia di Milano, StoriadiMilano.it, www.ilcielosumilano.it di Roberto Schena, Milano. La città dei 70 borghi di Roberto Schena, Pure Milano Photo Project – Sosthen Hennekam
- Villapizzone, Via Paolo Mantegazza, via Cesare Ajraghi, piazza Villapizzone, via Console Marcello, Biblioteca Villapizzone, Arrigo Arrighetti, Architettura, Storia, Cagnola