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Il baluardo di Euplio

In un nostro recente articolo (Il sepolcro di Euplio) abbiamo trattato della cripta dove la tradizione vuole fosse stato rinchiuso il co-patrono di Catania, appartenuta alla chiesa extra moeniaa lui dedicata.
Chiesa di Sant’Euplio Fuori le Mura.

Il lettore più preparato sa bene che quando l’intitolazione “fuori le mura” accompagna il titolo di una chiesa, è perché viene reso un necessario distinguo con la sua controparte “dentro le mura”, pertanto, se abbiamo fin qui chiamato la chiesa di Sant’Euplio (sostituita poi dalla omonima parrocchia eretta su progetto dell’architetto Leone il 21 giugno 1964, inaugurata da monsignor Bentivoglio, dove tra l’altro si conserva una preziosa statua rappresentante il Santo e datata al Cinquecento, risparmiata dal bombardamento alleato) extra moenia, è sottinteso che esistette pure una chiesa di Sant’Eupliointra moenia.

Questo nostro contributo vuole essere un tentativo per poter avanzare qualche ipotesi per una corretta localizzazione. Per farlo bisognerà tenere conto degli atti del martirio di Euplio.
Euplio, sappiamo, venne imprigionato – la tradizione identifica la cripta di cui sopra quale sua prigione – il 29 aprile del 304 e, dopo più di tre mesi, condotto nella piazza cittadina per un secondo processo, stavolta pubblico. Accusato di spergiuro nei confronti degli déi e delle leggi, venne condannato alla decapitazione in loco. L’esecuzione, avvenuta sotto gli occhi dei cittadini (tra i presenti si dice vi fosse anche l’allora vescovo, Serapione), fu eseguita a filo di spada su una pietra, detta dei martiri o del supplizio o di Sant’Euplio, che venne in seguito custodita nella chiesetta di Santa Barbara, i cui resti si addossano all’angolo nord-orientale della chiesa di Santa Maria Immacolata ai Minoritelli. Tale pietra andò perduta probabilmente dopo il sisma del 1693.
Ruderi della chiesa di Santa Barbara (XII secolo?).
Il luogo del martirio fu quindi una pubblica piazza, chiamata forum Achellis (Foro di Achille), secondo alcuni perché vi si onorava l’eroe greco con un tempio o una statua dedicatogli, ma nessuna fonte né alcuna scoperta archeologica conforta tale ipotesi. La piazza pubblica, l’antico foro sorto in sostituzione dell’Agorà, la individuò alla fine del Settecento il principe Ignazio Paternò Castello in quello che il popolino e gli eruditi locali vedevano quale bagno de’ tempi antichi, ossia in una serie di ambienti ipogei presso il caseggiato del piano di San Pantaleone. Oggi non siamo in grado di confermare quanto il principe ritenne di aver identificato, tuttavia è piuttosto significativo il sito in cui si trovano le strutture studiate dal dotto mecenate. Qui esisteva un tempo la chiesa di San Giovanni alla Giudecca superiore, a detta del Policastro situata alle spalle della chiesa di Santa Marina (di cui avanza un resto in via Pozzo Mulino) e ricondotta al culto di Euplio nel 1486.

Resti della chiesa di Santa Marina su via Pozzo Mulino. Alle spalle di questa era eretto il tempio dedicato a Euplio.

Come nel caso di Agata, quindi, nel luogo del martirio dovette sorgere un primo luogo di culto al Santo, rinnovato dopo varie vicissitudini in epoche successive. Il tempio più antico, ricorda Maria Stelladoro (Euplio – Euplio martire: dalla tradizione greca manoscritta, 2006) si trovava in contrada Muro Rotto, odierno quartiere di San Cristoforo, non lungi dai ruderi ipotizzati dagli eruditi locali quali i resti di una grandiosa Naumachia. La contrada non era distante dal presunto foro romano del cortile di San Pantaleone, né dalla via Pozzo Mulino, luogo dove per tradizione venne gettato il capo mozzo del Santo. Su questo presunto tempio non sappiamo praticamente nulla, ma possiamo ipotizzarne una data di fondazione tardo-antica, sulla base di alcuni elementi.

La contrada Muro Rotto si trovava al di fuori delle mura medioevali, sorte nel periodo in cui Catania fu capitale, le quali isolavano dalla città i ruderi del passato non difendibili e ormai decadenti (a nord accadeva per l’Anfiteatro, a sud per gli stadi, a ovest per edifici ritenuti templi – l’Arcora e il presunto tempio di Cerere – del mondo pagano). Le mura probabilmente seguivano un circuito ormai consolidato da secoli, risalente forse alle aggressioni gote alla città, in epoca tardo-antica. Inutile ricordare che è questo il periodo in cui il re ostrogoto Teodorico concesse ai catanesi la spoliazione dell’Anfiteatro per ricavarne materiale come fosse una cava di pietre: questo elemento indica una sorta di restringimento della città che abbandona gli edifici periferici (e gli edifici per gli spettacoli in età romana lo erano) per concentrarsi nella zona più centrale.

La contrada Muro Rotto in una veduta di Tiburzio Spannocchi.

Alle mura si addossavano i sepolcri della comunità cristiana (abbiamo già parlato dell’origine della contrada Fosse), le quali si sovrapponevano senza soluzione di continuità alle necropoli antiche: a nord con i sepolcri di via dottor Consoli e di via Sant’Euplio, a sud probabilmente nella citata contrada Muro Rotto. A ovest, dov’è oggi piazza Campo Trincerato, in un’area evidentemente risparmiata dalle lave del 1669, si rinvenne il celebre Cippo Carcaci, importante monumento funebre a forma di altare che testimonia la presenza di una necropoli a sud della città in epoca imperiale, non lungi dagli stadi; tuttavia la lava anzidetta ci preclude qualsiasi indagine per stabilire con certezza quale l’interazione tra i vari elementi urbani di quest’area.

Il Cippo Carcaci all’interno del Museo Civico al Castello Ursino.

Il tempio dedicato a Euplio dovette poi decadere, forse con la conquista islamica. Nel IX secolo i re Berberi portarono in Sicilia numerosi nuclei di Ebrei Mori, i quali facevano loro da contabili, tesorieri e notai. A Catania si stabilirono nella zona della Cipriana (la zona dei Greco-Ciprioti?), a nord-ovest, da cui poi in un paio di secoli si spinsero a colonizzare la zona delle mura meridionali, appunto presso il Muro Rotto. Appare dunque evidente che il culto di Euplio dovette subire certamente un trasferimento se non un lungo periodo di interruzione. Una prova della perdita del culto in tale area sta nell’assenza di riferimenti a chiese, in particolare dedicate al Santo, sulle planimetrie più antiche pervenuteci e risalenti al XVI e al XVII secolo. La notizia riportata dal Policastro evidentemente riferisce di una chiesupola considerata non particolarmente importante dai cartografi del tempo, la quale si colloca distante dal tempio originario, sebbene comunque in zona.

L’area dovette prendere il nome dal Santo, se il Bastione che qui sorse alla fine del Cinquecento venne detto di Sant’Euplio. Di questo bastione ne fu progettata la realizzazione a metà del secolo a rinforzare le ormai insufficienti mura aragonesi, ma dal rilievo di Tiburzio Spannocchi appare evidente che non venne ancora completato negli anni successivi. Curioso però che lo Spannocchi lo chiami di S. Polo (da leggersi San Paolo) anziché di S. Euplo. Nel rilievo del Negro del 1610 il bastione sembra essere completo e in forma semiciclica anziché a martello come nel disegno precedente. Il nome è Euplio. Grazie a questo rilievo siamo in grado di stabilire con estrema esattezza dove esso si trovi, nonostante sia del tutto sommerso da quei casalini che costituirono il nascente nucleo di San Cristoforo. Siamo poco più a sud della piazza di Sant’Antonio, della cui chiesa abbiamo già accennato (Terme di Sant’Antonio: tra degrado e possibilità), il medesimo Santo che aveva un altare presso il cinquecentesco tempio di Euplio a nord.

Muro a baionetta del Bastione di Sant’Euplio, lato occidentale (vicolo della Spiga).
Il Bastione è tagliato in due parti dalla via SS. Trinità.
Resti delle mura meridionali (Torre?) a cui si addossava il Bastione nel suo lato occidentale (vicolo della Spiga).
Parete interna del Bastione di Sant’Euplio, lato orientale.
Sebbene se ne conservi una cospicua porzione, l’accesso è negato a causa di un muro di privati.

L’unico accesso al lato orientale del Bastione (la parte meglio conservata del medesimo).
La porticciuola è chiusa da un catenaccio.

 Quindi in zona esistette un tempio dedicato a Sant’Euplio, ma dove? Abbiamo già fatto cenno della scomparsa chiesa di San Giovanni alla Giudecca. Di questa chiesa non abbiamo molte notizie, mentre ci è più nota la chiesa di San Giovanni Battista che si apriva sull’attuale via Giuseppe Garibaldi. Questa, ricorda il Rasà-Napoli, il 25 giugno 1550 e fu insignita dell’Ordine Gerosolimitano dei Cavalieri di Malta, diventando una replica dell’omonimo tempio spedaliero presso la Porta di Sant’Orsola (di essa ne resta solo l’arco su via Cestai). Che fosse una rifondazione della preesistente chiesa medievale? Nel 1548 è testimoniato un violento terremoto a Catania il quale, sebbene non riportò ingenti danni alla popolazione e alle cose, certamente rovinò gli edifici meno robusti (alcuni edifici realizzati a secco crollarono miseramente) e tra questi forse potremmo vedere bene anche il tempio di Sant’Euplio che prima del 1486 fu dedicato a Giovanni. Forse per questo motivo non appare nelle planimetrie del Cinquecento alcun riferimento al Santo. Singolare la presenza di un bastione datato al 1553 poco più ad occidente, dedicato a San Giovanni: che qui esistesse un altro santuario dedicato al Battista a partire dal 1486? Appare improbabile vista piuttosto la presenza del convento di Santa Lucia che fu sede dell’ospedale di San Marco e in seguito anche dell’Università degli Studi al suo interno.

Palazzina della fine degli anni ’70 su via Garibaldi.
Per realizzarla venne distrutta l’antica chiesa di San Giovanni Battista.
Come si può notare dalla foto, la palazzina non ha dimostrato la resistenza della chiesa che sostituisce.

Ma cosa accadde allora? Come sparisce il titolo a San Paolo dal bastione meridionale?

Qui si apre un altro lungo capitolo che cercheremo di riassumere.
Dove il Bastione di Sant’Euplio o di San Paolo (ma curiosamente Filoteo degli Omodei chiama il Santo Opolo, donde si possa ipotizzare un errore da parte dello Spannocchi nello scrivere Polo) incontrava le mura medioevali sul suo lato orientale, sorgeva la chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Qui nel Seicento venne trasferito il culto di Santa Maria dell’Aiuto, dove viene ancora venerata, la quale in precedenza aveva il culto nella chiesa dei Santi Simone e Giuda, non distante dalla attuale sede, nel cortile della Misericordia, oggi un piccolo slargo circondato da casupole che si apre in via Consolato della Seta, alle spalle della chiesa di San Giacomo. Il culto dell’Aiuto era presente a Catania almeno dal 1372 e trovò la nuova sede forse intorno al 1635, quando venne fondata la Congregazione dei Secolari, e ne è certa la presenza il 3 novembre 1641, quando venne portata in processione una riproduzione della Vergine che si reputava miracolosa, proveniente pare dalla chiesa di Santa Marina, la stessa di cui rimane una porzione in via Pozzo Mulino, come ricorda il Rasà-Napoli, e alle cui spalle era ubicata la chiesa di San Giovanni.

Cortile della Misericordia (via Consolato della Seta).
Vi si affacciava la chiesa dell’Aiuto prima del 1635.
Uno dei casalini (case popolari del quartiere operaio) del primo Settecento. Vi si scorgono elementi di riciclo interpretabili quali i resti dell’antica chiesa dell’Aiuto.

Dunque le vicende dei santuari dedicati a Giovanni, a Marina, a Maria dell’Aiuto, a Pietro e Paolo, appaiono fittamente intricati tra essi e con i luoghi della tradizione di Euplio, in un quartiere che appariva nel Medioevo (e ancora nel 1833 per Sebastiano Ittar, e ancora nel 1900 per Giuseppe Rasà-Napoli) ricco di chiese le cui storie sono inevitabilmente intrecciate con la storia generale di Catania, tutto intorno al Bastione che vi si eresse, mai del tutto completato e rovinato dall’eruzione del 1669, oggi del tutto sommerso da quella stessa città che avrebbe dovuto difendere, se mai lo si fosse compiuto. Un baluardo sorto forse con troppo ritardo, ma la cui storia sembra rispecchiare l’animo del quartiere in cui è ubicato, San Cristoforo, un quartiere a metà, mai del tutto cosciente delle storie che lo hanno generato.




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