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Santo Stefano: ovvero sulla comunità greca di Catania

Carlo Crivelli, Santo Stefano (1476).
In un precedente articolo (Un tetto per pregare: la lunga storia della Moschea della Civita) abbiamo sintetizzato brevemente una storia relativa alla poco conosciuta comunità islamica catanese del passato, il cui principale quartiere è stato a lungo ritenuto presso l’odierna Civita.
In tale occasione abbozzavamo anche un riferimento alla comunità greco-ortodossa cittadina che, seppur poco documentata anch’essa, dovette esistere anche dopo la conquista Normanna e la relativa imposizione del culto latino. Con questo nuovo articolo non abbiamo la presunzione di dare un contributo alla ricerca storiografica su Catania, ma vogliamo ancora una volta partire da lontano per accennare ad un evento di – relativa – attualità che, speriamo, non mancherà di suscitare nel lettore una piccola nota di compiacimento.
Il primo culto cristiano in Sicilia si vuole nientemeno che all’apostolo Paolo che giunse sull’Isola con intenti di proselitismo. Un precoce fenomeno si avrebbe a Messina con una lettera – mai riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa – inviata personalmente da Maria ai messinesi (che la venerarono quindi come Madonna della Lettera). A Catania è Berillo a portare, nel lontano 42, il culto.
San Berillo (1736), statua marmorea a coronamento della facciata della Cattedrale.

Poco conosciamo di questa personalità, se non la sua origine da Antiochia e la sua nomina a vescovo da Pietro in persona. Al primo vescovo catanese, in seguito santificato, si dedicò una chiesa e relativo quartiere a Catania, celebre più per notizie poco felici (i quartieri a luci rosse, lo sventramento del ’54, le condizioni disumane presso i campi nomadi spontanei etc.) o per i progetti di risanamento (vedi, tra gli altri, i nostri articoli Corso Sicilia, AAA Verde cercasi e Corso dei Martiri della Libertà, è arrivata l’ultima firma: presto le ruspe in azione) che per la memoria del santo.

Notizie più approfondite ci giungono dal III secolo in poi: nel periodo di massima romanizzazione della città si registra anche un notevole aumento della diffusione del culto. Oltre Agata, la santa patrona della città, emergono Euplio, Everio, Comizio, Serapione, Magno, Secondino e altri. Costoro testimoniano certamente un aumento del numero dei cristiani catanesi.
Il dato archeologico permette l’acquisizione di elementi più precisi a partire dal IV secolo, dopo quindi l’Editto di Costantino che permise il libero culto ai Cristiani. Appartengono a questo periodo le prime tracce certe dell’arte paleocristiana, in particolare le numerose necropoli situate a nord delle mura, nonché l’epigrafe di Iulia Fiorentina, bambina sepolta presso il “sepolcro dei martiri catanesi”, indice diretto della presenza alla fine del IV secolo di un martyrion a Catania.
Epigrafe di Iulia Fiorentina.
Una incognita piuttosto singolare è costituita dal sito archeologico delle Terme della Rotonda. In antico si credette di riconoscervi un pantheon pagano convertito al culto cristiano nel 42 da Pietro, almeno fino alla conferma che le strutture più antiche appartennero a strutture termali (Libertini) e del chiarimento che l’alzato appartenga ad un periodo certamente più tardo di quanto la tradizione non voglia da parte degli studi più recenti. Potrebbe venire messa in dubbio persino l’originaria funzione di chiesa, visti i plausibili confronti planimetrici con altre strutture. L’abitudine di edificare chiese sfruttando le preesistenze termali non si limitò alla Rotonda, ma coinvolse anche altri edifici di culto come la cappella che venne eletta a nuova Cattedrale di città, risalente al VI secolo e ritrovata al di sotto del presbiterio dell’attuale Duomo.
Nel corso del VI secolo il Cristianesimo appare la religione dominante in città, stando anche ai carteggi di Gregorio Magno che – per la tradizione – fondò il monastero di Sanctae MariaeNovalucis presso le mura. L’archeologia può confermare la diffusione del culto grazie alle numerose necropoli attestate per i secoli dal IV al VII. Dai titoli delle chiese più antiche appare evidente la diffusione del culto orientale, nulla di strano essendo la Sicilia ancora fino al 965 un thema bizantino, ancor meno strano considerando poi la presenza dell’Imperatore Costante II a Siracusa nel 668.
La presenza di una Porta Ariana in città, sostituita dalla Porta della Decima, e la figura di Leone II detto il Taumaturgo (celebre iconoclasta) tradiscono una certa presenza di ereticiin Catania i quali dovettero certamente scontrarsi con il detto Leone, figura fortemente ortodossa e rigorosa.
Matteo Desiderato, San Leone taumaturgo che sconfigge il mago Eliodoro (seconda metà del XVIII secolo).

Il culto greco quindi appare dominante e si ipotizza che, nonostante la dominazione degli emiri Musulmani (uno di essi, Ibn al Maklati, residente a Catania) e l’arrivo in massa degli Ebrei di “seconda generazione” (i cosiddetti Mori, in quanto provenienti da paesi medio-orientali o nord-africani), il culto cristiano orientale avesse una notevole linfa vitale anche nel IX e nel X secolo. A riprova di ciò appaiono i nomi dei vescovi Eutimio, Costantino, Antonio, Leone III, Umberto, tutti testimoniati durante la conquista e la successiva riorganizzazione amministrativa islamica.

Un caso anomalo è costituito dalla chiesa del Salvatorello, un edificio a trifoglio identificato quale luogo di culto cristiano, orientato però a nord piuttosto che ad est (diversamente da quanto ci si possa aspettare) e presentando soluzioni tecniche di matrice non cristiana, come le colonne alveolate. Diverse ipotesi collocano variamente la realizzazione dell’edificio al VII-VIII o al IX-X secolo. L’impostazione in pianta ricorda molto da vicino il Triclinium romano, ma l’elevato tradisce soluzioni tecniche decisamente innovative.
Interno della Cappella Bonajuto in una gouche di Jean-Pierre Houel (fine XVIII secolo).


Planimetria dell’edificio (Agnello, L’architettura bizantina in Sicilia).
La crisi del culto greco, per assurdo, avviene solo a seguito della riconquista cristiana avvenuta con i Normanni, gli “uomini del Nord”, che vada piuttosto letta come un tentativo da parte di Roma quale dimostrazione della sua superiorità tra i Patriarcati, in particolare su Bisanzio, rea di aver rifiutato un confronto e aver causato il longevo scisma.
In Sicilia è tangibile una certa intolleranza da parte delle comunità cristiane nei confronti del nuovo invasore, molto più che da parte di quelle islamiche o ebraiche. Il Val Demone appare quello di più difficile gestione, al punto da essere l’unica entità territoriale a mantenere – almeno nominalmente – quelle figure bizantine quali l’archimandrita, il catepano, lo strategoto. Catania era situata entro il confine di detto Vallo, ma qui la diatriba tra i due culti si accese vivacemente al momento della istituzione della nuova diocesi retta da Ansgerio. L’elemento latino fu dunque impostato a Catania quale baluardo del Patriarcato di Roma, mentre ancora nell’entroterra persistevano i retaggi del culto orientale. Un buon compromesso sarebbero stati poi gli ordini eremitici, in particolare quello Benedettino, che accoglievano indistintamente membri delle due forme di culto, latina e greca, assorbendo quest’ultima.
Lapide di fondazione della Cattedrale (latina) di Catania (1094).
In città il culto per Agata giustificò un “sentire comune”, così il tempio principale – originariamente sarebbe dovuto essere dedicato a Maria – fu sede del culto della giovane catanese morta sotto Quinziano. Ma esistevano ancora alcune tracce del culto greco, attestato in modo del tutto inusuale ancora nel XII secolo.
Uno di questi è il controverso tempio di Santo Stefano, demolito nel 1355 per l’ampliamento del convento di San Benedetto ricavato nella casa del conte di Adernò, da quell’anno sede del piccolo convento delle Benedettine. Di questa chiesa, eretta in luogo – si dice – del vetusto tempio di Esculapio (la notizia appare piuttosto inverosimile, vista la natura suburbana dei santuari dedicati al dio della Medicina in antico), rimasero la porta di fronte alla facciata della settecentesca chiesa di San Benedetto, l’altare maggiore e una lapide ricordante data di erezione e mandante. Su questa lapide, secondo la storiografia antica che si appoggia a una certa tradizione che vede tal Arcadio quale costruttore, sarebbe riportata la data di costruzione quale 1° luglio 679. Ad una più attenta analisi moderna (Boschi-Guidoboni 2000) invece si tratterebbe della data bizantina 1° aprile 6679 (dalla Creazione), ossia il 1171, e si tratterebbe della rifondazione da parte di Arcadio. La lapide purtroppo venne distrutta durante il bombardamento alleato del 1943 e di essa conosciamo solo il rilievo che ne fece nel Settecento Vito Maria Amico. Tuttavia, se fosse confermata l’interpretazione odierna, avremmo una serie di dati non trascurabili. Anzitutto la dedica a Stefano protomartire chiarifica un forte legame col culto greco, confermato dal conteggio bizantino degli anni. Questo sarebbe dunque un indice di sopravvivenza della comunità greca anche sotto Guglielmo II, dunque per tutto il periodo normanno della città. La sua centralità, in un sito di estrema importanza per il culto civico (la memoria storica di una via sacra che univa la piazza pubblica con l’acropoli) al punto da attirare nel 1555 l’interesse dei Gesuiti, ma in anni precedenti anche francescani, cassinensi e altri frati minori, fornisce un indizio relativo al peso politico che la comunità cristiano-orientale aveva per la città. Non a caso la patrona di Catania è una martire dei primi secoli, venerata da entrambe le parti religiose. La presenza del culto dell’Odighitria a nord-ovest tempio della Rotonda ad ovest e della vecchia sede della cattedra, la Vetere a nord che ricordiamo subì un notevole declassamento con l’erezione della nuova cattedrale a sud, ci permette di ipotizzare che il quartiere compreso tra le attuali vie Antico Corso, Manzoni, Cappuccini e Teatro Greco fosse a maggioranza greca.

Riproduzione della lapide di fondazione della chiesa di Santo Stefano nella riproduzione dell’Amico.
Vi sarebbe scritto: “Fu (ri)costruita questa divina molto veneranda chiesa del martire, primo negli affanni, e protodiacono Stefano, per opera del sacerdote Arcadio il primo giorno del mese di aprile, nell’anno 6679” (Boschi-Guidoboni 2001).
Facciata della Badia piccola. Sorge sui resti del Santo Stefano.

Nel 1239 inizia la costruzione del maniero federiciano di cui abbiamo in parte avuto modo di trattare in precedenza. Sulla faccia della torre delle bandiere (nord-ovest) vi è realizzato a mosaico, oltre ai menorah ebraici, il segno della croce nel cerchio con quattro punti nei quadranti. Si tratta della croce solare unita alla croce di Gerusalemme. Analogamente a quanto avviene dal III al VIII secolo riguardo il Cristogramma (impropriamente detta Croce di Costantino e formata dalle lettere greche Χ e Ρ), l’inserimento all’interno del cerchio rappresenta il riconoscimento della natura spirituale del Cristo, a differenza del quadrato che ne denota invece una natura terrena. Il simbolo rilevato dunque apparterrebbe non solo ad una comunità greca operante a Catania nel secondo quarto del XIII secolo, ma potrebbe anche testimoniare il perdurare delle comunità religiose altrove in Sicilia ben documentate sin dal IV secolo.

Decorazioni musive al Castello Ursino: Croce greca e Menorah.

Le testimonianze dei “Greci” di Catania sfumano poi durante il XIV secolo, dopo gli eventi della Guerra del Vespro. Una chiara dimostrazione sta proprio nella detta chiesa di Santo Stefano Protomartire, demolita senza troppi problemi per far spazio alle monache di San Benedetto, pertanto essa dovette già essere abbandonata e forse pericolante. Altre chiese vennero rimaneggiate, adeguate a nuove forme di culto o divennero sede di nuovi ordini religiosi più tipicamente occidentali (Teatini, Agostiniani, Minori etc.). Il caso della Rotonda è piuttosto evidente, con la chiusura del deambulacro settentrionale, l’apertura dell’ingresso a ovest (come più tardi sarà fatto per la chiesa del Salvatorello), l’adattamento ad altare principale del nicchione orientale. La chiesa dell’Odighitria, pur mantenendo il titolo, viene ricostruita in pianta longitudinale poco oltre i ruderi della chiesa originale (distrutta dal sisma del 1169 e anche questa eretta sui ruderi di un antico bagno).

Rudere della chiesa di Santa Maria Odighitria (VI-VII secolo?), oggetto di vandalismi.
Appare evidente che non c’è spazio per il culto greco in quel XIV secolo siciliano, diviso tra le fazioni catalana e latina, entrambe portatrici di culti occidentali. Si può ipotizzare che parte dei chierici orientali si fosse già da tempo adattato alla convivenza entro l’ordine di San Benedetto, il cui protettore Nicola è indubbiamente tra i santi più venerati in Oriente. A questo proposito è bene ricordare quanto il nome Nicola sia particolarmente diffuso nella Sicilia medioevale, sintomo di una discreta resistenza o perlomeno di una lontana eco delle comunità greche. Un caso degno di menzione è la figura leggendaria di Colapisci (Nicola il Pesce), il cui nome è generico volutamente, così che chiunque possa pensarne una veridicità perché tra i tanti che si chiamano in tal modo ce ne può essere stato uno così straordinario da vivere come un pesce, appunto. Inoltre l’aderenza con un nome diffuso permette anche l’identificazione del personaggio con l’intera popolazione, assumendo dunque il ruolo dell’eroe classico che per catarsi assume su di sé le responsabilità dell’Uomo per salvarlo da fine certa.

Colapesce, nel candelabro di sud-est di piazza Università, opera del Lazzaro.

In altri casi le comunità greche riescono a sopravvivere nell’unico modo che dal tempo delle invasioni barbariche conoscono: si rifugiano nelle alture e si isolano in piccoli ambienti poco o per nulla accessibili. Alcuni di questi siti erano già occupati in età bizantina, islamica e normanna, in altre circostanze vengono fondati nuovi casali. Il caso emblematico di Trecastagni, il cui santo protettore è Nicola, sembrerebbe far parte di quest’ultimo caso. Alcuni dei siti che hanno restituito maggiore continuità di esistenza delle locali comunità greche si trovano quindi arroccati, in quello che dovette essere il Val Demone, ossia il territorio di Demenna, ultimo baluardo del potere bizantino durante le conquiste berbere. Qui si trovano magnifici esempi di un’architettura colpevolmente poco studiata e spesso erroneamente interpretata, come il caso della Cuba di Santa Domenica, edificio che tradisce una erezione più tarda a quanto si vorrebbe, la cui pianta appare evidentemente longitudinale piuttosto che centrale.

Chiesa di Santa Domenica a Castiglione di Sicilia (CT). Facciata.
Ma l’edificio che suscita il nostro interesse attuale è la chiesa di Santo Stefano Protomartire di Dagala del Re, un rudere datato dagli storiografi al V-VI secolo o al VII-VIII secolo, in pianta a trifoglio come la chiesa del Salvatorello a Catania, ma con orientamento ad est e priva di colonne alveolate. Questa dunque potrebbe essere precedente all’esempio catanese. Intorno al XIII secolo si dota di un ampio nartece che riprende in parte il gusto delle preesistenze, senza però rispettarne la volumetria. Può essere letto come un tentativo di riappropriazione degli edifici di culto orientale da parte delle comunità Greche? Appaiono pochi significativi dati in tal proposito. Il suo abbandono sarebbe databile al 1284, anno in cui una eruzione dell’Etna distrusse il casale sorto tutto intorno alla chiesa. L’edificio, non più mantenuto e curato, rovinò pietosamente e i suoi ruderi divennero presto un curioso agglomerato di pietre appartenenti ad un grande feudo coltivato, su cui qualche pastore che lo usava come rifugio poteva vederci qualche sparuto ed isolato affresco. Caduto nell’oblio della lottizzazione, il feudo cui appartenne passò a più mani e si trovò ad essere spezzettato e coperto da fabbriche sovente non coerenti. Il rudere appare facente parte di un giardino privato nel corso del XX secolo e solo negli ultimi anni il Comune di Santa Venerina ha nutrito interesse nei confronti di questo importante testimone della storia architettonica del territorio. A gennaio di quest’anno si sono potuti finalmente cumulare i 25 mila euro necessari all’acquisto del terreno e della chiesetta, con l’intento di renderla patrimonio pubblico, creare un parco intorno ai ruderi che vedrebbero nell’acquisto il recupero del documento storico (Dagala del Re, si recupera un pezzo di Storia).
Sezioni E-O e N-S della chiesa di Santo Stefano a Dagala del Re (CT) con ipotesi di ricostruzione. I rilievi sono del Lojacono (1960).
I ruderi della chiesetta bizantina come si presentano oggi (2013).

Il nostro pensiero vola rapido ai ruderi della chiesa paleocristiana di San Giovanni presso Palagonia, fino a non troppo tempo fa costretto alla spoliazione da parte di anonimi, ma oggi amorevolmente custodito e accessibile mediante un giardino privato ben tenuto. Sarà tardivo, sarà solo parziale e purtroppo incompleto, ma il recupero della memoria bizantina della Sicilia appare in crescendo.


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Per maggiori approfondimenti sulla Cuba di Santo Stefano a Dagala si rimanda all’articolo La cella trichora di Santo Stefano e l’antico eremo di Dagala del Re, di Giovanni Vecchio.




Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com


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