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Alla scoperta della “città proibita”

Come ogni anno, l’ultimo weekend di marzo, in 700 città d’Italia, si è svolta la Giornata FAI di Primavera.  A Piacenza l’iniziativa si è incentrata sul tema del “concetto sociale di piazza“, consentendo alla cittadinanza l’accesso ad importanti strutture di proprietà militare e demaniale situate nell’area nord del centro storico, prospicienti le Piazze Cittadella e l’attigua Casali.  In particolare, si sono aperte le porte della degradata ex Chiesa del Carmine, delle ex Scuderie Ducali e di una parte, attualmente in mano ai militari, dell’immenso complesso di San Sisto.  
I testi che seguono sono a cura del FAI, dei ragazzi del Liceo Colombini di Piacenza e dell’architetto Marcello Spigaroli.

Inquadramento territoriale delle strutture rese visitabili

Ex Chiesa del Carmine  

La Chiesa di Santa Maria del Carmine, o del Carmelo, deriva la propria intitolazione dal termine spagnolo Carmine, in ebraico Karmel, Carmelo, che significa giardino fiorito, essendo il Karmel uno dei più rigogliosi monti di Israele, sul quale il profeta Elia, che qui si era ritirato a condurre vita monastica nel IX sec. a. C., ebbe visione della Beata Vergine Maria.
Nel XII sec. d. C., sull’esempio del profeta, un gruppo di monaci cristiani si ritirò sul monte, dando vita all’Ordine mendicante del “Carmelo”.  Emigrati in Europa, i Carmelitani si stabilirono a Piacenza nel 1270, in prossimità dell’area dove, nel 1334, si iniziò a erigere il nuovo e importante complesso religioso del “Carmine”.  L’importanza di questa chiesa è testimoniata dal fatto che vi si celebrarono ben tre Capitoli Generali dell’Ordine.  Nell’ultimo, quello del 1575, si osteggiò la riforma proposta da Santa Tersa d’Avila, che auspicava il ritorno all’austerità delle origini.

Facciata principale, in stile barocco, prospiciente via Borghetto

La Chiesa fu edificata nel 1334, in un periodo di grande prosperità economica, che portò ad innalzare ovunque opere pubbliche imponenti tra cui il Palazzo Gotico, le chiese di San Francesco, Sant’Anna e San Lorenzo, oltre al Portico del Paradiso.

Piazza Casali: Chiesa del Carmine ed ex Casa del Mutilato (arch. Alfredo Soressi, 1941)

Lo stile era quello del tempo, il Gotico, che in Italia si presentava temperato, cioè moderato, nelle planimetrie e nell’apparato decorativo esterno, dalle esigenze di decorosa povertà degli ordini monastici mendicanti.  Il Gotico nostrano, perciò, continuava la tradizione romanica medievale, adottando, come elemento di modernità, l’arco acuto o ogivale, senza però lo slancio verticale delle costruzioni d’oltralpe e senza l’utilizzo di ampie vetrate policrome come, ad esempio, nella contemporanea Cattedrale di Notre Dame de Paris.

La chiesa era sorta con pianta a croce latina, non più riconoscibile però all’interno, che risulta ora rettangolare o basilicale, con il corpo longitudinale (PIEDICROCE), diviso in tre navate, mentre ne era presente una sola nel transetto.

Era stata progettata secondo le regole della GEOMETRIA SACRA (tipica dell’architettura cistercense), cosiddetta in quanto applica i numeri, le misure e le forme presenti nei Testi Sacri alla costruzione di chiese e monasteri.  Le campate della navata centrale, che è larga il doppio delle laterali, hanno perciò pianta quadrata, come quella della Gerusalemme celeste, la città di Dio, descritta dall’evangelista Giovanni nell’Apocalisse.  Tutte le campate sono coperte da volta a crociera archiacute costolonate, sorrette da massicci pilastri, in origine cilindrici, “fasciati” nel Seicento con l’intonaco e trasformati in parallelepipedi.  Altre trasformazioni secentesche interessano gli archi ogivali gotici, mascherati da quelli classici a tutto sesto con sottomurazioni.  La facciata barocca del 1699, in origine si presentava in stile romanico-gotico come quella duecentesca di San Francesco a Bologna.  

Ex Scuderie Ducali

All’interno della zona militare, tra il complesso di Palazzo Farnese/Cittadella Viscontea e San Sisto, si trova la scuderia voluta da Maria Luigia d’Austria, costruita sull’area dell’antico teatro dei Farnese.  Il teatro, inaugurato nel 1583 e costruito probabilmente su progetto dell’architetto Bibiena, poteva contenere fino a 1600 spettatori e non era destinato esclusivamente agli spettacoli per la corte; il duca poteva però raggiungerlo mediante un camminamento soprelevato che lo univa alla rocca trecentesca. Ne abbiamo notizia da alcune cronache o da incisioni, dedicate però soprattutto a Palazzo Farnese. I recenti rilievi del Politecnico di Piacenza hanno potuto ricostruire le misure reali del teatro. 
Alle spalle del teatro sorgeva il Casino dei Virtuosi, che ospitava attori e compagnie teatrali; questo e il camminamento resistettero all’incendio del 1798 che distrusse totalmente il teatro, costruito prevalentemente in legno.  Fino al 1832 l’area del teatro fu utilizzata per spettacoli all’aperto, mentre, dal 1845, veniva edificato il Teatro municipale. Su quest’area, Maria Luigia fece realizzare le sue scuderie; il Casino dei Virtuosi viene destinato a residenza degli scudieri. Altri edifici nella zona furono edificati venti o trent’anni dopo.
ex Scuderie Ducali, facciata
Le scuderie si presentano come un’aula a tre navate, su colonne di granito, con nicchie per ospitare le teste dei cavalli e bacili di marmo per abbeverarli. I tre arconi esterni, sulla piazza, servivano come accesso alle stalle; i duchi da lì potevano accedere al camminamento per rientrare a palazzo. Il collegamento rimase in piedi fino all’Unità, per poi essere demolito.

Complesso di San Sisto

La fondazione della basilica di San Sisto è legata ad un antico monastero benedettino femminile, che fu fondato fra l’852 e l’874 grazie all’intervento di Engelberga d’Alsazia, moglie dell’imperatore Ludovico II.  Le monache furono successivamente sostituite da monaci benedettini provenienti da Polirone, presso Mantova, nel 1129.  Il XV ed il XVI secolo segnano un periodo di rinascita per il monastero: nel 1424 viene inserito nella Congregazione di Santa Giustina di Padova fondata da Ludovico Barbo nel 1409 con l’obiettivo di riformare e dare nuovo slancio agli antichi monasteri seguendo la regola di San Benedetto.  Verso la fine del XVIII secolo il complesso viene sempre più frequentemente occupato da truppe e milizie francesi.  Tra il 1809 ed il 1810 il monastero viene soppresso per essere trasformato in caserma, funzione a cui assolve tutt’ora ospitando i militari del Secondo Reggimento Pontieri.






Il periodo di rinascita e di splendore che vive il monastero tra il XV ed il XVI secolo è enfatizzato dalle mirabili opere d’arte che vengono realizzate per arricchire il patrimonio della chiesa.  Verso il 1510 i monaci di San Sisto commissionano a Raffaello Sanzio la “Madonna Sistina“, ora conservata al museo di Dresda perché venduta dai monaci nel XVIII secolo.  Opera divenuta molto nota grazie al particolare, alla base del quadro, che ritrae due cherubini assorti, immagine ripresa in tempi recenti da Elio Fiorucci per la sua linea di moda.

Il XV secolo vede quindi l’inizio di una nuova fase sia per la chiesa che per il monastero di San Sisto, che vengono sottoposti ad interventi architettonici mirati all’ammodernamento del complesso che si protrarranno fino alla seconda metà del XVI secolo.  I lavori vengono affidati all’architetto piacentino Alessio Tramello, vissuto a cavallo tra il XV ed il XVI secolo, formatosi alla scuola bramantesca, e autore, fra gli altri, della chiesa e del monastero di San Sepolcro e della chiesa di Santa Maria di Campagna, entrambe a Piacenza.









Riedificato in chiave rinascimentale, il monastero, è caratterizzato dalla tipologia “basilicale”: un corpo centrale dell’altezza di otto metri garantisce l’ingresso della luce dall’alto, mentre due laterali di minori dimensioni ospitano le celle monastiche che si affacciano sul chiostro scandito da volte a crociera sostenute da colonne in granito.  Questa tipologia, molto funzionale, permette di sfruttare al meglio sia lo spazio che la luce diurna.  All’epoca infatti non era possibile illuminare i grandi spazi chiusi con la facilità con cui riusciamo a farlo oggi.

I chiostri sono camminamenti coperti sostenuti da colonne che permettono di attraversare l’intero complesso al riparo dalle intemperie.






Svetta sul chiostro del cortile centrale, il campanile della chiesa, anch’esso opera del Tramello, di chiaro gusto rinascimentale e di richiamo bramantesco, grazie all’inserimento di lesene su due livelli differenti, sormontate da capitelli in pietra chiara.  Nella fascia centrale sono collocate due formelle con cornici in cotto in cui troviamo l’inserimento del rombo nel quadrato e del cerchio nel rombo, elemento usato dal Tramello anche negli appartamenti dell’Abate della chiesa si San Sepolcro a Piacenza.






La proporzione e l’armonia delle forme caratterizzano i prospetti del chiostro:  i portici al livello inferiore, con volte a crociera dell’altezza di sei metri sostenute da colonne in granito con capitello ionico; il livello superiore scandito da lesene con capitello corinzio ed ingentilito da aperture incorniciate da elementi decorativi a linea spezzata e sormontate da una trabeazione curvilinea.







L’intero monastero si presenta come una “città nella città”, autonomo ed autosufficiente grazie alle rendite ed ai prodotti derivati dai grandi orti che si estendevano fino alle mura cittadine.  Oggi questi spazi sono occupati da fabbricati usati come lavoratori dai Pontieri.
La seguente planimetria, risalente alla fine del XVIII secolo, mostra come doveva presentarsi l’abbazia in quell’epoca.  Notiamo che la struttura è rimasta sostanzialmente invariata a parte alcuni edifici aggiunti nel XIX secolo lungo il lato ovest.
Questa planimetria probabilmente è stata realizzata per conoscere gli spazi del monastero in vista di un insediamento militare.
Perché vengono occupati e poi espropriati proprio i monasteri, o a volte gli ospedali, e non altre strutture?

I monasteri si presentavano come la tipologia più adatta ad essere trasformata in caserma:
  • erano circondati da mura perimetrali;
  • contavano ampi spazi aperti e aree verdi utili sia per le esercitazioni militari, per le adunate di cavalli e mezzi, che come spazi di futura espansione;
  • gli ambienti interni presentavano un assetto distributivo molto funzionale;
  • nel caso specifico del monastero di San Sisto, ha giocato un ruolo fondamentale anche la posizione strategica del complesso, situato nel comparto nord della città, vicino ai collegamenti per tutta l’Italia settentrionale e a poca distanza dal fiume Po.






Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com


One thought on “Alla scoperta della “città proibita”

  1. Valentina Di Cuori

    Ciao! Trovo molto interessante questo blog, io sono una studentessa della facoltà di architettura di Napoli e sto facendo delle ricerche storiche sulla città di Piacenza, per capire la sua stratificazione storica e come si è arrivati all'attuale impianto morfologico. Non essendo della zona, sapreste consigliarmi qualche testo o qualche link da cui attingere più info possibili? Grazie in anticipo!

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