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Milano | Duomo – Ricostruire il Salone delle Cariatidi?

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Lo storico palazzo, prima Ducale e poi Reale, seguì le sorti di Milano, com’è logico, e una volta arrivati gli austriaci al governo della città anche il palazzo divenne loro. Così iniziarono i lavori per un rinnovo totale del vetusto edificio che oramai era un brutto mix tra il gotico e il barocco (sistemato durante il periodo spagnolo). I lavori iniziano ufficialmente nel 1773 sotto la direzione di Giuseppe Piermarini, affiancato da Leopold Pollack inviato da Vienna per controllare le spese e per diventarne l’allievo.

Anche all’interno il palazzo subì molte trasformazioni che portarono ad una distribuzione dei locali rimasta in seguito quasi invariata fino ai giorni nostri. L’impresa di maggiore portata è indubbiamente rappresentata dalla famosa Sala delle Cariatidi, così chiamata per le 40 cariatidi realizzate da Gaetano Callani creata al posto del teatro distrutto più volte da incendi e sostituito dal nuovo Teatro alla Scala.

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Durante i guasti bellici non solo le cariatidi subirono gravi danni, ma si perse anche un bell’affresco.

Francesco Hayez: L’Apoteosi di Ferdinando I°, 1838. L’affresco grandissimo, già sul soffitto del Salone delle Cariatidi, è andato perduto con il crollo della volta nell’agosto 1943. Va ricordata una curiosa coincidenza storica: l’opera, esaltante la Casa di Asburgo, perse per distacco naturale un importante frammento nella parte centrale nella notte del 4 novembre 1918, quella stessa cioè in cui si firmava, a Villa Giusti, la capitolazione dell’Austria, la cui potenza passata questo affresco doveva celebrare quando fu eseguito.

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Lo stato del Salone delle Cariatidi dopo i bombardamenti del 1943. Si possono osservare come le sculture e stucchi non erano molto rovinati

Lo stato del Salone delle Cariatidi dopo i bombardamenti del 1943. Si possono osservare come le sculture e stucchi non fossero molto rovinati

Lo stato del Salone delle Cariatidi dopo i bombardamenti del 1943

Lo stato del Salone delle Cariatidi dopo i bombardamenti del 1943

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Perché abbiamo rivangato l’argomento della Sala delle Cariatidi? Perché abbiamo visto le immagini di come a Berlino (così come a Dresda, Francoforte, Varsavia e in altre città europee) ai guasti della Seconda Guerra Mondiale, dopo più di 71 anni, si stia ponendo rimedio e si stia ricostruendo quello che è andato perso del tutto o in parte.

In Italia pare sia un tabù ricostruire in stile, ma non per tutto dobbiamo dire, ad esempio: non molti anni fa sono stati ricostruiti, dopo un incendio, due teatri uno del 1792 (La Fenice di Venezia) e uno del 1909 (il Petruzzelli di Bari) esattamente com’erano un tempo. A Milano stessa sorte capitò alla Scala che dopo la Guerra fu ricostruita tale e quale in men che non si dica.

Molti sostengono ancora che la Sala delle Cariatidi debba rimanere tale a ricordo della distruzione bellica. Pare proprio che non ci sia la necessità di una sua ricostruzione. Eppure ultimamente si parla della riapertura della cerchia Navigli, ma l’argomento di ricostruzione del grande salone delle feste di Palazzo Reale non viene neanche contemplato, quasi non avesse importanza. Che sia forse perché il Palazzo rappresentava gli odiati governatori austriaci (dopo due secoli ci pare esagerato)?

Guardando alcune immagini dei mesi successivi allo scoperchiamento della sala per il crollo del soffitto, dovuto alle bombe incendiarie, pare che i danni (come avevamo già detto a suo tempo in un nostro articolo) non fossero così catastrofici come ci appaiono oggi. Le statue delle famose cariatidi sono ancora integre o quasi, così come la balaustra e i cornicioni. Poi il fatto che le autorità sino al 1947 non si mossero per restaurare e riparare il palazzo dai danni, permisero agli agenti atmosferici di agire sui gessi delle statue e dei decori indisturbatamente rovinandoli per sempre. Quindi, a nostro parere, più che l’azione della guerra ci pare la testimonianza della “distrazione” delle autorità o della loro negligenza che ha distrutto definitivamente la sala.

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A volte ci domandiamo  come apparirebbe questo salone se tornasse, almeno in parte, ricco e bello come un tempo. Come a Berlino, dove dopo decenni di raccolta firme e di raccolta fondi è stata messa in cantiere la ricostruzione del Castello che fu distrutto in parte dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale e definitivamente demolito dal regime della DDR nel 1950 ma del quale si conservarono alcune decorazioni e statue, oggi ricollocate al loro posto nella facciata ricostruita.

Di seguito tre immagini che mostrano la Sala delle Cariatidi in una scena del film del 1934 “Teresa Confalonieri” dove i protagonisti si incontrano durante un ballo nel Salone delle Cariatidi.

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La sala delle Cariatidi come appare oggi. Su Facebook c’è una ricca pagina che mostra immagini e racconta la storia del Salone delle Cariatidi curata dall’esperto e appassionato Alessandro Fortuna.

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Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


53 thoughts on “Milano | Duomo – Ricostruire il Salone delle Cariatidi?

  1. Claudio K.

    Personalmente sono per il,”com’era e dov’era” (questo era il motto della ricostruzione post 1945) ogni volta che sia possibile.

    So già che le vestali pseudo intellettuali radical chic del “falso storico” mi accuseranno di passatismo o addirittura di preferire i nani da giardino (uno mi ha scritto proprio così tempo fa…. pare che nelle loro testoline brainwashate dalle riviste patinate, tra Banksy e i nani da giardino in mezzo non ci sia niente…) ma vorrei ricordare a lor signori che se i nostri nonni l’avessero pensata come loro,N oggi non avremmo né la Scala, né la Galleria, né il Castello Sforzesco, e mancherebbe perfino qualche guglia del Duomo.

    Per non parlare dell’Abbazia di Montecassino, del Ponte Coperto di Pavia, di Ponte Vecchio a Firenze………………

    1. Urban

      Io sarei per una ricostruzione filologica degli interni, stiamo parlando comunque di arredi e decorazioni in gesso di artigianato artistico e il rischio del falso in stile è più limitato. Comunque ero già consapevole che i maggiori danni fossero dovuti all’incuria post bombardamenti, anche perché in città si colse l’occasione da parte di privati e enti pubblici di liberarsi dell’incomodo da restaurare preferendo la speculazione fondiaria e aiutando fisicamente i crolli. Si aggiunge l’ostilità degli architetti del periodo per l’Ottocento e la continuità culturale dei medesimi a favore degli sventramenti urbanistici e l’isolamento dei monumenti “meritevoli. Eviterei assolutamente idiozie XXI secolo o altre iniziative di adeguamento che ormai stanno cancellando anche l’architettura maggiore del dopoguerra proprio a Milano.

  2. robertoq

    Il Palazzo Reale dopo il ’43 è rimasto esposto alle intemperie senza uno straccio di copertura provvisoria volontariamente. E – ovviamente – non per odio verso gli Austriaci ma verso i Savoia, per motivi penso ben noti a tutti.

    Dopo la guerra ci fu l’esposizione di Picasso del 1953 che fu talmente vertiginosa che si decise di non restaurare la sala https://labrouge.files.wordpress.com/2012/09/picasso-a-milano-visitatori-alla-mostra-di-picasso-la-guernica-nel-1953-a-milano-in-sala-delle-cariatidi-rossella-farinotti-labrouge.jpg
    E francamente vedendo le foto del tempo io penso fu la decisione giusta.

    Comunque adesso la Sala delle Cariatidi non è più come nel 1953 e i tempi son pure cambiati, quindi un restauro ulteriore ci può anche stare, magari cercando di evitare di passare dallo stile “radical chic” a quello “arricchito russo” tutto di un botto.
    A me personalmente, una versione da XXI Secolo delle Cariatidi piacerebbe di più della (temo) stucchevole copia di quelle del 700.

    1. Claudio K.

      Guarda che le statue sono ancora lì…. sono da restaurare, non da rifare.

      Il restauro integrativo si è sempre fatto, con le dovute cautele, e non si capisce perché adesso, e solo in Italia, improvvisamente non si può più fare perché non è chic.

      Secondo me la vetta dell’assurdo in questo atteggiamento la si è toccata con il restauro della Fontana delle Quattro Stagioni a Citylife. È degli anni 20, ha meno di 100 anni e quindi non si può definire “antica” nemmeno secondo il criterio più stringente.

      Eppure si è scelto di lasciare le dita mozzate alle statue, i medaglioni sbrecciati, gli angoli smangiati. L’impressione è quella di un monumento già deteriorato nonostante il restauro. Ma che senso ha? E nelle altre nazioni sono tutti scemi o tutti super cafoni, che fanno i restauri integrativi e ricostruttivi?

      In Giappone i templi shintoisti sono di legno e da secoli e secoli (in alcuni casi millenni) vengono ricostruiti ex novo periodicamente da capo a piedi con legno nuovo, assolautamente identici, e nessuno si sogna di dire che non sono antichi.

      Questa idea che un monumento è “antico” solo se ogni singolo pezzo di pietra è antico è figlio del materialismo occidentale.

      “Falso” per me è “alla maniera di”, in stile, qualcosa ideato oggi ma con uno stile che appartiene al passato. Ma quando abbiamo informazioni sufficienti per sapere ESATTAMENTE come era fatto un monumento e siamo in grado di ripristinarlo, non parlerei proprio di falso.

      PS: alla lista dei monumenti che non avremmo oggi se all’epoca avesse dominato questo assurdo formalismo, dimenticavo di aggiungere il campanile di San Marco a Venezia, crollato e ricostruito ai primi del 900.

      1. robertoq

        L’idea non era rifare le statue moderne ma restaurare la sala delle cariatidi con un occhio al fatto che siam nel XXI secolo – non e’ rocket science… si fa comunemente!

        Ma mi va bene anche il ripristino tale e quale e paro paro. Credo sia il gusto dominante e in fondo e’ Trump il Presidente degli US! 🙂

  3. antonio

    IO lo rifarei Uguale. Era un salone unico e non ce ne sono altri a ricordare il passato asburgico.
    sarebbe un bell’esercizio di stile per gli artigiani della Brianza.
    Per le versioni moderne ci sono i palazzi moderni.. e di quelli ce n’è in abbondanza.
    Milano deve recuperare un po’ di memoria storica Quella gli manca.
    Esempi di restaurazione originale ce ne sono:
    La Villa reale di Monza e la camera D’ambra in Russia ricostruita com’era dopo la guerra…
    PS L’aggettivo radical chic è così usato che si sta usurando. Tra poco perderà senso… dite Borghesia salottiera.. ma però fuori i nomi. Ciao

  4. Alex

    A me piace così!
    Decadente com’è ha un fascino che non avrebbe altrimenti. E non si tratta di avversione per le ricostruzioni storiche ne desiderio di averlo come simbolo contro le distruzioni della guerra ( o inefficienza politica)
    Con l’illuminazione giusta ha un è un luogo magico.

    1. Franz Josef

      Concordo in pieno! Se possibile, comprendo le ragioni di chi propone un restauro/rifacimento filologicamente corretto, ma d’altro canto le ragioni estetiche di ciascuno non sono necessariamente razionalmente spiegabili.

  5. Dado

    Non c’è niente di piu’ salottiero e rassicurante di un salone asburgico ricostruito in stile, questo è Radical-chic! Ricostruire dov’era e com’era si deve fare, certamente dove ci sono ferite immense: vedi terremoti recenti e dove si ha bisogno di ripristinare i importanti simboli cancellati: vedi Palmira.
    Ma signori miei, parliamo di un salone stucchi e ori, tronfio pomposo, arredato con pessimo gusto tra l’altro. Il mondo non credo abbia bisogno di averne un’altro. L’Europa é tappezzata di cloni di saloni di questo genere, anche Milano non scherza. I nostalgici si vadano a vedere quelli piuttosto.
    Bisogna assolutamente scongiurare la cancellazione totale di quello che resta del salone delle cariatidi, perchè anche se è stato purtroppo già rimaneggiato, cosi’ com’è, evoca ancora fortissime emozioni, come nessun altro ambiente di Milano. Ogni mostra organizzata al suo interno lo testimonia, e molto di piu’ di quanto farebbe il dov’era com’era. Cosi’ com’è parla e racconta una storia, magari allusiva e non filologica, come è stato qui detto, rispettivamente: dell’orrore della guerra, della stupidità umana e della fragilità della bellezza, perchè è quello che dice oggi la collezione di cariatidi consumate e amputate. La vera bellezza della Milano (antica), quella che ti toglie ancora il fiato, è nella sua manifestazione della fragilità e irripetibilità, NON nel solido e ripetitivo monumentalismo/stilismo che ricorda piu’ che altro la bellezza asettica da stand fieristico quale Milano si è trasformata oggi, a partire dal dopoguerra. Domandona: non vi siete ancora stufati della banalità ripetitiva del mondo contemporaneo?

    1. renzo marrucci

      credo sia una posizione assai rispettabile quella di evitare un falsone..oggi siamo nell’epoca dei falsi in molte cose ,,, evitiamo il cattivo gusto che invade laddove una qualità comunque si resta nella sua flagrante realtà. Evitiano idee stupido borghesi di perfezione e di falsità ignorante che rovinano la società e la condizionano con ignoranza in perfetta boria ipocrita.

  6. Thomas Villa

    Abbiamo praticamente la collezione completa dei fogli e dei progetti delle decorazioni in stucco della sala, opera di quel genio di Giocondo Albertolli, pertanto non si tratterebbe nemmeno di falso storico, semmai di portare a termine o di rifare un’opera secondo un progetto che ci è giunto dall’Albertolli.
    Insomma, non sarebbe neppure uno sforzo economico enorme, quanto piuttosto un arricchimento storico e scientifico sui metodi di lavoro di quell’epoca. Manovalanze eccellenti le abbiamo.

    Nota a margine, a Palazzo Morando c’è una mostra sulla milano bombardata. Mi sarei aspettato una attenzione molto maggiore alla perdita della Sala delle Cariatidi, dato che è oggettivamente la perdita artisticamente più grave del bombardamento su Milano nella II GM.
    Forse organizzare una mostra a tema, esponendo magari gli stupendi progetti dell’Albertolli, Traballesi, Knoller, studi di Appiani, bozzetti delle cariatidi di Gaetano Callani e quant’altro potrebbe aiutare a smuovere un po’ le coscienze su questa tematica tanto importante quanto elusa?

    Un piano di mostre ed esibizioni integrato tra Urban center, Palazzo Morando, spettacoli di videomapping all’interno della Sala delle Cariatidi oggi potrebbero essere la chiave di volta per far conoscere ai milanesi cosa avrebbero potuto avere e cosa potrebbero ancora avere..

    1. Anonimo

      Era la proposta di Sgarbi ai tempi del restauro del 2005. Speriamo che non legga questi post altrimenti il suo ego ipertrofico cresce ancora di più.

  7. Dado

    Potrebbero invece ricostruire un clone perfettamente in stile e filologicamente perfetto in un altro luogo di Milano. In un edificio di un’altra epoca sarebbe meglio: magari in un anonimo edificio contemporaneo o del 900. Soprattutto in periferia: meglio ancora!! Il contrasto sarebbe straordinario e molto significativo. Cosi’ i nostalgici sarebbero accontentati e senza asfaltare ulteriormente la bellezza unica dell’attuale salone.

  8. Marina P.

    Era talmente, profondamente kitsch – roba da nouveau riche, nulla a che fare con la tradizionale sobrietà lombarda – che il fatto che sia crollato non mi addolora più di tanto. La mia idea è che sia necessario consolidare e fare un’attenta manutenzione, ad evitare ulteriori danni, ma non buttare tempo e soldi per rifare quelle mediocri statue di stucco e gesso. E i lampadari, poi! Forse qualcuno preferirebbe organizzarci il “ballo delle debuttanti” anziché mostre d’arte contemporanea.

    1. Thomas Villa

      Albertolli, Traballesi, Knoller, Callani, Appiani…tutta questa gente, tra i migliori geni del loro tempo, sarebbero dei cafoni che fanno roba kitsch per nuovi ricchi? Non direi proprio…giudicare da alcune foto in bianco e nero forse non rende molto l’idea, ma era un vero e proprio capolavoro. Un capolavoro di cui sono rimasti i piani ed i progetti originali, per di più, praticamente un progetto esecutivo. Basta solo dare l’ok e tornerebbe sostanzialmente com’era.

    2. wf

      Non so, spesso l’avversione per il kitsch è solo paura provinciale di apparire come origini dal contado e dalla provincia.

      Le grandi città e capitali europee non hanno paura di apparire perché sono consapevoli della loro grandezza e si può dire che tutta Parigi è piena di sale che definire kitsch è riduttivo, come monaco di Baviera gran parte degli schloss, e via girando il mondo. Anche la cappella sistina è il trionfo del kitsch.

      Trovo questo tipo di concezione della sobrietà, vista come paura di apparire provinciali molto cheap (come direbbero in usa) e alla fin fine veramente… provinciale.

      Una grande città non ha paura di osare e a volte anche mettere in scena.
      Altro discorso una piccola città borghese che ha paura dei giudizi del vicino di paese.

      Abbiamo il complesso della Provincia?

      J’accuse les “sine nobilitate”.

      1. Dado

        Se dici he la Cappella Sistina è kitsch forse bisogna ritornare a studiare meglio la materia estetica. Intanto kitsch significa prima di tutto stupido/ridicolo/superficiale. E il kitsch c’è tanto in città quanto in campagna: è tutta una questione di possibilità d’acquisto in tandem con ignoranza: due cose che trovi tanto in città che in provincia. Ma soprattutto, la TUA messa in scena non deve essere stupida, altrimenti è noiosa e ridicola. Fare il clone non è stupido in sé. E’ stupido cancellare un documento storico cosi’ eclatante per rifare uno spazio vuoto e appenderci 300 lampadari stile grand’hotel…Ma perchè fermarsi li’ allora? Richiamino a Milano gli Asburgo o i Savoia, diamo loro le chiavi del palazzo per rendere ancora piu’ fedele la ricostruzione, no?! …ma facciamoli girare in carrozza pero’! La Provincia non è per niente complessata esteticamente, perchè è molto piu’ seria della grande città.

          1. Anonimo

            detto da chi suggerisce di trasformare in bar e food court qualsiasi zona di Milano, è surreale!
            (senza offesa, ovviamente)

        1. Claudio K.

          E daje. Continui a non capire o a far finta di non capire la differenza fra ricostruzione filologica (vera) e imitazione (falsa).

          Per fortuna non eri tu a capo dei restauri della Villa Reale di Monza, tanto per dirne una, o non eri a capo degli ingegneri e architetti che hanno ricostruito da zero il Campanile di San Marco a Venezia nel 1902.

          1. robertoq

            Eppure alla Villa Reale di Monza (il famoso restauro in “project financing” (!!), giusto per la cronaca…) nessuno ha mai pensato di creare repliche del mobilio (che è andato tutto disperso ma era documentato) e se vai al terzo piano trovi le strutture portanti messe a nudo e in alcune stanze ancora i nomi degli sfollati della 2GM scritti sui muri, come memoria di quel che successe li dentro 70 anni fa.
            Per non parlare del piano terra intonacato ed adibito a moderna cafeteria bistrot. (a mio personale parere abbastanza orripilante a differenza del resto del Palazzo che è venuto una meraviglia)

      1. robertoq

        Infatti capirei una battaglia per rifare il Teatro Lirico bello carico e barocco come era prima del 1938 (quando il Podestà di Milano lo rifece in puro stile razionalista).
        E invece…ci incaponiamo sulla Sala delle Cariatidi che bene o male era (o sarebbero potuto essere) un simbolo dell’assurdità della guerra.

        Misteri milanesi ma come si dice, le città hanno un’anima.

        1. wf

          Tra l’altro il rifacimento potrebbe proprio essere l’occasione per in tavolare un discorso sul rifaciemnto storico/epistemologico con un contesto che prende vita. Bello o brutto è l’argomento che si mette sul piatto e sustanzia la discussione.
          tu che volevi fare cultura roberto dovresti esserne contento.
          Perchè nelle città anche i “punti interrogativi” sono necessari e non solo i punti “esclamativi”…
          Buone feste.

  9. antonio

    Sobrietà lombarda quale.? . La spagnola la francese la Austriaca o quella dell’unità d’Italia con i saloni sfarzosi delle banche..
    Kitsch è un’altra parola senza senso. Anche la roma dei Papi era Kitsch?
    Ma va là…

  10. GArBa

    niente discussioni filologiche ma ragioniamo come al solito… chi oggi vede il salone cosa vede? davvero quello che vede lo fa riflettere sulla storia? o, piuttosto, quello che vede gli suscita ribrezzo e l’allontana? e anche ammettendo che si possano creare ambienti che volutamente fanno ribrezzo, è questo il modo, e il posto, per farlo? all’urbanista consicio della natura del suo lavoro, le risposte sono chiare.

    1. Dado

      Ehm , non ho capito granché di questo post: sei favorevole o sfavorevole? Come cosa vede? vede i resti di un salone di 200 anni sotto gli effetti di un bombardamento. Non credo che gli freghi tanto sapere se i gessi sono stati ridotti in quello stato dalle fiamme dell’incendio, o dal crollo di parti, o dagli eventi atmosferici successivi. E’ un monumento e un simbolo. Stop. E certo che lo fa riflettere sulla storia!! Chiediamoci invece cosa vedrà nel caso della ricostruzione che interviene alterando lo spessore simbolico che di fatto ha capitalizzato nel tempo. Non è che bisogna conquistare per forza la medaglia internazionale di bravi replicatori – già lo fanno i cinesi! Un clone lo farebbe riflettere solo sulle maestranze brianzole e su altre tecnicità della manodopera lombarda. E’ venuto bene – è venuto male, troppo nuovo, troppo finto…come fu per la Fenice di Venezia (che andava comunque rifatta identica, quella si’).

      Comunque devo proporre alla Raggi i Fori Imperiali dov’erano e com’erano. E a De Luca, Pompei dov’era e com’era…(altro che giapponesi e russi, giusto per commentare un post piu’ sotto!).

      1. GArBa

        non è un monumento o un simbolo. è una rovina. e, come tentavo di far capire evidentemente senza successo, una rovina deve avere un senso che è poi la sua fruibilità, pena la decadenza. esempio: se il duomo non fosse costantemente restaurato, si trasformerebbe in una rovina anch’esso. questo non si accetta perchè si da la priorità al mantenimento del suo uso come edificio di culto e come elemento dell’assetto urbano. quali diverse motivazioni spingono ad accettare la sala delle cariatidi come rovina? l’essere “vittima” della guerra? e perchè questo dovrebbe avere la precedenza? il duomo e la scala ne furono “vittime” altrettanto ferite e certo più illustri, eppure ricostruite. Ripeto, chi ne fruisce ne ha un beneficio maggiore come rovina, o ne avrebbe un beneficio maggiore come elemento ricostruito? Anche a Pompei, ai fori imperiali, al palazzo di Cnosso… si è ricostruito, non intensivamente, ma comunque si sono rialzate colonne e trabeazioni, allo scopo di favorirne la fruizione. Oppure pensiamo alle case attorno a piazza Navona a Roma, tutte “false” storicamente ma che nell’insieme danno un senso alla piazza stessa.

        1. Dado

          Ti ringrazio del chiarimento, una rovina dici? Con riscaldamento, luce elettrica, un tetto e un programma fitto di mostre al suo interno? Meglio, una rovina decadente? Veramente non mi sembra che gli organizzatori di mostre abbiano avuto mai problemi della serie: ” No nella sala delle cariatidi evitiamo! non allestiamo un bel niente perchè si rischia di danneggiare le opere e fuorviare i visitatori ecc: aspettiamo la ricostruzione e poi ne riparliamo”. Mi sembra invece il contrario: il cuore delle mostre di quell’ala, viene proprio allestito li’ dentro. Nessuno si é mai lamentato delle sue condizioni estetiche.
          Francamene questo della “ricostruzione delle cariatidi” (che già detto cosi fa anche un po’ ridere) mi sembra un campo di battaglia tra due opposte fazioni dove si vuole dare sfoggio di saperla più lunga degli altri, con tanto di sfoggio di teorie economiche, storiche, ecc. A me sembra invece che basterebbe usare il buon senso per capire quale sarebbe la risposta giusta. Tutto qui. E comunque, Duomo, Scala e Galleria avevano una loro funzione primaria (e altamente simbolica) da ristabilire al piu’ presto per risollevare l’animo di una città devastata dalla guerra. La sala delle cariatidi non ce l’ha mai avuta questa funzione primaria per i milanesi. Anzi, forse ha preso ad avere piu’ valore in funzione delle sue condizioni di testimone della guerra. Certo qualche anno fa, dei geni (tra cui anche Sgarbi mi sembra) hanno pensato di ripristinare, a metà, la volta decorata dell’Appiani, alterando il portato estetico della “rovina” come dici tu, cosicché adesso ci troviamo il solito compromesso che non convince piu’ né di qua de di là.

  11. antonio

    No.scusami, il mio post non è filologico. Voleva dire che la parola Kitsch non vuol dire nulla nel concreto.. riferita a questa discussione.
    Io sono per rifare il salone com’era, come lo vollero gli Austriaci. Perché Milano è una città senza memoria.
    Per ricordare la guerra propongo il MONTE STELLA dove sono sepolti i resti della città che fu.
    Condivido il post di Urban e wf.

  12. GR

    E’ una questione oggettivamente difficile. Da un lato mi solletica l’idea di ricostruire un luogo così com’era un tempo, con i suoi arredi e le statue risistemate, cosa molto facile visto che pare abbiamo la fortuna di avere i progetti originali e un ricco archivio fotografico. Dall’altra, va sottolineato come a Milano vi siano pochi luoghi dedicati alla memoria della “città scomparsa”. Spiego meglio: a parte il Monte Stella (di cui oggi in pochi conoscono la vera storia, fidatevi) e qualche rudere qua e là (la casa davanti alle Colonne di San Lorenzo per esempio), sono veramente pochi i luoghi che oggi ricordano la Milano storica. I bombardamenti del 1943 distrussero una parte della città in modo indelebile, e i successivi piani di ricostruzione ne completarono l’opera, proponendo sventramenti ulteriori (come la Racchetta) rimasti per la maggior parte incompiuti, lasciando alcuni luoghi in una specie di limbo (vedere la Milano Romana). A mio avviso, lasciare la Sala così com’è oggi significherebbe lasciare un luogo significativo a ricordo della tragedia che fu la Seconda Guerra Mondiale nel centro di Milano. Un po’ come è stato fatto a Berlino con la Gedächtniskirche, bombardata e mai ricostruita a ricordo dei bombardamenti che distrussero la città. Perchè non venitemi a dire che i pali sforacchiati del tram in piazza Repubblica siano una memoria storica.

    Poi, è chiaro che questa è la mia modesta opinione, e che su alcuni luoghi è stato necessario e doveroso puntare alla ricostruzione in stile “com’era e dov’era” (tematica che si ripropone terribilmente oggi nelle zone terremotate del Centro Italia). Vedremo cosa succederà, visto che la nuova amministrazione del Municipio 1 sta puntando molto sulla riqualificazione del centro, magari metterà mano anche alla Sala, riportandola nelle condizioni originarie.

    1. wf

      Trovo bello questo interesse per la Milano storica.
      Certo che dovremmo definire quale sia la Milano storica.
      Distruggiamo tutto quello che è stato fatto dopo il villaggio celtico perché quello è l’unica Milano veramente storica….
      Ovviamente provocazione che vuole spazzare via dal tavolo la scusa della preservazione della mitica ipotetica Milano originale. Che ognuno si sceglie a piacere suo.

      Ecco allora per essere più onesti dico che a piacere mio sarebbe un colpo formidabile ricostruire la sala con lampadari e stucchi in un progetto di restauro che possa essere studiato dagli esperti di tutto il mondo per far vedere le eccellenze italiane che abbiamo nel campo del restauro appunto, dell’arte, dellebanistica, etc.

      Una volta rifatta si possono allestire mostre dei bombardamenti e mettere a confronto le foto della distruzione con i rifacimenti proprio per mettere al cento del dibattito l’orrore e la memoria della guerra e i suoi sventramenti.

      Non è un gran servizio alla memoria della guerra e delle sue distruzioni quello di lasciare una stanza sciatta e dimenticata alfine mal conosciuta e vista da nessuno…

      Il contrasto della sfarzo del rifacimento permetterà di riflettere sul passato.
      Senza questo c’è solo l’oblio.
      Il peggiore servizi possibile alla memoria stessa.

      Riflettete.
      Ma non parlatemi più di Milano storica.

      Ps.
      Verrebbero a vederla da Tokyo a San Pietroburgo una sala del genere, e scoprirebbero come fu distrutta dalle bombe e ricostruita..
      Dagli usa all’Australia. Questo si chiama fare cultura.

      1. Anonimo

        Mi immagino le folle di Russi di San Pietroburgo che con gli occhi sbarrati ammirano la sala delle Cariatidi che ancora profuma di colla e di vernice ed esclamano quanto è più bella del Palazzo d’Inverno!

        O i Giapponesi che son appena passati da Sans Souci….

        Ci son tutte le ragioni del mondo per volere e supportare un restauro totale e filologico della Sala delle Cariatidi, ma siete sicuri che il turismo internazionale venga a Milano per vedere cose belle facili e rassicurantemente borghesi (che trova ovunque in Europa) e non per vedere contrasti e modernità (che sono il vero DNA di Milano)?

        1. Claudio K.

          Non vorrei contraddirti ma anche contrasti e modernità li trovi ovunque in Europa (e nel mondo), anche in proporzioni (e spesso qualità) ben più abbondanti che a Milano:

          Londra
          Berlino
          Rotterdam
          Barcellona
          Istanbul
          Shanghai
          Singapore
          San Francisco
          New York



          fill the blanks

          1. Anonimo

            Hai citato quasi tutte le principali e vitali città del mondo!
            Tutte città con un mix simile a Milano (o almeno, come sarebbe bello che Milano fosse…), e tutte – ovviamente – con almeno il doppio (se non dieci volte) i turisti che visitano Milano.

            Non so se Rotterdam (che è una aringa rossa nel tuo elenco) ci sia finita per caso o per affetto “lavorativo” (come è per me), ma non dirmi che dopo che è stata rasa al suolo nella 2GM l’han ricostruita in modo filologico!!

      2. Rm

        Per curiosità, tre anni dopo: domenica c’era un gruppo di ragazzi inglesi (credo, dall’accento) nella sala delle Cariatidi, una di loro leggeva da una guida su smartphone e raccontava proprio delle distruzioni belliche intorno all’area del Duomo…

        1. Rm

          Per curiosità, tre anni dopo: domenica c’era un gruppo di ragazzi inglesi (credo, dall’accento) nella sala delle Cariatidi, una di loro leggeva da una guida su smartphone e raccontava proprio delle distruzioni belliche intorno all’area del Duomo…

          1. Rm

            Per curiosità, tre anni dopo: domenica c’era un gruppo di ragazzi inglesi (credo, dall’accento) nella sala delle Cariatidi, una di loro leggeva da una guida su smartphone e raccontava proprio delle distruzioni belliche intorno all’area del Duomo…

  13. antonio

    Rispondo a GR.. e ti sembra normale che uno Città non sappia che sotto il Monte stella ci sono i mattoni, le pietre, le statue della Milano Bombardata?
    Una via Crucis sul Monte stella a ricordo della guerra non sarebbe meglio?
    Piuttosto che uno stanzone con le facce di gesso mangiate dall’incuria e non dalle bombe?

    1. wf

      Scusami ma quando è stato che monte Stella è in competizione con la Sala delle cariatidi?

      Quando farai una petizione per una ricostruzione filologica di monte stella la firmerò..

      Non capisco.

      Ps.
      il ben-altr-ismo non è una argomentazione valida, non con me.
      Abusato come questione dialettico/logica.
      Stiamo sul punto.
      Fa il paio con “non-qui-ma-altrove”.. già discusso.

      Ps.
      se poi vogliamo intavolare una discussione sull’assurdità della dimenticanza (monte stella) posso sicuramente dirti che è PROPRIO figlia dell’atteggiameto sulla sala delle cariatidi, ossia dei veti incrociati (iedeo-stupidi come li definisco) per cui alla fine non si fa NULLA per nessuna cosa, INVECE di sviluppare uan attenzione su UNA cosa (cariatidi) che porta inevitabilmentre ad alzare l’attenzione sul TUTTO (monte stella e altri a venire…)

      Che poi è un meccanismo virtuoso che si parte da una cosa per sveglaire l’interesse assopito del cittadino verso la propria storia remota e recente, che porta poi PURE a rifare monte stella… è una catena., che tu vuoi inconsapevolmente fermare alla nascita (in buona fede).

      Miopia è quella cosa che fa vedere solo da vicino.

      1. Alessandro

        wf secondo me dovremmo tornare a un linguaggio meno filosofico e alto…senno sembra che stai qua a illuminarci della tua saggezza architettonica in preda a deliri artistici verso noi comuni mortali che non comprendiamo la profondità delle riflessioni ….cosa di cui non sentiamo il bisogno 😉 (…senza offesa come qualcun’altro ha detto).

        Io mi limito a commentare che a volte abbiamo ricostruito e abbiamo fatto bene perché la città ci ha guadagnato (anche senza gli esperti di tutto il mondo e le migliori maestranze etc etc come nel caso del castello).
        Quindi sono favorevole a farlo in futuro (come nel caso della cerchia dei navigli). Detto ciò non credo che per vedere un salone da ballo molto bello ma similare a tanti altri in Europa ci sarebbe la fila (quanti vanno a vedere il salone del Tiepolo a Palazzo Clerici? palazzo che fino al completamento di Palazzo Reale servì da residenza per gli arciduchi d’Austria).Se vuoi fare riflessioni sulla guerra e sulla ricostruzione puoi recarti in Galleria, alla Scala a Santa Maria delle Grazie etc etc ( tutto, giustamente, ricostruito dopo i bombardamenti per far tornare Milano quello che era stato). Credo invece che un posto così (così centrale e importante) sia unico a Milano, se opportunamente valorizzato, per ricordare a milanesi e turisti cosa sono stati i bombardamenti per la città (funzione oggi limitata al monte stella).

        1. wf

          Ok.
          Detto terra terra, se lo fai risplendere la gente ci va a frotte…
          Detto questo, il discorso sulla guerra lo puoi fare meglio e bene con il salone ai vecchi fasti.. (con mostre e altro)

          Semplificato?
          😉

          Ps.
          sempre terra terra oggi quella sala non se la caga nessuno… nè turtisti nè milanesi.

          1. Dado

            Per come vedi tu i flussi di turisti e milanesi a Milano ci sono solo il San Siro e laRinascente, che bastano e avanzano. Le frotte di turisti vanno solo agli uffizi o ai musei vaticani dove c’è “tanta roba”. E va bene cosi’.
            ‘Sta benedetta sala delle cariatidi ma chi deve attirare mai? Ma tu credi che ai russi che hanno l’ermitage e musei da capogiro interessa una saletta rifatta in stile? O ai francesi, o ai tedeschi, o agli inglesi? e i giapponesi che si devono fare il tour dell’Italia in 3 giorni, credi che perderanno tempo a passare dalla sala delle cariatidi? Il milanese poi già diserta i posti canonici di Milano non credo che cambi abitudini per qualche stucco dorato in piu’…a menochè… non gli proponi una food-court all’interno…ecco 😉 Come megastore penso sarebbe un successone…tipo “Excelsior Milano” reloaded…musica lounge, salottini…le commesse che ti fanno testare i profumi…flusso garantito 7gg. su 7!

          2. wf

            Ahahaha.
            Dado ma che ti sei fumato?
            ???
            Comunque dado mi hai veramente sbullonato i…
            Senza offesa.
            Lascio per sfinimento.
            Me li hai Piallati so diventato come na bambola…

    2. GR

      Rispondo ad Antonio
      Purtroppo si, non tutti sanno che il Monte Stella è stato fatto con le macerie della città. Ne tantomeno il motivo di quel nome.

  14. Claudio K.

    La cosa positiva è che la provocazione abbia funzionato e sia scaturito un bel dibattito.

    Vorrei solo far sommessamente notare che anche il kitsch, come tutte le categorie estetiche, è transitorio (o transeunte se preferite) e ciò che è kitsch oggi sarà di buon gusto domani, o viceversa.

    Nel ‘600 pensavano che il gotico fosse kitsch e rifacevano l’interno delle cattedrali in stile barocco (ed è sintomatico che in campo estetico l’età del trionfo della scienza e della razionalità debutti col barocco…). Oggi, per lo più, troviamo kitsch il barocco e severo il gotico.

    Domani, chi lo sa. Magari troveranno kitschissimi i grattacieli attorcigliati in forme improbabili di cui oggi andiamo tanto fieri e adoreranno le architetture piccolo-borghesi di fine ‘800. Chi può dirlo.

    A mio parere è nostro dovere ritrasmettere al meglio delle nostre possibilità ai nostri figli e nipoti l’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri padri, punto. Il chiacchiericcio estetico lasciamolo alle riviste patinate.

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