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Milano | Brera – La piccola bomboniera barocca che è la chiesa di San Giuseppe

Recentemente Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo hanno provveduto al restauro delle tele del Santuario di San Giuseppe in via Verdi a Brera.

Gli interventi di restauro, interamente sostenuti da Intesa Sanpaolo, hanno interessato quattro grandi dipinti ad olio del Seicento, realizzati da Giulio Cesare Procaccini (l’Agonia di San Giuseppe), Melchiorre Gherardini, detto “Il Ceranino” (lo Sposalizio della Vergine), Giovanni Stefano Doneda, detto “Il Montalto” (la Predica di San Giovanni Battista) e Andrea Lanzani(la Fuga in Egitto).

La meravigliosa chiesa di San Giuseppe è una delle poche chiese superstiti, a Milano, progettate dal grande architetto Francesco Maria Richini.

Già nel 1568, l’allora Cardinale Carlo Borromeo durante una visita alla piccola chiesa di San Giuseppe, nella contrada degli Andegari, si lamentò per le esigue dimensioni e il vetusto stato dell’antica chiesa di epoca medievale, tanto che da allora si cominciò a parlare di una sua ricostruzione. Si dovettero comunque aspettare ancora diversi anni. Un primo progetto venne presentato il 12 dicembre del 1600, da Ercole Turati; un secondo, del 4 agosto 1605, di Giovan Battista Corbetta.

Il 24 novembre 1607 compare per la prima volta nella contabilità del Luogo Pio il nome di Francesco Maria Richini, pagato per il servizio reso alla fabbrica, e il 13 dicembre il Capitolo approva definitivamente il suo progetto; il contratto per la costruzione delle fondamenta viene stipulato il 10 marzo del 1608.

Nello spazio esiguo a disposizione, il Richino fonde due corpi a pianta centrale: l’aula e il coro.

Benché non interamente ultimata, la chiesa viene inaugurata il 16 marzo del 1616 con una solenne cerimonia officiata dal cardinal Federico; il 29 dicembre del 1617 il Richino redige un verbale di collaudo delle opere fino a quel momento realizzate, comprendenti l’aula ottagonale che si innestava sulla preesistente cappella maggiore progettata dal Turati; dopo il 1625 (Stolfi, 1999) viene aggiunto il coro a croce greca, in sostituzione della costruzione del Turati; fra il 1629 e il 1630 viene portata a termine la facciata; l’otto marzo del 1636 il Capitolo approva il progetto del Richino per il pavimento, messo a contratto il 21 di giugno; i pagamenti per esso sono attestati fino al 1644.

L’aula principale, molto articolata, ha una forma ottagonale allungata. Negli spigoli minori dell’ottagono, l’architetto ha realizzato coppie di colonne di ordine gigante, intervallate da passaggi e coretti. La copertura a cupola mostra la volontà del Richino di allinearsi con le tendenze emergenti del primo Seicento romano, mentre “nel segno della tradizione lombarda” è il tiburio ottagono che racchiude esternamente la cupola.  Sull’aula si innesta il coro, con un impianto a croce greca che accoglie, in aggiunta alla cappella maggiore, due cappelle laterali.

Va menzionato anche l’effetto concentrico del bellissimo pavimento “de marmi mandolati di bianco e di nero”, cui si aggiunge il tocco di rosso del “broccatello d’Arzo bello e di macchia”.

Nel corso del Seicento, dopo la solenne inaugurazione della nuova chiesa nel 1616, vennero sistemati i quattro altari laterali, a cominciare dai due principali che si fronteggiano simmetricamente nell’aula ottagonale, dedicati uno alla Morte di san Giuseppe (Giulio Cesare Procaccini ) e uno allo Sposalizio della Vergine (Melchiorre Gherardini, detto “Il Ceranino”). Mentre per gli altri due dipinti si dovrà aspettare la metà del secolo per allestire i due altari minori che fiancheggiano il presbiterio, con i dipinti di Giovanni Stefano Doneda, detto “Il Montalto” (la Predica di San Giovanni Battista) e Andrea Lanzani (la Fuga in Egitto).
Il progetto dell’altare era del frate olivetano Isidoro Maria Piana, che fece da intermediatore anche per l’ingaggio di Elia Vincenzo Buzzi, scelto con riguardo alla carica da lui ricoperta di “marmoraro di scultura della Veneranda Fabbrica della Metropolitana”; protostatuario del Duomo dal 1753, Elia Vincenzo era indubbiamente a quell’epoca lo scultore più prestigioso presente nell’ambiente milanese. La forma dell’altare, di un’eleganza mossa e controllata insieme, si pone in singolare sintonia con la coeva produzione di mobili, nel momento culturale che vede il trapasso dal rococò al primo neoclassicismo, attestato in ambiente milanese dalla produzione precoce maggioliniana

Soppresso nell’ambito delle riforme giuseppine del 1784, il Luogo Pio di San Giuseppe venne chiuso al culto fino al 1809, quando venne riaperto quale sussidiaria della vicina parrocchia di Santa Maria del Carmine.
Acquistata nel 1878 dalla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, la cui prima sede, la storica “Ca’ de Sass” era stata edificata in prossimità da Giuseppe Balzaretto fra il 1868 e il 1872, la chiesa di San Giuseppe è riuscita a mantenere integro il suo volto seicentesco, tanto nell’architettura quanto nel corredo pittorico: una circostanza tanto più fortunata, in quanto essa rappresenta a Milano una delle pochissime testimonianze superstiti dell’architettura religiosa del Richino, come avevamo accennato poc’anzi, alla cui sopravvivenza ha nuociuto a lungo la scarsa considerazione critica nei confronti dell’architettura lombarda del Seicento.

Attualmente il Santuario è di proprietà di Intesa Sanpaolo, mentre le quattro grandi pale collocate sugli altari laterali della chiesa fanno parte delle collezioni d’arte della Fondazione Cariplo in comodato alla banca.




Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


4 thoughts on “Milano | Brera – La piccola bomboniera barocca che è la chiesa di San Giuseppe

  1. Leonardo

    Ma le banche europee e le multinazionali non erano il nemici dei popoli?
    Or invece le elogi? Sei come sempre confuso…

    Grazie UF, ottimo articolo ricco di cultura, peccato che non tutti lo capiscono.

  2. Anonimo

    Piccola nota a latere: per favore, non mettete prima il cognome e poi il nome quando citate gli artisti, tipo Fantozzi Ugo…….. non è uno stradario 😉

  3. Anonimo

    E per quale motivo il Comune dovrebbe spendere per un bene di proprietà privata, oltretutto di un privato cui certo non mancano i soldi come una banca, con tutti i beni di proprietà pubblica bisognosi di intervento che ci sono???

    Come sempre padano o come cacchio ti cambi il nick, poche idee ma confuse come si suol dire…

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