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Milano | Milano e l’acqua: intorno alle acque

Riportiamo un articolo apparso oramai due anni fa sulla rivista on-line Gizmo, che tratta l’argomento dell’acqua e Milano.

UN ALTRO SOGNO PER MILANO di Alessandro Benetti e Nicola Russi

1. MILANO, “PATRIA ARTIFICIALE”

26 aprile 2015: il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia e l’Amministratore Delegato di Expo Giuseppe Sala, alla presenza di quasi 50,000 milanesi,1 inaugurano la Darsena, restaurata secondo il progetto di Bodin & Associés Architectes con Edoardo Guazzoni, Paolo Rizzatto e Sandro Rossi,2 risultato vincitore al concorso internazionale ad inviti organizzato dal Comune di Milano nel 2004.

Primo maggio 2015: apre Expo Milano, che ha finanziato direttamente la realizzazione del progetto Darsena e che per molti mesi, sotto il cappello tematico di Feeding the Planet. Energy for Life, ha dato ampio spazio alla riflessione sulla valorizzazione delle vie d’acqua milanesi.3

10 giugno 2015: a Palazzo Reale viene presentato per la prima volta al pubblico lo Studio di Fattibilità per la Riapertura dei Navigli Milanesi, progetto coordinato dal Professor Antonello Boatti con la partecipazione del Politecnico di Milano, dell’Università di Pavia, dell’Università Statale di Milano e dell’Università Bocconi.4

Stimolato da questi tre avvenimenti topici, il dibattito sul sistema delle acque s’intensifica rapidamente in città, coinvolgendo sia gli ambienti accademici e specialistici che i non addetti ai lavori.
È questo l’ultimo capitolo di una riflessione collettiva che ha accompagnato da sempre la costruzione della città.

Quando Carlo Cattaneo, nelle sue Notizie naturali e civili su la Lombardia,5definisce l’intera regione come una “patria artificiale”, intende evidenziare l’esistenza di un progetto culturale che ne ha conformato il territorio, “per nove decimi non (…)opera della natura”, ma dei suoi abitanti.

Allo stesso modo, a Milano ogni spazio pubblico è un “fatto culturale”, che implica uno sforzo concettuale – per progettarlo – oltre che economico e materiale – per costruirlo, a causa dell’assenza di geografie naturali dominanti – fiumi, laghi, colli o monti – in grado di impostare grazie alla loro conformazione una gerarchia e morfologia fondamentale dei vuoti urbani.
Il ricco sistema delle acque del territorio milanese è coinvolto nella definizione di questa geografia condivisa fin dai tempi più antichi, quando i Romani intraprendono imponenti bonifiche (in epoca repubblicana) e deviano dal loro corso originario l’Olona e il Lambro (tra le tante opere di epoca imperiale).6

Da allora, le vie d’acqua si rivelano uno strumento duttile nelle mani di governanti, ingegneri, architetti e pianificatori che, nel corso dei secoli, ne mutano continuamente la configurazione, offrendo ogni volta a Milano una rappresentazione inedita di sé stessa.

La più nota tra tutte ci racconta del centro racchiuso da una cerchia, da cui si dipartono radialmente i 3 navigli principali (Grande, Pavese e Martesana): fortemente impressa nella memoria collettiva – potenzialmente perché più compiuta e duratura di molte altre – negli ultimi cent’anni è messa in discussione dalla copertura di ampi tratti dei canali che la costituiscono, aprendo la strada alla possibile elaborazione di una nuova immagine del territorio milanese.
Nei secoli, la città reagisce agli sviluppi delle vie d’acqua e ne riconosce in primo luogo il valore infrastrutturale, successivamente la funzione di motori di sviluppo delle attività industriali e, troppo raramente, il ruolo di supporto per la costruzione degli spazi del comfort urbano.

Oltre alle strade, le rose7: le vie d’acqua non solo forniscono alla città le prestazioni necessarie al suo corretto funzionamento, ma possono essere anche canali privilegiati per la progettazione di spazi seducenti, che sfuggono ad un approccio esclusivamente ingegneristico alla pianificazione.
Come esempio più recente della capacità di Milano di definire culturalmente le geografie dominanti del proprio territorio e, coerentemente con esse, selezionare criticamente alcuni vuoti per trasformarli in spazi pubblici, il progetto di riqualificazione della Darsena è un investimento strategico e condivisibile, potenzialmente in grado di trovare all’ex-porto fluviale, ormai obsoleto, un nuovo ruolo nella città contemporanea.

 

2. LA DARSENA RIQUALIFICATA E LO STRANO CASO DELLA NOTTE DELLE LANTERNE

A metà dello scorso decennio, il bando di concorso per l’area della Darsena, estesa su di una superficie di circa 100.000 metri quadrati tra viale Gorizia, viale D’Annunzio, piazza Cantore e piazza XXIV Maggio, e comprendente via Ronzoni fino alla Conca di Viarenna, mira “al mantenimento del suo forte valore simbolico”. Tra gli obiettivi del progetto si cita “l’identificazione dell’ambito monumentale (…) nella sua memoria storica e nei suoi caratteri attuali, quindi la combinazione dei vincoli tecnici, artistici e funzionali per la salvaguardia del carattere omogeneo che tale ambito deve avere”.8
Tra i dieci progetti finalisti – che comprendono tra gli altri alcuni grandi nomi dell’architettura internazionale, come David Chipperfield e Eduardo Souto de Moura – la giura presieduta da Pier Giuseppe Torrani seleziona quello della cordata guidata da Jean-François Bodin, lodandolo per ”un’acuta intelligenza della topografia storica dell’area, (che ne promuove) una valorizzazione sensibile anche alle esigenze monumentali e paesistiche, con una significativa accentuazione dei valori d’uso dello spazio trasformato”.9
A dieci anni di distanza e a cantiere finalmente ultimato è possibile abbozzare un primo bilancio sulla sua effettiva validità, premettendo che la “promessa” della riorganizzazione degli spazi che affacciano sul bacino è stata sostanzialmente mantenuta.

A partire da Piazza XXIV maggio, pedonalizzata e valorizzata come vuoto monumentale, dominato dalla porta del Cagnola, un secondo invaso a vocazione commerciale conduce al nuovo mercato comunale, da cui si dirama un passeggio alla quota dell’acqua, protetto dal traffico di viale d’Annunzio dallo “sperone” ricostruito delle mura spagnole. Verso piazza Cantore, un ponte pedonale permette di raggiungere la sponda sud e un’area verde in leggera pendenza ammortizza la differenza di quota tra la Darsena e la città.
Decisamente meno convincenti sono gli esiti formali dell’operazione, alla luce dei quali le osservazioni fatte a suo tempo dalla giuria sembrano anticipatorie di un pastiche estetico.

La selezione dei materiali utilizzati per pavimentazioni e rivestimenti -tra i quali spiccano, a livello quantitativo e di risalto cromatico, le tante superfici in mattoni a vista – così come il loro posizionamento e accostamento e, in una certa misura, la conformazione di alcuni ambiti spaziali del progetto, sembrano certamente derivare da un’attenta analisi dell’area, ma senza che nessuna forma di elaborazione critica intervenga a mediare il rapporto tra la lettura storico-archeologica e il progetto.

La Darsena riqualificata appare come la trascrizione letterale e materiale di un’analisi meticolosa: di fatto, però, la sovrapposizione simultanea dei segni dei suoi tanti passati sul suo spazio fisico inibisce qualsiasi possibilità di scrittura di un’immagine contemporanea.
Il progetto di Bodin e colleghi è, suo malgrado, uno degli esempi più compiuti di una modalità di tutela del patrimonio storico-monumentale promossa dalle sovrintendenze italiane, concentrata unicamente sulla salvaguardia del singolo “oggetto” e quasi mai in grado di riconoscere il valore paesaggistico di sistemi più complessi.

Così, se da un lato tanti frammenti del patrimonio materiale della Darsena tornano a essere leggibili nella loro singolarità, il loro accostamento si rivela del tutto incapace di costruire un paesaggio contemporaneo.

Nessun nuovo “senso” emerge dalla promiscuità forzata di segni antichi – originali o trascritti – incapaci di dialogare tra loro e con il presente, anche perché la loro presenza non sembra derivare da una scelta progettuale consapevole di “congestione semantica”, ma piuttosto da una trascrizione passiva dei dettami normativi.
In questo quadro poco incoraggiante, non stupisce la complessiva incapacità di gestire il linguaggio architettonico contemporaneo di quei pochi elementi che lo adottano.

Tra tutti, spicca in negativo il padiglione principale del mercato comunale, che sembra ignorare del tutto sia l’eccezionalità della sua posizione nella città che le potenzialità estetiche, programmatiche e culturali intrinseche alla sua funzione – confermate dai recenti esempi virtuosi di molte città europee, come il Mercato di Santa Caterina a Barcellona di EMBT Arquitectes (1997-2003).

Una mesta tettoia di color “verde Malpensa” – denominazione nazional-popolare del caratteristico, e poco fortunato, leit-motiv cromatico della segnaletica dell’aeroporto omonimo – racchiude la semplice griglia dei “loculi” – come li definiscono i commercianti – destinati alla vendita al pubblico, mentre locali tecnici e impianti fanno capolino in ogni interstizio.
Difficilmente, quindi, si potrà riconoscere alla Darsena riqualificata il valore di un prodotto della cultura architettonica e urbanistica contemporanea.

Ciò nonostante la città si è appropriata con estrema rapidità dei suoi spazi, che in molte occasioni hanno raggiunto un livello di affollamento tale da farne temere il collasso.

Particolare scalpore ha destato l’episodio del 24 giugno 2015 quando più di 50,000 persone si sono riversate nel quartiere per partecipare alla Notte delle Lanterne, cerimonia organizzata dall’Unione Buddista Italiana e da Urbazen Bpeace. In quell’occasione, mentre la pressione della folla bloccava la circolazione nelle strade circostanti – in particolare lungo viale Gorizia – e la linea 2 della metropolitana faticava ad assorbire i flussi in arrivo, nel sovraffollamento delle banchine molti avventori hanno contravvenuto ai divieti e si sono tuffati nelle acque della Darsena.
Al di là dei numeri astratti e degli aneddoti, e malgrado i limiti evidenti di un progetto architettonico non all’altezza della situazione, il successo della Darsena racconta di una Milano ansiosa di ripensare la propria dotazione di spazi pubblici e la gamma di prestazioni che essi offrono.

 

La Darsena com’era, in una foto di Ugo Mulas negli anni ’50 e nell’inverno 1985

La Darsena di Milano sovraffollata durante la Notte delle Lanterne, il 24 giugno 2015

Il “falso sperone” dei bastioni spagnoli visto da viale Gorizia e frammenti di antiche mura in direzione di piazza Cantore

 

3. LA RIAPERTURA DEI NAVIGLI INTERNI: IL FASCINO AMBIGUO DEL PITTORESCO

Lo Studio di Fattibilità per la Riapertura dei Navigli Milanesi, che riporta le acque cittadine al centro del dibattito culturale, sembra confermare la direzione intrapresa con la riqualificazione della Darsena.

A uno sguardo più attento, però, stupisce che in un fascicolo ricco e approfondito, supportato da una solida strumentazione tecnica e culturale, il tema dello spazio pubblico sia pressoché totalmente trascurato.
I fotomontaggi che corredano la ricerca dimostrano che poche valutazioni sono state fatte sui possibili riverberi della riapertura della cerchia sui vuoti della città: l’acqua, riemersa dalle “viscere” della città minerale, e pochi segni di un pittoresco “da cartolina” (in molti casi effettivamente ereditati da immagini d’epoca) sono accostati “automaticamente” alle infrastrutture e ai materiali della città contemporanea, senza che tra i layer del passato redivivo e del presente s’instauri un’effettiva relazione progettuale.
La semplicità di queste visualizzazioni schematiche esprime, forse involontariamente, un complessivo disinteresse verso la costruzione di un paesaggio urbano contemporaneo, nei termini delle sue estetiche e dei suoi usi.

Peraltro, a questo mix di difficile interpretazione è affidato il compito di innalzare la qualità urbana di contesti centralissimi, che già oggi sono attrattivi proprio in virtù della compiutezza e della monumentalità delle loro presenze architettoniche ma che necessiterebbero, al contrario, di una revisione attenta dei vuoti tra di esse.
Proprio lo scarso appeal di queste visioni un po’ affrettate, che sembrano voler annullare con pochi colpi di Photoshop 8 decenni di evoluzione urbana – inaugurati, tra l’altro, dalle distruzioni diffuse della Seconda Guerra Mondiale – mette in evidenza una questione che potrebbe diventare centrale nel dibattito sulle acque milanesi: qual è il valore dell’acqua nella costruzione dello spazio pubblico di una città? È sufficiente la sua presenza per garantire la qualità degli spazi che la circondano?
I fotomontaggi allegati allo studio di fattibilità dimostrano che non è così: una via d’acqua è certo in grado di modificare sensibilmente il funzionamento e la percezione degli spazi che attraversa, ma solo a patto che la sua presenza sia supportata e affiancata (“contestualizzata”) da un progetto coerente dei vuoti potenziali disposti lungo il suo percorso.

 

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Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile.org una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione. Da grande farò il sindaco. Lavoro come Digital Artist presso CowBoys


3 thoughts on “Milano | Milano e l’acqua: intorno alle acque

  1. Adriano

    Molto complesso, ma alla fine se ci pensate come dicevo io se in melchiorre gioia tu apri e lasci le auto a destra e a sinistra come in via santander fai uscire l’acqua ma non aggiungi nessun valore all’area, anzi rischi il degrado.
    Va bene riaprire, ma l’addove ci sono spazi come in via san marco o dietro alla basilica di san lorenzo, ma non dobbiamo per forza o tutto o niente, tanto non sarà cmq navigable da parte a parte almeno nei rendering non sembra.
    Quindi il referendum sarà o tutto o niente e così si rischia di aprire il naviglio dove in realtà non serve a nessuno.
    Mi stupisce poi che Boeri invece parla proprio di riaprire in melchiorre gioia dove io se non pedonalizzi un lato non vedo alcun vantaggio.

    Secondo me non va fatto il referendum, deve prendersi le sue responsabilità questa giunta e decidere. Troppo facile così, l’hanno deciso i milanesi, così poi se il progetto definitivo fa cagare è colpa nostra…e no caro è colpa tua se il progetto non funzionerà. Furbo lui…
    Come se la moratti avesse fatto un referendum se volevamo l’expo o city life e porta nuova/garibaldi.

    E’ il sindaco con la sua amministrazione che deve decidere e se verrà fuori bene se ne prende i meriti, se verrà fuori male sarà colpa sua e non dei milanesi

  2. Anonimo

    Intanto, parlando della Darsena, è evidente e non serve neanche dirlo che rispetto a com’era prima è una salto epocale.
    Però anche io mi sento di non apprezzare in pieno l’intervento. Bellissimo come è stato sistemato l’arredo urbano in Porta Ticinese, ma per la Darsena in sè avrei voluto qualcosa di più ambizioso, di più ampio respiro.
    Ma soprattutto non mi capacito del perchè non abbiano previsto delle zone di ristoro o bar con tavolini all’aperto al posto del “mercato”. E trovo abbastanza poco capibile l’enorme sponda tutta piastrellata, senza una panchina o un’aiuola. Ha poco senso.

    Per quanto riguarda i navigli, mi riaggancio a quanto detto da Adriano.
    In Melchiorre Gioia non ha senso, almeno nel modo che è apparso dai rendering. Non basta buttare un canale in mezzo a una “autostrada” trafficata. O si stravolge tutto, e quindi anche la circolazione, o non vale la pena.
    Trovo che invece in Centro verrebbe una cosa bellissima e non capisco perchè l’articolo sia così pessimista. Basta vedere i rendering di Arsuffi per capire quanto sarebbero stupende zone come San Lorenzo, San Marco, etc

    Però, per non ripetere gli errori della Darsena, a patto di rendere il tutto vivo e fruibile e, almeno nelle zone che si prestano di più, anche “turistico”, progettando già dall’inizio localini che danno sui navigli, tavolini, etc e non riaprire il canale e amen.

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