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Milano | Rottole – Quel che rimane di un borgo antico

Quanti, percorrendo il grande viale Palmanova avranno notato, appena superato il viadotto ferroviario, una chiesetta bianca sulla destra?

La chiesetta, assieme ad un vecchio edificio di via Palmanova 8, sono ciò che resta di un piccolissimo borgo che si trovava sulla strada per Bergamo:  Le Rottole, nel 1870, era una frazione di Milano incastrata letteralmente tra i comuni di Crescenzago, Lambrate e Turro. Un nucleo di poche case che gravitavano attorno ad una piccola e graziosa chiesetta bianca, San Carlo alle Rottole.

Il nome Rottole si presta a una duplice interpretazione: per alcune fonti deriverebbe dal nome dato alla strada che era via de Rotaris, e che prendeva il nome dal sovrano longobardo Rotari (640-654) che si impegnò nel reimpiego delle antiche vie romane; oppure l’altra interpretazione avrebbe un’origine più popolare e deriverebbe dalla voce dialettale rotul che indicava i grossi ciotoli e lastre di pietra utilizzati nella costruzione delle strade romane. Resta comunque memoria di una colonna romana sulla strada che oggi corrisponde a via Palmanova, fino agli inizi del XX sec, oggi scomparsa.

Il borgo si formò lungo la strada che dal Rondò di Loreto saliva sino all’attuale piazza Durante e proseguiva nell’odierna via Leoncavallo per passare da Rottole e collegarsi a Crescenzago.

le Rottole con la chiesa di S. Carlino e l’allora stretta via Palmanova, viste da sotto il viadotto ferroviario di piazza Sire Raul, intorno al 1930

Veduta aerea delle Rottole e di Via Palmanova

Elemento di spicco del villaggio, come abbiamo già detto era la chiesetta di San Carlo alle Rottole, la quale ha origine antichissima, sicuramente medievale. Quello che vediamo oggi è una ricostruzione avvenuta nel 1963 della chiesa seicentesca.

La facciata tripartita da lesene è sormontata da un gustoso frontone e da un campaniletto terminante a cono cestile. L’interno era ad una sola navata è arricchito da stucchi e da balaustra di marmi pregiati.

Ma cosa successe negli anni Sessanta e perché la chiesa venisse ricostruita?

Questo luogo di culto originario del XII secolo, nel 1961 fu sottoposto a vincolo dalla Soprintendenza ai Monumenti, per il suo particolare interesse storico sebbene fosse oramai sconsacrato.

Ma in quegli anni, durante la costruzione dell’attiguo condominio, l’impresa edile decise deliberatamente di abbattere la vecchia chiesa di San Carlo, nonostante fosse a conoscenza del vincolo.

… fra il 5 ed il 7 ottobre di quest’anno San Carlo alle Rottole è stata rasa fulmineamente al suolo. Sparito tutto in poche diaboliche ore. Tutto buttato via, arte, storia, cultura, quasi pattume e carogna… “ (L’Italia rovinata dagli italiani, a cura di Vittorio Emiliani, Rizzoli, 2009).

L’episodio non passò inosservato e scatenò un’onda di proteste tanto che la questione arrivò anche in Parlamento.

Infatti nella seduta del 6 marzo 1964 alla camera dei Deputati, gli onorevoli Giorno e Biaggi Francantonio, presentarono una interrogazione al ministro della pubblica istruzione, «… per conoscere se intenda intervenire con urgenza contro i distruttori della chiesa di san Carlo alle Rottole in Milano, monumento del XII secolo posto sotto il vincolo della sovrintendenza ai monumenti della Lombardia . Tale distruzione è avvenuta tra il 5 ed il 7 ottobre 1963 per opera di un’impresa costruttrice, in spregio a tutti i divieti ed in offesa alla storia, all’arte e alla cultura milanese… »

I costruttori si difesero sostenendo che la colpa fu del Comune con le sue lungaggini burocratiche. Fu solo parzialmente creduto e gli fu comunque imposto di ricostruire la chiesetta.

Così la piccola chiesa delle Rottole, fu ricostruita nel 1966 con parte delle macerie che erano rimaste accumulate in loco, sotto la direzione dell’arch. Liliana Grassi che già aveva partecipato al restauro dell’ex ospedale Maggiore di Milano del Filarete, colpito dai bombardamenti, e del suo successivo adattamento a nuova sede dell’Università degli Studi di Milano.

La nuova struttura, esternamente simile alla precedente, non fu mai utilizzata per funzioni religiose; naturalmente gli interni, pensati per nuovi utilizzi, non furono ricostruiti come l’originale.

La “nuova chiesa” per un breve periodo venne utilizzata come studio di ingegneria e poi come esercizio commerciale. Da almeno una decina d’anni presenta un triste e brutto cartello VENDESI. Per non contare le innumerevoli scritte degli imbrattamuri che la stanno completamente devastando.

Vederla ridotta così fa veramente male, possibile che non si possa convertire in qualcosa anche di sociale per il quartiere? (informazioni Chiese di Milano del Ponzoni e lagobba.it)

Ecco l’altro edificio superstite del borgo delle Rottole, il numero 8 di via Palmanova.

Le Rottole 1980-85

Questo è la sistemazione appena superato il ponte ferroviario dopo piazza Sire Raul

 

Alle Rottole si trovava anche il Villaggio degli Spazzini. (Racconto di Paolo Motta per Storie di Milano)

Il Villaggio degli Spazzini nacque invece come conseguenza della municipalizzazione del servizio di pulizia delle strade; nel 1910 il Comune di Milano decise di individuare un unico luogo dove autorizzare il deposito dell’immondizia milanese.

La scelta cadde proprio alle Rottole, in un luogo allora molto lontano, tra le attuali vie Pordenone, Plezzo, Palmanova e Tolmezzo. Nel giro di pochissimo tempo vi andarono così a vivere centinaia di spazzini che costruirono anche delle semplici baracche per sé e le proprie famiglie, creando un vero e proprio villaggio.

Il Comune, con l’intento di aiutare gli operatori, prese in affitto un’area presso la Cascina Gobba, dove vennero rapidamente edificati più di trecento casolari addossati gli uni agli altri che si estendevano su una superficie di oltre ventimila metri quadri di terreno.

Ad ogni spazzino era stato assegnato un magazzino-rimessa, che serviva per ripararsi dalle intemperie e che permetteva all’operatore “il ruèe” di dedicarsi ad una lunga serie di pazienti e meticolose operazioni di separazione dei rifiuti.

La colonia si sviluppò sino ad arrivare a contare circa settecento spazzini riconosciuti dalla Camera del Lavoro e con a disposizione 300 veicoli per le operazioni di recupero dei rifiuti.

Il lavoro iniziava intorno alle due di notte quando i veicoli venivano messi in moto per arrivare puntuali ai diversi punti di raccolta, ubicati nei diversi quartieri della città.

Il rientro ai magazzini del Villaggio non avveniva mai oltre le dieci di mattina, secondo le prescrizioni municipali.

Nello stesso luogo in cui prima sorgeva il loro villaggio venne costruito, nel 1929, un grande impianto comunale dedicato alla cernita, sia manuale che meccanica, dei rifiuti domestici che funzionò per quasi quaranta anni, sino al ’64.

Gran parte degli operatori del “Villaggio” era brianzola. Il motivo era semplice, l’agricoltura del nord milanese, a differenza di quella del sud (ricca di allevamenti), non disponeva di grandi quantità di “materiale organico” per la concimazione dei terreni. Era quindi tradizione secolare che molti agricoltori brianzoli venissero a Milano per procurarsi gli scarti alimentari, utili a tale scopo. Molti di loro, vista l’espansione della città e la realizzazione dei servizi di smaltimento pensarono, quindi, di “riciclarsi” in questa nuova attività.

Di seguito alcuni aspetti del moderno quartiere Rottole, che si espande da via Palmanova sino a Piazzale Udine.

Noi abbiamo notato questo enorme muro cieco che da su un piccolo giardino posto all’angolo tra le vie Palmanova e Siusi, ci siamo chiesti perché il Comune non provveda a decorarlo con dei bei murales?

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Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile.org una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione. Da grande farò il sindaco. Lavoro come Digital Artist presso CowBoys


10 thoughts on “Milano | Rottole – Quel che rimane di un borgo antico

  1. UMS

    La facciata cieca sarebbe bella ricoperta di verde (edera o altro). Personalmente fino a che la città è imbrattata di tag, faccio fatica a trovare un ennesimo murales interessante: è brutto dirlo ma si confonde troppo col resto.

    1. Stefano

      Non si preoccupi: e confonde tag e arte significa che non ha il minimo senso del gusto. Non è il solo, gente come lei siede anche in Parlamento, non si affligga.

      1. UMS

        Qui stiamo pragmaticamente discutendo cosa sia meglio per un muro cieco in una zona di periferia di Milano piena di tag e graffiti dappertutto.
        Non di quanto della street art odierna sia Arte (molto) e quanto sia stanco Manierismo ad uso e consumo delle multinazionali dei colori acrilici (Basquiat è storia di più di 30 anni fa ormai…)

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