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Milano | Porta Venezia – La decadenza di un edificio: Palazzo Argentina

Terminata la Seconda Guerra Mondiale, Milano doveva rinascere e tra i primi grandi progetti dell’immediato dopoguerra sorse a metà di Corso Buenos Aires il Palazzo Argentina, progettato da Piero Bottoni in collaborazione con Guglielmo Ulrich. L’edificio occupa un’intero isolato tra via Redi, via Masera e via Broggi, con l’affaccio principale sul corso Buenos Aires.

Venne concepito proprio come edificio polifunzionale, vista la collocazione lungo una delle vie commerciali più importanti di Milano. Perciò furono evidenziate le attività al suo interno, un fabbricato di base con tre piani fuori terra e due livelli interrati, di 40 metri di lato, diviso da una galleria pedonale coperta che separa il volume un tempo utilizzato come sala cinematografica e il corpo dei negozi. Mentre sopra la base spicca e s’innalza la torre di 13 piani . La torre residenziale ospita appartamenti da 5 o 10 locali, con ambienti di soggiorno aperti su terrazzo. Caratterizzata da logge-balcone nelle testate, ha le facciate maggiori aperte da una regolare serie di finestre a taglio verticale, una griglia che verso la via Broggi è attraversata centralmente da un netto segno verticale, determinato dall’allineamento su tre file di loggette corrispondenti alle scale.

L’edificio progettato da Bottoni si distingue per l’immagine innovativa nel contesto privo di specificità architettonica, quale è il Corso Buenos Aires.

Durante la sua progettazione, il palazzo ha attraversato non poche difficoltà. Un primo progetto, realizzato nel 1946 e realizzato col collega Mario Pucci prevedeva una galleria a croce, con un braccio parallelo al corso e un grande magazzino. Seguito da un secondo progetto realizzato questa volta, per volere della competenza, con l’architetto Guglielmo Ulrich. A questa fase risalgono l’eliminazione del braccio di galleria parallelo al corso, l’aggiunta di un piano attico arretrato, la copertura a falde e consistenti modifiche dei prospetti. Nella seconda metà del 1948 la proprietà presenta in più fasi progetti di variante dell’edificio, aggiungendo il 13° piano e modificando il corpo basso con l’allestimento di un cinematografo, curato dall’architetto Mario Cavallè. La maggiore altezza e cubatura sono dal Comune dapprima respinte, poi licenziate, indi nuovamente contestate per irregolarità; il Comune intimava la completa demolizione delle parti eccedenti altezza e volume. Portato a termine l’edificio nel 1949, la proprietà produsse un continuato ricorso di istanze, sempre respinte, con modifiche e aggiustamenti dell’ultimo piano e della copertura, giungendo alla metà del 1952 con la visita di abitabilità che certificava l’irregolare altezza del fabbricato. Frattanto, l’ingegnere Sante Comolli, titolare dell’impresa che aveva costruito l’edificio veniva rinviato a giudizio per violazione della legge urbanistica, assolto nel 1951 perché il fatto non costituiva reato avendo a suo tempo il Comune autorizzato un sopralzo parziale.

Fonte da Lombardia beni culturali

Il palazzo fu anche utilizzato come sfondo in una scena del film Lo Svitato, con Franca Rame e Dario Fo, nel 1956.

Dal sito Giuseppe Rausa esperto di cinema e di sale cinematografiche milanesi.

Il cinema Astor, che si trova all’interno all’edificio e collocato tra il primo e il secondo piano, viene progettato in seguito e inaugurato nel dicembre 1955.

La sala ha una superficie di 540 metri quadri per un volume di 4500 metri cubi e prevede 707 posti a sedere (in seguito aumentati a 750): è composta dalla sola platea disposta sopra una gradinata a stadio, rialzata rispetto al manto stradale di 5,60 metri nel punto più basso e di 12,60 metri nel punto più alto.
Il cinema è dotato di due ingressi: uno su via Redi e l’altro sulla galleria commerciale che parte da corso Buenos Aires. Una volta entrati, si accede ad un ampio atrio, illuminato da luci soffuse; lungo una parete si trova la cassa. Questa è strutturata a modello di scrivania e sul piano di lavoro è sempre presente una piccola lampada da scrittoio.
Alla sala di proiezione si accede mediante un ampio scalone di 5,25 metri di larghezza, con due ingressi uno nella parte bassa e uno nella parte alta della platea.

Nel 1983, la Commissione provinciale di sicurezza impone al cinema di realizzare nuove uscite di sicurezza, pena la dichiarazione di inagibilità della sala. Il preventivo di spesa è di oltre 200 milioni di lire; la proprietà del locale all’inizio è titubante, ma poi acconsente alla ristrutturazione; sempre ai fini della sicurezza, la capienza viene leggermente ridotta, tornando ai 700 posti della progettazione  originaria di Cavallé.
Tale funzione – già duramente incrinata dall’esplosione televisiva degli anni Ottanta – soccombe alla concorrenza dell’aggressivo settore audiovisivo domestico (nella seconda metà degli anni Ottanta il vhs diviene uno strumento universalmente diffuso) nel 1991, anno in cui  l’Astor si trasforma in sala a luci rosse.

Negli ultimi anni di attività il cinema diventa un luogo di prostituzione.
Il cinema Astor chiude nell’estate 2009.

Come abbiamo visto, l’edifico, col tempo è peggiorato. Solo i negozi che si affacciano sul corso sono migliorati e spesso vengono rinnovati. Sul retro vi era uno storico fruttivendolo seguito poi dall’apertura di un locale notturno, Lilì la Tigresse, che oramai è chiuso da parecchi anni, così come nel sotterraneo su via Redi dove in precedenza si trovava una discoteca, seguita dal trasferimento del famoso stripclub Il Teatrino, oramai chiuso anch’esso.

Oggi cartelloni pubblicitari stanno ricoprendo completamente la facciata sul Corso mentre il resto della struttura sta sempre più precipitando nell’oblio come si può vedere dalla galleria fotografica che abbiamo realizzato.

Bisogna fare qualcosa, cari proprietari dell’immobile: restauro conservativo, rinnovo dei locali e magari, riaprire il Cinema, se non come sala cinematografica, magari come spazio teatrale e ripulire la facciata da questi enormi cartelloni pubblicitari.

La galleria, fortemente degradata.

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Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


9 thoughts on “Milano | Porta Venezia – La decadenza di un edificio: Palazzo Argentina

  1. -Ale-

    Concordo con Ocia87… orribile.
    La prima volta che l’ho visto dal vivo sono rimasto inorridito… rovina ulteriormente il già sofferente Corso Buonos Aires.

    Chissà se con un restiling esterno si può mitigare l’impatto.

  2. Mauro Torriani

    Di gran lunga il palazzo più brutto dei corso Buenos Aires. Invadente e fastidioso. Meritevole di abbattimento.

  3. Anonimo

    Abbattimento senza pietà, orribile. La patina di ‘firme importanti dell’architettura’ non può comunque coprire la scelleratezza visiva.

  4. Anonimo

    Un dei palazzi più brutti mai progettati nella storia dell’umanità.
    Abbattimento immediato e creazione di un edificio a corte, con lato aperto su Corso Buenos Aires e terrazzamenti verdi che si innalzano via via verso un corpo centrale più alto posto come lato di fondo della corte, ma in linea con i palazzi circostanti. La corte, a sua volta, sarebbe l’occasione perfetta per creare una piccola piazza pedonale in pieno Corso Buenos Aires con affaccio di negozi, locali, alberi e panchine. Tutto questo non per mancanza di coraggio progettuale, ma per restituire bellezza (e un po’ di verde) a un’arteria fin troppo bistrattata. E per farlo non si deve sempre ricorrere all’ultramodernità.

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