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Milano | Zona Magenta – Gioielli nascosti: La pala in Santa Maria Segreta

Un giorno, girovagando in rete, mi sono imbattuto in un interessante blog che racconta storie d’arte e cultura varia, Wunderkammer Lo Spazio delle Arti. Tra i vari articoli ho trovato questo che riporto, perché molto interessante. Si tratta di una pala d’altare di scuola aragonese, custodita nella sagrestia della chiesa di Santa Maria Segreta in piazza Tommaseo. Chiesa già menzionata a suo tempo in un nostro articolo di qualche anno fa. Eravamo a conoscenza della presenza all’interno della chiesa di questa misteriosa pala, ma non eravamo mai riusciti a vederla da nessuna parte. Ora, riportiamo l’articolo del blog qui di seguito, con le immagini della bella pala d’altare.

La sagrestia della chiesa ambrosiana di Santa Maria Segreta, ignota ai più, custodisce un capolavoro del tutto inatteso: una pala d’altare di scuola aragonese. L’opera, capolavoro del suo genere, raffigura l’Incoronazione della Vergine, celebrata con tono elevato e aulico da Dio Padre e Cristo in persona, entrambi rivestiti di sfarzosi paramenti di broccato e oro; ai lati, la composizione è circoscritta dalle monumentali figure di San Gerolamo e San Giovanni Battista. Sul gruppo pittorico incombe la colomba dello Spirito Santo, attorniata da una corona di cherubini musicanti.

Gli stessi motivi ricorrono anche in maestri più noti come Colantonio del Fiore, che appartenne alla generazione precedente e che, tra le altre cose, fu anche il maestro di Antonello da Messina. Non a caso, l’esempio dei due pittori citati convive con la luminosità avvolgente del francese Jean Fouquet e con il senso plastico e monumentale della grande scultura gotica francese. Lo studio analitico, sottilissimo nei particolari delle vesti, si staglia su un fondo aureo con fluenti e flessuose pieghe spezzate.

L’Incoronazione è stata attribuita a Pietro Befulco detto “Pietro Buono”: un artista di origine salernitana ma residente a Napoli, dove la sua attività fu documentata tra il 1471 e il 1506. L’opera potrebbe collegarsi a un documento del 5 ottobre 1492; a quella data il priore della chiesa di S. Maria delle Grazie a Caponapoli, lo spagnolo fra’ Martino Frexinal, aveva offerto 50 ducati d’argento al pittore, per una pala d’altare raffigurante l’Incoronazione della Vergine e, nella predella, la Flagellazione di Cristo e l’Andata al Calvario: queste due tavolette, oggi smembrate, sono ancora miracolosamente conservate al Museo della Certosa di San Martino a Napoli, mentre la tavola principale parrebbe essere proprio quella misteriosamente finita in S. Maria Segreta…
L’opera milanese si colloca nel momento stilistico più felice di questo pittore misterioso (per alcuni critici Pietro Befulco e Pietro Buono non sarebbero nemmeno la stessa personalità…) quando Alfonso II d’Aragona stava riqualificando dal punto di vista artistico la capitale del suo regno.

 


Sul finire del secolo, infatti, il nuovo re stava perseguendo, proprio come Ludovico il Moro, una politica di prestigiose committenze artistiche, sebbene sulla scia di gusti in parte diversi: quelli della pittura di gusto catalano-fiammingo.

Nonostante la vivacità culturale della corte aragonese, accompagnata dalla presenza di importanti umanisti e letterati, i numerosi influssi fiamminghi e iberici che s’incrociarono a Napoli non riuscirono a sintetizzarsi del tutto in un linguaggio stilistico originario e unitario, come invece andava accadendo a Milano in quegli stessi anni, per via dei gusti ancora “feudali” del re straniero: riflesso di una sostanziale indifferenza verso le nuove istanze della pittura rinascimentale italiana. La chiamata a corte di artisti forestieri di provenienza disparata, come il maiorchino Guillermo Sagrera, il dalmata Francesco Laurana e il lombardo Domenico Gagini per il rinnovamento del Maschio Angioino, a tal proposito, parla chiaro.

Ippolita Maria Sforza

 

Indagando tra le pagine della storia veniamo comunque a scoprire che re Alfonso II di Napoli era alleato degli Sforza di Milano: già nel settembre 1465, quando era ancora duca di Calabria, Alfonso sposò con una cerimonia fastosa Ippolita Maria Sforza, figlia di Francesco Sforza. Più tardi, nel 1479, un giovane Ludovico Sforza duca di Bari, non ancora detto “il Moro”, non si creò problemi a persuadere il sovrano aragonese sulla possibilità di dargli una mano per ottenere il controllo di Milano ai danni del fratello Galeazzo Maria, in cambio di un matrimonio spregiudicato tra suo nipote Giangaleazzo e la figlia Isabella d’Aragona: episodio interessante, quanto poco noto. Lo stesso Alfonso, con quel matrimonio, covava torbidi sogni di conquista del ducato Sforzesco…

L’invasione d’Italia da parte del dinasta francese Carlo VIII, scatenata, per uno scherzo del fato, proprio dalla politica spregiudicata del Moro, mise fine ai sogni di gloria di Alfonso II nel 1495.

A quale motivo va imputata la presenza di una pala del Rinascimento napoletano alla corte Sforzesca? Forse al mecenatismo dei due dinasti, o a uno scambio di artisti, tanto di moda alla fine del Quattrocento? Pietro Befulco detto “Buono” era un maestro ben inserito nel gusto catalano della corte partenopea, tanto da giustificare l’ipotesi di un viaggio di studio in Spagna; forse, chissà, anche a Milano, presso la corte Sforzesca?

Visto lo smembramento dell’opera, sarebbe più credibile pensare che la tavola principale sia stata acquistata, se non addirittura rubata nel corso del XIX secolo su commissione di qualche intenditore d’arte, e rocambolescamente finita a Milano? O forse, più semplicemente, si tratta di un deposito esterno della Pinacoteca di Brera, pressoché obliato nel corso degli anni?

Castello Sforzesco

Ai tempi scrissi che “il grande interesse per l’opera e la sua eccentrica collocazione avrebbero potuto alimentare nuovi studi e magari chissà, una tesi di laurea”…aggiunsi anche che chiunque un giorno avesse desiderato approfondire il mistero di Pietro Buono attraverso gli archivi ambrosiani e napoletani era caldamente pregato di comunicarci le sue nuove scoperte.

Manco a saperne: tocca ancora a me, attraverso restauratori dell’accademia braidense scoperti all’opera in loco, svelare questo mistero dopo anni e anni: correva il 2013 dal giorno della mia segnalazione: da allora nessuno se ne interessò più. Quest’oggi sono tornato in loco, ho parlato con il don e ho assistito ai restauri in corso di un’opera che, evidentemente, ignorata dalla “Milano da bere”, non era poi così ignota agli studiosi del campo…e cosa scopriamo? Troviamo un’equipe in piena attività di restauro sull’opera: la pala non é stata scordata! Scopriamo anche che la pala avrebbe fatto parte della dote della nuova “sposa – giocattolo” voluta dalla crudele macchina dei matrimoni combinati e per procura del tempo, voluti dalle dinastie regnanti: unire Sforza e Aragona, nord e sud, comportava obiettivi così ambiziosi che nessuna delle parti poté realizzare per davvero. La pala apparteneva alla giovane pruncipessa Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso di Calabria e di Ippolita Maria Sforza, ricevuta alla corte sforzesca più che altro per via di un debito che Ludovico il Moro aveva contratto a inizi carriera.

Vesti aragonesi: Pietro Buono a Milano, S. Maria Segreta

Le fonti infatti testimoniano come Ludovico il Moro dovette ripagare il sovrano di Napoli di numerose prove di fedeltà ricevute, come il giovanile titolo di duca di Bari, senza il quale egli non sarebbe stato nessuno e che in seguito gli permise per vie trasversali la scalata al potere nella lontana Lombardia. Lo scotto da pagare fu un matrimonio combinato tra due giovinetti: il nipote del Moro, il bellissimo e biondo crinito ma freddo Giangaleazzo e la calorosa e sensibile e olivastra Isabella d’Aragona, che prima del fatidico incontro mai si era stancata di ammirare e baciare l’immagine del fanciullo lombardo…inizio di un idillio fiabesco, come tutti aspetteremmo? Macché!

Dopo tante cortesie affettate la giovine, dai modi squisiti ma troppo sofisticati per i gusti spartani della corte sforzesca, divenne presto oggetto della crudeltà di corte stessa.

Pietro Buono conservato presso Laino Castello in prov. di Cosenza.

“Gli stomachi dei melanesi abituati a sostanziosi mangiari settentrionali, non gradiscono le “raffinatezze napoletane, a base di dolci e di spezie e troppo leggere per i loro gusti” riferì un cortigiano crudele.
Ed ecco le prime angherie psicologiche, poi tramutatesi in vere e proprie privazioni, che dovette patire Isabella, che dopo aver attraversato tutto il Tirreno per nave subendo il mal di mare, aveva sognato ad occhi aperti: per contratto, ma anche per amore oltrepassó il ruvido appennino e sperimentò il gelo sferzante della valle Scrivia, prima di acquartierarsi a Tortona (Per i tempi un clima del genere era mortalmente foriero di polmonite).

La fortuna non fu mai amica di Isabella; nemmeno tra le coperte. Il giovane Giangaleazzo, pur bello ed elegante, non riuscì mai a soddisfare la giovane aragonese: non perché ella fosse meno attraente rispetto alle dame bionde e opulente della corte sforzesca, bensì per un problema intrinseco…

“Il duca è di natura debole e reclinata, come una serpe sorpresa dal gelo”. La notizia fece il giro in un baleno. “Ma perché farne un dramma?” disse lo stesso Ludovico il Moro, sorridendo ironicamente. Il giovane duca poteva essere stato paralizzato dalla timidezza o dall’inesperienza! In fin dei conti poteva capitare a tutti, “durante una partita di caccia, di fallire il primo colpo di balestra”…

Il giovane erede aveva diciannove anni e del resto, con tutta una vita davanti a sé, si sarebbe potuto rifare di quel piccolo infortunio…oppure no?

In tale contesto, il polittico di Pietro Buono si svelerebbe quindi come uno dei dei numerosi doni preziosi portati da Isabella aragonese fin da Napoli…e tutto il resto? Come andò a finire?

Per saperlo vi invito a seguire Medioevo Monumentale, Wunderkammer e il loro amministratore, Corrias, che intende organizzare una triade di visite guidate tra Pavia longobarda, Viscontea e Milano sforzesca: ne vedremo delle belle!

Foto e testo: Marco Corrias

Peccato la pala non sia quasi mai in esposizione.




Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


2 thoughts on “Milano | Zona Magenta – Gioielli nascosti: La pala in Santa Maria Segreta

  1. Albatrax

    Articolo molto bello ed intrigante. Quello che però mi lasci perplesso è la totale assenza di valorizzazione di questo patrimonio artistico per lo più sconosciuto. Tutt’al la zona Magenta racchiude opere d’arte e monumenti invidiabili al resto del mondo ma non esiste un vero programma di promozione o itinerario turistico da proporre a chi visita la nostra città. Il 2019 sarà il 500esimo anniversario della morte di Leonardo Da Vinci. Qualsiasi città con un patrimonio del genere farebbe carte false per promuovere a livello mondiale questo evento. Possiamo aspettarci da questa giunta una riqualificazione della zona Magenta con magari un percorso pedonale che colleghi tutti i tesori presenti nel quartiere valorizzando le opere d’arte create da Leonardo stesso ? O forse è chiedere troppo ?

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