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Milano | Arexpo – Mind e il padiglione del Nepal dimenticato

Durante Expo 2015, tra i molti padiglioni dei varii paesi, vi fu un padiglione in particolare che forse, nel suo piccolo, colpì ed entrò nella leggenda dell’esposizione, quello del Nepal. Un dramma terribile colpì il paese himalayano il 25 aprile del 2015, pochi giorni prima dell’inaugurazione dell’esposizione mondiale. Un dramma che costrinse molti operai a ritornare in patria per lutti o per aiutare i loro cari.

Così alcuni volontari italiani diedero una mano per completare l’opera. Leggenda o verità, poco importa. Il padiglione del paese asiatico aprì i battenti a luglio e raccolse, grazie alla generosità dei visitatori, più di un milione di euro.

Il padiglione del Nepal venne progettato da Implementing Expert Group (Ieg), lo stesso gruppo di architetti scelto dal governo nepalese per seguire anche le esposizioni universali del 1988, 1990, 2000 e 2010. Ricorda strutturalmente la forma del mandala, il diagramma circolare formato dall’unione di figure geometriche che richiama il cerchio della vita. L’atmosfera in cui si calarono i visitatori fu quella degli antichi insediamenti delle valli di Kathmandu dove persone di differenti etnie, religioni ed estrazione sociale hanno convissuto in armonia per secoli, in un contesto vivido e colorato. Le abitazioni sono sempre state decorate da elementi di metallo, pietra, terracotta e legno intarsiato, un’abilita’ affinatasi in secoli di esperienza da parte di artigiani che rivaleggiavano tra loro in bravura. Il costruttore Ieg istruì squadre di carpentieri, muratori, artigiani e artisti per replicare gli elementi costruttivi delle più belle abitazioni tradizionali nepalesi.

Dopo Expo si pensò anche a cosa fare di quest’opera artistica in legno. Dove piazzare la grande Pagoda alla quale lavorarono a Kathmandu 200 famiglie di artigiani, e lo Stupa che la contorna creando una grande area coperta utilizzata come ristorante durante Expo? Vi fu, tra le molte, anche la proposta di ricostruirlo nella valle di Livigno, realizzando un “Piccolo Tibet” e trasformarlo in attrazione turistica.

Come al solito non se ne fece più nulla. Oggi il padiglione è uno dei pochi rimasti intatti o quasi nell’Arexpo. Mind per il momento pare non l’abbia considerato. Un peccato.

Quale destino si può dare al piccolo padiglione? Potrebbe rimanere ed essere inserito nel nuovo contesto, magari in un giardino. Potrebbe venir portato al MUDEC, museo delle culture. Insomma, secondo noi potrebbe diventare comunque un pezzo artistico e culturale non da sottovalutare.




Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


12 thoughts on “Milano | Arexpo – Mind e il padiglione del Nepal dimenticato

  1. Islington

    Non è affatto leggenda, basta verificare online i giornali dell’epoca.

    Per il padiglione… perché non recuperare la tradizione delle Expo 800esche e rimontare la pagoda (tutto il padiglione forse è un po’ troppo) in un parco cittadino, dove diventerebbe un’attrazione?

    1. Alessio Proietti

      Credo vada anche chiarito il nodo della proprietà: di chi è la struttura? Ancora del governo Nepalese?

    2. Adriano

      Mi sembra una buona idea, spostarla in un parco cittadino…

      Per quanto riguarda il fatto che hanno scritto verità o leggenda è perchè ti ricordo che i giornali posso riportare quello che vogliono non hanno la verità in se provata…direi che solo chi ha operato realmente può sapere che aiuti e quanti aiuti siano stati dati alla costruzione e finalizzazione del padiglione.. poi se tu ti fidi cecamente dei giornali beato te, io non mi fido sopratutto di repubblica ed il corriere.

      1. Islington

        Lavoro nel settore Food (anche) ed ero lì…

        ti basta? 😉

        Ti posso anche specificare che erano bergamaschi e bresciani e hanno lavorato anche nei giorni immediatamente dopo l’apertura.

  2. Sdd

    Non riesco a valutarne le dimensioni, ma io cercherei di rimontarlo a Chinatown. Magari al posto delle macchine parcheggiate in Baiamonti o del triste giardino dedicato a Leo Garofalo. D’altronde nepalesi e cinesi hanno fatto pace, no?

    1. Anonimo

      Resta il fatto è che rimontarlo a Chinatown è concettualmente come mettere il cavallo di Leonardo ….all’ippodromo.

  3. Wf

    La pagoda la rimonterei in un parco cittadino come ristorante all’aperto per atoctoni e turisti.

    Come a Monaco di Baviera.

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