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Intervista | I protagonisti della trasformazione urbana: Manfredi Catella

Le interviste di Urbanfile: Manfredi Catella risponde ad alcune domande sullo stato di avanzamento dei progetti promossi da Coima e sulla situazione del real estate milanese.

Manfredi Catella è uno dei più importanti imprenditori nel panorama italiano. Attualmente è CEO e Founder di COIMA SGR, società indipendente leader nella gestione patrimoniale di fondi di investimento immobiliari e Presidente di Fondazione Riccardo Catella.

Urbanfile: Da dove nasce la scelta di selezionare due architetti per il progetto di Pirelli 35?

Manfredi Catella: Per un committente la fase di selezione degli architetti è sempre un processo complesso.

In questo caso, a seguito del concorso di progettazione, i due studi Snøhetta e Park Associati hanno raggiunto un ex aequo ma ciascuno di loro ha ottenuto il massimo del punteggio in uno specifico punto delle linee guida indicate. 

Abbiamo dunque ritenuto di creare un percorso virtuoso attraverso cui i due studi potessero collaborare, mettendo a disposizione le proprie aree di eccellenza. 

E’ stato un tentativo: non eravamo certi che ne potesse derivare una collaborazione virtuosa che innanzitutto dipendeva dalla possibile sintonia tra i  progettisti e dalla volontà di firmare insieme il progetto; invece la loro disponibilità è stata totale e questo costituisce certamente un esempio importante in cui noi fungiamo da coordinatori di una pluralità di competenze. 

Questa formula non è necessariamente applicabile sempre: nel caso Cucinella e De Lucchi, ad esempio (ovvero il progetto per la sede Coima e per il Pavillion) il concorso aveva mostrato due progetti eccellenti che dialogavano tra loro essendo complementari. Questo ha consentito di dividere i due edifici e assegnarli a due distinti architetti. 

In questo caso invece si tratta di un singolo edificio su cui lavorano due architetti. 

Su Pirelli 35 tengo a fare due considerazioni, anche per fornire una spiegazione più dettagliata delle scelte che hanno suscitato qualche critica sul vostro blog: noi siamo grandi appassionati di architettura e teniamo molto a realizzare interventi di grande qualità. 

E’ importante tenere sempre presente quale debba essere il ruolo di un edificio; la nostra scelta è stata quella di concentrarci su un riuso edilizio, soprattutto in un momento storico in cui ritengo che un po’ di sobrietà sia fondamentale, con un ruolo urbano molto importante che avesse innanzitutto due fronti e non un fronte retro. 

C’era poi l’esigenza di sollevare l’edificio, favorendo la permeabilità tra i due lati. 

Ho apprezzato particolarmente che Snøhetta non abbia progettato un’icona che in questo momento e in quel contesto sarebbe stata fuori luogo secondo la nostra lettura.

Urbanfile: Quali sono i tempi entro cui potremo sapere qualcosa di più su Pirelli 39?

Manfredi Catella: Il concorso è stato molto stimolante: i sei partecipanti alla fase finale hanno avuto due approcci differenti; c’è chi ha lavorato in chiave di trasformazione completa e chi invece ha voluto mantenere un legame con il passato. 

Non abbiamo ancora stabilito quale approccio sposare perché noi non abbiamo mai interpretato l’acquisto come operazione isolata bensì come opportunità di effettuare una rigenerazione su scala di un quartiere. 

In questo caso la situazione è complessa perché non c’è ancora un piano attuativo; riusciremo a capire quale strada prendere quando sarà concluso il confronto con il Comune per verificare se e come possa essere rigenerato lo spazio pubblico tra gli edifici come ipotizzato dal masterplan, nel rispetto della viabilità. 

Il nostro auspicio è di poter scegliere il progetto che contempli una rigenerazione anche delle aree pubbliche, ma dobbiamo attendere le decisioni del Comune. 

Non dobbiamo aspettarci un nuovo podio, speriamo di poter creare uniformità attraverso la rigenerazione dello spazio pubblico. 

Ci auguriamo che la scelta possa avvenire tra la fine di questo anno e gennaio 2021 

Urbanfile: Qualunque sia il progetto che sceglierete, è stata considerata l’ipotesi della futura riapertura del Naviglio?

Manfredi Catella: Certamente. La nostra idea prevede la possibilità in futuro di integrare il tema del Naviglio. Nel progetto che abbiamo proposto al Comune c’è una parziale anticipazione di assetto degli spazi pubblici che facilmente potrebbe essere integrato con la presenza del canale. 

Urbanfile: Avete interesse sullo spazio dell’anagrafe? 

Manfredi Catella: Al momento quello spazio non è in vendita, sicuramente se lo fosse la guarderemmo. Si tratta di un edificio che ha un ruolo più edilizio che compositivo di un quartiere.

Urbanfile: Gli scali ferroviari, quale sarà il vostro ruolo

Manfredi Catella: Per Scalo Farini al momento è stato sviluppato un progetto di masterplan con tre fasi, ovvero analisi delle regole, dl sito e dello schema di progetto da parte di AECOM; successivamente l’intervento di OMA, dopo l’aggiudicazione, si è focalizzato sui dettagli di applicazione del masterplan generale a quel sito in modo da assicurare una coerenza complessiva; infine abbiamo affidato a 3XN, uno studio di architettura danese, lo sviluppo del masterplan esecutivo.

A queste fasi seguiranno i commenti del Comune che  provvederemo ad integrare nelle prossime elaborazione del masterplan.

Per questo scalo ci sono tre temi fondamentali: il parco lineare, la rigenerazione dell’edificio industriale che vorremmo mantenere e non demolire e l’applicazione del masterplan con un approccio di ricomposizione con le aree urbane circostanti. Non ci immaginiamo altezze eccessive

Per Porta Romana invece la scelta è stata quella di lavorare su un progetto di squadra che costituisce una novità nel panorama italiano: solitamente nel nostro sistema si è abituati all’individualismo, seppure di eccellenza. In questo caso abbiamo messo insieme tre eccellenze per lavorare a un progetto unitario. 

Ora sarà sviluppato un concorso di masterplan i cui tempi dovranno essere necessariamente brevi: non dimentichiamo che in questo caso abbiamo un vincolo temporale derivante dalla necessità di approntare il villaggio olimpico. Dunque entro fine anno verrà indetto il concorso il cui risultato si avrà al massimo in primavera.

Urbanfile: Tocqueville: avete novità?

Manfredi Catella: Qui abbiamo la possibilità di sviluppare in altezza l’edificio ma non abbiamo ancora definito l’architetto e la forma che andremo a dare a questo nuovo volume. Si tratterà però di un progetto che completerà la rigenerazione dell’isolato in modo complementare con lo sviluppo della riqualificazione dell’ex sito di Unilever con il progetto di Corso Como Place.

Urbanfile: Quali i progetti per l’area Lotto Zavattari?

Manfredi Catella: In quel contesto esistono due proprietà, una è Techint e l’altra é una sede UBI. 

La prima sarà oggetto di un’operazione di rigenerazione senza intervenire nell’edificio Techint mentre per Zavattari siamo ancora in fasi preliminare. 

Urbanfile: L’edificio Ubi si affaccia su Monterosa91, dove Renzo Piano Building Workshop sta ridisegnando il futuro della sua creatura. Perché non coinvolgerlo? 

Manfredi Catella: Potrebbe essere un’idea interessante. Chissà…

Urbanfile: Una sua breve analisi del mercato a Milano, post-COVID?

Manfredi Catella: L’Europa ha espresso una visione unitaria e chiara per l’agenda di priorità che ci impegneranno nei prossimi anni.  Digitalizzazione, transizione ecologica e inclusione sociale sono i 3 pilastri sui cui ciascun Governo dovrà basare la proposta dei piani nazionali di ripresa. In questo contesto la rigenerazione infrastrutturale del Paese sarà centrale e in questo senso le nostre città e territori saranno il banco di prova per la classe dirigente. Milano ha maturato anni di esperienza in progetti di riqualificazione e adesso può svolgere un ruolo nazionale importante favorendo un approccio sistemico e collaborativo con altri territori mettendo a fattore comune competenze e lessons learnt. Ci aspetta una stagione di impegno industriale e di ricerca e sviluppo che potrà essere un periodo di trasformazione virtuosa. Milano ha saputo attrarre capitali nazionali e internazionali consolidandosi come mercato resiliente che personalmente ritengo continuerà ad essere sostenibile nel lungo termine.


Urbanfile utilizza mappe basate su dati ©️ OpenStreetMap contributors

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


30 thoughts on “Intervista | I protagonisti della trasformazione urbana: Manfredi Catella

    1. sdd

      Tutto molto bello non direi. Sicuramente è da apprezzare l’impegno di Urbanfile che propone sempre interviste interessanti.

      Io sono tra i tanti utenti molto delusi da P35 e devo confessare che le parole di Catella non mi hanno fatto cambiare idea. Non condivido assolutamente la premessa, chi l’ha detto che questo periodo storico abbia bisogno di sobrietà? E non piuttosto di simboli di rinascita?
      Soprattutto, non si dovrebbe guardare all’architettura in prospettiva visto che P35 sopravviverà all’emergenza Covid?
      Ma al di là di queste dichiarazioni di intenti, il vero problema per me non sta nella sobrietà, ma nella banalità dell’intervento, in special modo su fronte Gioia. Questa è un’opinione personale e di gusto, ma credo sia largamente condivisa e quindi ritengo dovrebbe far riflettere.

      Probabilmente sarebbe opportuno definire meglio cosa si intende per sobrio. Il Seagram building è un esempio di sobrietà ed eleganza, come tutta l’architettura di Mies van der Rohe ma nel caso di P35 io non vedo nessuna eleganza e nessuna originalità.

      La delusione è così cocente, perché visti i nomi selezionati (mi riferisco a Snohetta, uno degli studi internazionali più interessanti) le aspettative erano ben diverse.
      E il risultato è così distante dai loro interventi più risciti che sorge il sospetto che la loro creatività sia stata castrata proprio dalla committenza, o forse loro stessi ritengono Milano una piazza troppo provinciale per proporre quello che fanno a Oslo.

      In generale, non capisco quale sia il senso di prendere, faccio un nome a caso, Thomas Heatherwick, per poi impedirgli di esprimere la sua voce? Se il tuo obiettivo è l’understatement meneghino prendi direttamente un emulo di Gregotti o Cino Zucchi o Park o Citterio. Perché scomodare questi nomi se la loro visione architettonica non è condivisa? Soltanto marketing?

      L’impegno nella sostenibilità è certamente molto apprezzabile. è un tema così importante che nessun architetto si può più permettere di non prenderlo in considerazione. Ma non dimentichiamoci del tema della bellezza. Anche quello è essenziale. Non è solo una questione di altezze, ma di proporzioni. In alcuni interventi ho l’impressione che si voglia sfruttare al massimo la superficie disponibile a discapito dello slancio della struttura.
      Capisco che costruire in altezza sia estremamente dispendioso, e che Coima è un’impresa non un mecenate della bella architettura. Questo però non mi impedisce di esprimere le mie critiche. Bisognerebbe dare più importanza all’estetica, e non demonizzare sempre l’iconicità, che è proprio quello che ha determinato il successo di Piazza Gae Aulenti.

      E sempre riguardo alle altezze non dimentichiamcoi che vanno di pari passo con la sostenibilità ambientale (tema, sulla carta, molto caro a Coima), infatti rappresentano l’unico modo per risparmiare suolo o ancora meglio per guadagnarlo. Per intenderci, a parità di popolazione, New York è una città più sostenibile delle centinaia di cittadine fatte di villette e palazzine sparse per gli USA.
      L’altro problema sulle altezze dei recenti interventi è che sono sempre più o meno uguali. Questo è un ulteriore difetto estetico e compositivo. Si rischia di creare cortine di torri alte tutte più o meno 100 o 120 metri. Un peccato. Nessuno a Milano si aspetta il Burj Khalifa ma maggiore varietà sì.

      In conclusione, dal mio punto di vista di cittadino amante dell’architettura, sono molto deluso dagli interventi di Coima e rimpiango il coraggio e la visione che ha dimostrato di avere Hines, e lo dico consapevole del fatto che Catella aveva un ruolo significativo nell’azienda americana.
      C’è di positivo che adesso le mie aspettative, anche su Farini sono estremamente ridimensionate, non corro più il rischio di restare deluso. Possono pure dirmi che sarà Big a progettare gli edifici principali, non mi aspetterò niente di più della “sobrietà” di P35.

    2. sdd

      Tutto molto bello non direi. Sicuramente è da apprezzare l’impegno di Urbanfile che propone sempre interviste interessanti.

      Io sono tra i tanti utenti molto delusi da P35 e devo confessare che le parole di Catella non mi hanno fatto cambiare idea. Non condivido assolutamente la premessa, chi l’ha detto che questo periodo storico abbia bisogno di sobrietà? E non piuttosto di simboli di rinascita?
      Soprattutto, non si dovrebbe guardare all’architettura in prospettiva visto che P35 sopravviverà all’emergenza Covid?
      Ma al di là di queste dichiarazioni di intenti, il vero problema per me non sta nella sobrietà, ma nella banalità dell’intervento, in special modo su fronte Gioia. Questa è un’opinione personale e di gusto, ma credo sia largamente condivisa e quindi ritengo dovrebbe far riflettere.

      Probabilmente sarebbe opportuno definire meglio cosa si intende per sobrio. Il Seagram building è un esempio di sobrietà ed eleganza, come tutta l’architettura di Mies van der Rohe ma nel caso di P35 io non vedo nessuna eleganza e nessuna originalità.

      1. Fabio

        Coima ha acquistato P39 a 175mio, 80 in piu’ del previsto (se non mi sbaglio), di consequenza hanno bisogno di abbassare il budget per la costruzione sia di P39 che P35 – opinione personale 😉

        1. Anonimo

          Dal mio punto di vista di cittadino amante dell’architettura, sono molto deluso dagli interventi di Coima e rimpiango il coraggio e la visione che ha dimostrato di avere Hines, e lo dico consapevole del fatto che Catella aveva un ruolo significativo nell’azienda americana. C’è di positivo che adesso le mie aspettative, anche su Farini sono estremamente ridimensionate, non corro più il rischio di restare deluso. Possono pure dirmi che sarà Big a progettare gli edifici principali, non mi aspetterò niente di più della “sobrietà” di P35.

      2. N

        Si anche io sono deluso da Pirelli 35 – e anche io vorrei solo edifici mega fighi altissimi ed iconici.
        Però credo che al di là di delusioni personali è bello sentire parlare persone che hanno un’idea e una visione di città – condivisibile o meno.
        Il fatto stesso che il progetto di Pirelli 39 sia in faste di stand-by per la possibilità di convergere i due lati del parco e (forse) ipotizzare l’apertura del naviglio…. insomma la volontà di stupire – seppur in altre forme – migliorare la qualità non solo degli edifici ma anche del tessuto urbano è leggibile tra le parole di Catellone.

        Mi spiace per Farini, mi spiace che lo slancio verticale si sia interrotto…. chissà se in futuro riprenderà…ma la voglia di migliorare Milano c’è.

        1. Anonimo

          La delusione è così cocente, perché visti i nomi selezionati (mi riferisco a Snohetta, uno degli studi internazionali più interessanti) le aspettative erano ben diverse. E il risultato è così distante dai loro interventi più risciti che sorge il sospetto che la loro creatività sia stata castrata proprio dalla committenza, o forse loro stessi ritengono Milano una piazza troppo provinciale per proporre quello che fanno a Oslo. In generale, non capisco quale sia il senso di prendere, faccio un nome a caso, Thomas Heatherwick, per poi impedirgli di esprimere la sua voce? Se il tuo obiettivo è l’understatement meneghino prendi direttamente un emulo di Gregotti o Cino Zucchi o Park o Citterio. Perché scomodare questi nomi se la loro visione architettonica non è condivisa? Soltanto marketing?

  1. giuan

    Il Sig. CATELLA dice cose giuste e condivisibili. Sono contento che nella riqualificazione dell’ex Grattacielo del Comune si pensi ad una futura riapertura Naviglio. Il Sogno di una collaborazione pubblico privato nell’ interesse di tutti.. sembra avverarsi. Spero che l’epoca dei Ligresti sia definitivamente tramontata

  2. Anonimo

    Intervista interessante, grazie!

    Il punto su Pirelli 35 però, mi ha fatto venire in mente quello che succede in un campo di attività del tutto diverso: se presenti al Cliente due idee creative per una campagna pubblicitaria, 9 volte su 10 ti trovi a dover combattere col cliente che si mette a fare taglia e cuci e te le mette assieme (con risultati generalmente improponibili).

    Speriamo non succeda lo stesso in Pirelli 35! 🙂 🙂

  3. Anonimo

    Un pelo più di concretezza sulle tempistiche sarebbe stata cosa gradita. Soprattutto per quanto riguarda Farini e tSan Cristoforo visto che dopo le fanfare di aprile 2018 siamo praticamente fermi da ormai più di un anno e mezzo…

  4. Vin

    Il leitmotiv deve essere ICONICO!
    Portiamo a Milano il design fuori dagli studi creativi e dai musei, vogliamo VIVERE nel design.

    1. Anonimo

      Se c’è qualcosa che si capisce chiaramente dall’intervista di Catella e la non propensione all’iconocità. Temo che P35 sarà il nuovo Standard Low Profile.

      1. Anonimo

        “Iconico” è una parola alla moda che vuol dire oramai tutto e niente.

        Nell’intervista è usata come sinonimo di “poco sobrio” e (sembra quasi) contrario di “banale”, il che non aiuta a fare chiarezza… ma va detto che è il rischio che si corre sempre ad usare parole abusate.

        1. Anonimo

          In realtà, al di là delle disquisizioni semantiche, il concetto è abbastanza semplice: Catella preferisce un edificio sobrio (contestualizzato, che spicca poco) rispetto a un edificio iconico (con più carattere, più spettacolare).

          Ora nessuno desidera edifici pacchiani per Milano, ma un po’ più di audacia l’avrei gradita. Questa committenza probabilmente non soddisferà mai i miei desideri.

          1. Anonimo

            Corretto.

            Poi tutto sta all’Architetto (o meglio, a chi decide quale Architetto vince il concorso)

            Perchè se la linea di demarcazione tra edificio con carattere/spettacolare e edificio pacchiano è sottile…è molto sottile anche la linea di demarcazione tra sobrio e banale.

  5. Anonimo

    Io sono contento che almeno si prospetti una possibile riapertura del naviglio. Portare l’acqua al posto dell’autostrada di via melchiorre Gioia aumenterebbe di molto la qualità di tutto il distretto.
    O almeno che si pensi a eliminare una corsia a melchiorre Gioia e a via della liberazione per aumentare gli spazi verdi. Stradoni così larghi in centro sono retaggi di un passato che va cambiato.

  6. Albe

    Grazie per l’intervista e per l’accreditamento che il blog sta sempre più mostrando anche tra i protagonisti degli addetti ai lavori.
    Sul P35 sarei meno sprezzante mentre sul P39 mi sembra di capire che sarà ristabilita la prospettiva di via melchiorre gioia (niente podio) a tutto vantaggio di volumi (altezza?).
    Spero almeno inseriscano una passerella pedonale fruibile.

  7. Anonimo

    Sarebbe possibile aprire un piccolo segmento di naviglio su Melchiorre Gioia a prescindere dalle decisioni sul resto del percorso (=cerchia navigli)?
    Un tocco d’acqua in una zona così densamente costruita darebbe un colpo di vita ad un’area deserta. Il tratto da Viale Lunigiana (o almeno Via Sondrio) a Via Pirelli ringrazierebbe sentitatemente.

    P35 è un po’ anonimo, ma non lo è tutta l’architettura circostante, sia su Melchiorre Gioia (Gioia 20, gli erigendi palazzi gemelli, chissà magari anche Pirelli 39) sia su Varesine/Porta Nuova (inclusa l’attraente torre Unipol che sta prendendo forma)

    (L’iconicità e il pacchiano sono cugini di primo grado, molto spesso)

  8. F. Capitani

    Abbiamo bisogno di verticalità. Abbiamo bisogno di audacia.

    La nuova Milano è tale solo grazie all’iconico.

    E banalmente, l’iconico attrae i cash flow, non il sobrio.

    Peccato, occasioni mancate.

    1. Vin

      Ma ragazzi davvero la città del fashion si merita palazzi banali e sobri? Suvvia Milano ha bisogno di far parlare di se, (anche) per la sua splendida nuova architettura!

      #NUOVI PALAZZI ICONA SU MILANO!

  9. F. Capitani

    Abbiamo bisogno di verticalità. Abbiamo bisogno di audacia.

    La nuova Milano è tale solo grazie all’iconico.

    E banalmente, l’iconico attrae i cash flow, non il sobrio.

    Peccato, occasioni mancate.

  10. f. capitani

    Abbiamo bisogno di verticalità. Abbiamo bisogno di audacia.

    La nuova Milano è tale solo grazie all’iconico.

    E banalmente, è l’iconico a portare i cash flow, non il sobrio.

    Peccato, occasioni mancate.

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