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Milano | Porta Nuova – Quando l’acqua scorreva… a Gioia

Chi mai potrebbe pensare cosa cela l’incrocio tra via Melchiorre Gioia e Viale Monte Grappa? Se fate attenzione, stando nei pressi dei giardinetti – quelli proprio di fronte alle vecchie Cucine Economiche – sentirete scorrere dell’acqua. Guardando bene il giardinetto vi accorgerete della presenza di molte strutture metalliche, specie di grandi tombini, ebbene lì sotto passa ancora, nascosto, il canale della Martesana che da qui cambia nome unendosi al Seveso, in Redefossi.

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La martesana e il Redefossi in Melchiorre Gioia 1900-903

Dunque, il Buon Seveso, come abbiamo spesso detto, era il fiume di Milano, scorreva in direzione centro e lambiva le mura repubblicane zigzagando verso Lodi. I romani avevano già pensato di deviare il torrente per formare il fossato naturale che cingesse e difendesse il nucleo della città. Così un braccio venne deviato verso la Vettabbia a ovest e l’altro verso il Corso di Porta Romana, verso sud. Le mura medievali col fossato deviarono ulteriormente il corso del fiume. Nel 1471 la creazione della Martesana iniziò a modificare le sorti del fiume Seveso. Nel 1496 fu completato il tratto dalla Cassina de Pomm al ponte delle Gabelle, Seveso e Martesana si incrociarono. Così il Seveso venne incanalato, forse nel suo antico alveo, dando origine alla roggia Gerenzana, ma il carico idrico su Milano in caso di concomitanti piene del Seveso e dell’Adda era diventato eccessivo e si avvertì l’esigenza di creare un canale che potesse scaricare le acque in eccesso prima che entrassero attraverso la conca dell’Incoronata nel naviglio di San Marco e quindi nella cerchia interna dei Navigli. Le frequenti inondazioni a Porta Romana e Porta Vittoria, costrinsero il governo austriaco di Milano alla creazione, tra il 1783 ed il 1786, del Cavo Redefossi o Re de’ fossi, a tutti gli effetti uno scolmatore. Il nome alquanto strano deriva probabilmente dal nome che gli era stato dato di retrofossum, fossato retrostante le mura di difesa.

I problemi di inondazione continuarono creando gravi disagi nella parte meridionale della città. A offrire la soluzione, sarà l’ingegnere Pietro Parea, ingaggiato da un gruppo di “Utenti della Vettabbia” che progetterà il prolungamento del Redefossi fino quasi a Melegnano: il costo dell’opera era assai elevato (un milione di lire milanesi), ma con molto realismo il governo austriaco rispose che la cifra era inferiore a quella sborsata per una delle ricorrenti esondazioni. Così, approfondite le indagini tecniche, i lavori iniziarono nel 1783 e furono terminati nel giro di tre anni.

La martesana e il Redefossi in Melchiorre Gioia 1928-30 La martesana e il Redefossi in Melchiorre Gioia 1940-45

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I corsi d’acqua e le tre piscine aperte

Per anni all’incrocio del Ponte delle Gabelle rimasero le vasche di smistamento delle acque tra  la Martesana e il Redefossi. La presenza di così tanta acqua in quel punto, già sfruttata per l’antica Manifattura Tabacchi che si trovava lungo l’attuale Via della Moscova, tra Corso di Porta Nuova e Via san Marco, fece sì che in questo luogo sorgessero a partire dal 1870 delle piscine (l’acqua all’epoca era ancora ottima). Le prime tra via San Marco e via Castelfidardo, 3 grandi piscine dei Bagni Popolari Castelfidardo, con annesse strutture ginniche e per tirare di scherma. Nel 1894 la singola piscina costruita al di là del naviglio dei Bagni San Marco, riscaldata, di dimensioni più ridotte. Mentre nel 1910 (dove ora stanno ristrutturando l’ex palazzo Tecnimont), i nuovi Bagni Popolari del Ponte delle Gabelle, con singola vasca, con prezzi bassissimi.

Bagni delle Gabelle 1920 Bagni Municipali delle Gabelle, la vasca Bagni_di_San_Marco_L_Emporio_Pittoresco_Illus

La martesana e il Redefossi in Melchiorre Gioia 1913 La martesana e il Redefossi in Melchiorre Gioia 1930-33 Via Melchiorre Gioia, il Naviglio Martesana con bagnanti e a destra le Cucine Economiche realizzate nel 1883

Spesso comunque, attorno allo scolmatore i ragazzini si divertivano a tuffarsi e bagnarsi nei mesi estivi, rendendo molto popolare e fotografico quest’angolo di Milano. Il percorso lungo i bastioni fu tombinato negli anni Trenta, contemporaneamente alla copertura della fossa interna dei Navigli. Rimase scoperto ancora per pochi anni il tratto in questione, poi nei primi anni Sessanta, vista l’inutilità del canale, venne coperto. Naturalmente anche il nostro bell’incrocio, che fu uno degli ultimi tratti ad essere nascosti. Ora un giardino ha preso il posto delle ribollenti acque e a ricordo ci rimane il pezzetto di muretto facente parte della balaustra del ponte sul canale e il ponte delle Gabelle dei Bastioni di Porta Nuova, che ci permette l’accesso a via San Marco dove si trova ancora la vecchia conca dell’Incoronata.

Foto Aerea della Martesana e del deviatore Redefossi, Gioia - Montegrappa - Gabelle 1950-55 La martesana e il Redefossi in Melchiorre Gioia 1925-27 La martesana e il Redefossi in Melchiorre Gioia 1950-55

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Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


9 thoughts on “Milano | Porta Nuova – Quando l’acqua scorreva… a Gioia

  1. Anonimo

    Wow che meraviglia questi post!

    Quanto era bella Milano, abbiamo veramente stravolto questa città al punto da non riconoscerla più privandola di molte delle sue peculiarità che la caratterizzavano.

    Chissà se rivedremo mai l’acqua scorrere a cielo aperto, io non smetterò mai di sperarlo e ci crederci.

  2. GR

    Sarebbe opportuno valorizzare di più la storia dei nostri Navigli e canali. Milano era una città d’acqua, e oggi pare che ce ne siamo completamente dimenticati. Vedremo cosa uscirà fuori dal Referendum cittadino del 2017

  3. GArBa

    non dobbiamo però incorrere nell’errore di pensare che i navigli venissero chiusi per miopia storica. lo sviluppo turistico delle città, con l’eccezione delle “pittoresche” Roma, Venezia, Firenze era qualcosa di là da venire, e i navigli di allora erano visti come linee di trasporto ormai non più utili alle nuove forme disponibili, che all’inizio nemmeno erano l’auto: la cerchia interna venne chiusa per creare un “ring” tranviario che alleggerisse il “carosello” di piazza del duomo, giunto a saturazione. poi vennero gli autocarri a far le veci delle chiatte per portare le merci in città, veloci e facilmente pesabili per determinare il dazio, e quanto restava dei navigli veniva vissuto dai milanesi di allora come oggi vedremmo, ad esempio, una linea tranviaria abbandonata; con l’aggravante che in quegli anni, mediamente più freddi, l’umidità portava nebbia e anche animali poco piacevoli nelle cantine degli edifici circostanti.

    non penso che fu sbagliato chiuderli a suo tempo.
    ma penso che sarebbe molto sbagliato non riaprirne, almeno una parte, adesso. a testimonianza delle tecnologie e dei modi di vita del passato.

    1. Claudio K.

      Certo, ovvio che ogni intervento va inserito nel contesto del suo periodo storico. Vero anche che in ogni epoca ci sono persone che sanno guardare più avanti delle altre, con i tempi della Storia con la S maiuscole e non secondo quelli contingenti.

      A Varsavia dopo la guerra non era rimasto letteralmente un mattone sopra l’altro, eppure il centro storico l’hanno ricostruito identico a prima –nonostante il regime comunista — mentre a Milano interi quartieri di grande valore storico in pieno centro, come il Bottonuto, sono stati sostituiti dagli scempi anni 50 e 60 che ci dobbiamo sciroppare oggi.

      Per non parlare di interventi folli come la famigerata Racchetta o l’idea altrettanto demenziale di allargare i corsi abbattendo tutti gli edifici esistenti per costruirne di nuovi, su un fronte più arretrato, i cui resti (i palazzoni anni 60 disallineati) si possono vedere tuttora in corso Garibaldi o in corso di Porta Romana.

      A inizio Novecento i fautori delle “magnifiche sorti e progressive” volevano abbattere quanto restava del Castello e lo dobbiamo solo alla lungimiranza e alla tenacia di Luca Beltrami se oggi possiamo ancora ammirare la Sala delle Asse o la Torre del Filarete invece di un parcheggio multipiano.

      Quindi non è vero che in un’epoca tutti la pensano allo stesso modo e che certi disastri non si potevano evitare.

      Aggiungo un ultimo appunto: non mi sembra che la chiusura della cerchia dei Navigli c’entri molto con l’eliminazione del Carosello tramviario in piazza Duomo né tantomeno con la circonvallazione tranviaria che, com’è noto, passa sui controviali esterni delle ex Mura Spagnole.

      A parte un piccolo tratto tra Cadorna e S. Ambrogio, i tram non hanno mai circolato sulla Cerchia dei Navigli. Dopo la chiusura venne creato un filobus (che all’epoca era considerato appunto più “moderno” dei tram) poi diventato autobus, la 94 di oggi (la cui numerazione 9x attesta tuttora l’origine filoviaria).

      Secondo me esiste un metodo abbastanza intuitivo e semplice per farsi guidare in queste scelte, ed è porsi la domanda: “che cosa vogliamo lasciare ai nostri figli, nipoti e discendenti? Quale tipo di mondo? Quale ricordo e testimonianza della nostra epoca?”.

      Per dare a Cesare quel che è di Cesare, bisogna riconoscere che la chiusura dei Navigli fu fatta con un metodo di riempimento “soft” che permettesse un giorno una loro eventuale riapertura senza eccessive complicazioni.

  4. Doc

    Mia nonna mi raccontava spesso di quando andava a fare il bagno dei Navigli.
    Ho sempre immaginato come potessero essere.
    Queste foto ritraggono però una magia che è superiore all’immaginato.
    Nel corso del tempo; trasporti, alimentazione, economia, composizione e numero della popolazione sono cambiati (etc).
    Non criminalizzo la chiusura dei Navigli fatta all’epoca ma riaprirli oggi sarebbe certamente uno slancio per il turismo e per una città a misura d’uomo.
    Facciamo il culo ad Amsterdam ?.

  5. antonio

    Rispondo a garba.
    I motivi per cui sono stati chiusi i navigli erano tanti e non tutti nobili. Alcuni li hai già citati tu.
    Possiamo dire principalmente:
    Sostegno all’industria automobilistica..di Agnelli..
    Impiego di mano d’opera poco specializzata con opere statali che li avrebbe poi resi riconoscenti a vita.
    Il fatto che il regime fascista avesse bisogno di consenso e di dimostrare che sotto il suo governo le cose cambiavano…
    Ad oggi possiamo dire che la politica fu miope perché la cerchia dei Navigli avrebbe potuto anche coesistere con il bisogno di modernità allora impellente, ( FUTURISTI) se poi pensiamo che fine ha fatto la nostra industria automobilistica… che paga le tasse a Londra.!
    Penso che il nostro dovere oggi sia quello di riaprirli rispondendo a una esigenza economica, turistica e di salute.

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