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Milano | Dibattito in Triennale: ripensando insieme la città

“Grattacieli e Habitat Urbani: Nuovi Paradigmi”

Si è intitolato così il dibattito, sul futuro delle nostre città nel periodo post-pandemia, avvenuto il 25 giugno 2020 alla Triennale di Milano. Hanno presieduto alla conferenza diversi urbanisti, architetti e designer di fama internazionale:

  • Stefano Boeri, Presidente, Triennale Milano
  • Patricia Viel, Cofondatrice, Citterio Viel and Partners
  • Mario Cucinella,  Fondatore, Mca
  • Monica Tricario, Cofondatrice, Piuarch
  • Marco Dettori, Presidente, Assimpredil
  • Manfredi Catella, Ceo, Coima

Quale sarà il destino delle nostre città ? Come cambierà la nostra visione urbana ? È corretto pensare come se nulla fosse successo ? Riusciremo a riappropriarci della nostra quotidianità ? Potrà succedere di nuovo ?

Queste sono domande che almeno una volta ci siamo posti durante e dopo il periodo di quarantena. Il tema focale, quindi, non è solo quello di rendere nell’immediato futuro gli spazi urbani più sicuri, ma pensare più in grande. Bisogna ripensare completamente l’idea che abbiamo ora di città e spazio pubblico.

L’architetto e presidente della Triennale Stefano Boeri ha evidenziato l’importanza delle aree verdi nella città, prediligendo uno sviluppo attorno a spazi aperti, con la riqualificazione ad esempio degli ex Scali ferroviari.

Secondo Cino Zucchi invece l’idea dell’edificio pensato e costruito solo per un unica funzione (residenziale o terziaria che sia) è oramai obsoleta. Bisogna puntare ad un qualcosa di meno statico e più flessibile.

Dice Zucchi «I quartieri storici di tante capitali europee sono sopravvissuti per un’osmosi tra luoghi di lavoro e case. Sarei per risperimentare edifici dove ad esempio le altezze tra piano e piano permettono agli spazi di essere reversibili, il funzionalismo ha specializzato troppo gli edifici, forse è il momento di arrivare a una maggiore apertura, anche perché oggi costruiamo, ma tra dieci anni tutto potrebbe essere diverso, proprio in previsione di futuri incerti. In Europa esistono già temi di riconversione da edifici-uffici che diventano residenze e viceversa».

Queste idee non si discostano molto dal pensiero del designer e architetto Marco Piva che sostiene che grazie ai grattacieli, che si sviluppano in altezza, molte aree della città verranno così “liberate” per far spazio a parchi e aree verdi: “I grattacieli liberano gradi spazi a terra che possono essere utilizzati come contesti verdi

Monica Tricario, cofondatrice di Piuarch, ha sottolineato l’importanza di mettere al centro l’uomo, lavorando sui luoghi della condivisione.

«I luoghi di lavoro sono diventati più fluidi, non esiste più la netta separazione tra casa e lavoro ma si parla già di divisione tra online e offline nella vita delle persone. Per questo occorre lavorare sui luoghi della condivisione, come ad esempio quello che si sta realizzando alle porte di Milano nell’ex area Expo, dove sorgerà lo Human Technopole. Il progetto di riconversione dell’area, parte dalla considerazione che tutto deve essere a misura d’uomo e permeabile: le aree libere sono state studiate nei particolari per evitare ostacoli tra gli spazi privati e pubblici, lo stesso principio che vuole l’area Mind permeabile nei confronti della grande area metropolitana di cui fa parte e che comprende anche le periferie di Milano». 

Questi sono piccoli estratti delle diverse personalità che hanno partecipato al dibattito-conferenza. Per maggiori chiarimenti e approfondimenti è presente il link di inGENIO con le varie interviste fatte agli ospiti.




Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com


3 thoughts on “Milano | Dibattito in Triennale: ripensando insieme la città

  1. tatino pensabene

    Una cosa è certa: l’architettura pubblica di qualità (di ogni ordine e scala) é sparita del tutto. Quando esiste, è sempre deludente, miope, vecchia e fuori tempi massimi. Tutti dicono che gli spazi pubblici sono importanti pero’. Non so se è ipocrisia, ingenuità, wishfull thinking patologico, oppure incapacità a programmare/progettare di queste generazioni. Probabilmente l’insieme di tutto questo. Magari tra 50 o piu’ anni i nostri architetti saranno in fase con i bisogni di oggi, per adesso mi sembra di stare ancora negli anni ’70…crisi economica, incentivo a costruire palazzoni che alimentano una periferia infinita, assenza di infrastrutture e luoghi di aggregazione pubblici…verde insufficiente ecc, ecc…In fondo basterebbe replicare il modello urbano italiano del passato; contrade ricche di tutte le attività e servizi in grado di avere identità e autonomia forti. Tutto a prossimità, tutto attaccato. Tutto un misto. E’ sicuramente antieconomico non c’è dubbio, ma è cosi’ che ci siamo abituati per secoli. Ora il modello chiamiamolo Amazon ha asfaltato rapidamente tutto questo trasformando la città in una periferia americana sempre piu’ povera, sia in termini economici che in termini di vivibilità. Avere gratacieli luxury in centro non cambia le cose, anzi. Il modello italiano aveva dimostrato per generazioni che i contrasti potevano coabitare sviluppando una ricchezza oggi irriproponibile. Mi domando perchè l’ARCHITETTURA italiana dal sommo del suo patrimonio storico inarrivabile non riesca oggi a recuperare la dignità perduta? Questo mi resta un mistero inspiegabile e inaccettabile. Oggi si preferisce pensare a modelli ipertecnologici ma credo sia la direzione sbagliata, almeno per una qualità della vita che assicuri dignità ad un numero accettabile di individui…diciamo cosi’….

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