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Milano | Porta Magenta – Perché in piazza Tommaseo c’è un unico palazzo moderno?

Riportiamo un grazioso e interessante articolo del nostro amico Rustego, appassionato di storia urbana di Milano col suo blog di Cronache Edilizie Mianesi, dove si diletta a trovare storie interessanti riguardanti gli sviluppi immobiliari della città nel corso del tempo.

Vi portiamo a scoprire una strana storia che giustifica la presenza di un unico edificio moderno nella meravigliosa piazza Tommaseo, circondata da bellissimi palazzi eclettici, caratteristici del bellissimo quartiere di Porta Magenta, sviluppatosi a partire dalla fine dell’ottocento tra piazzale Cadorna e via Pagano, con al centro via XX Settembre, sorto per dare nuove abitazioni moderne e confortevoli alla classe medio borghese della città.

Qui infatti si trasferirono molte famiglie che abitavano nei sontuosi e antichi palazzi del centro storico.

Chi dovesse capitare, passeggiando senza meta – che è il modo migliore per conoscere la città di Milano – in piazza Tommaseo rimarrebbe probabilmente stupito nell’individuare, più o meno immediatamente, un fabbricato recente – sul quale preferisco sorvolare… – rispetto ad un insieme omogeneo stilisticamente: lo scritto che segue intende rintracciare naturalmente ciò che vi era prima, un basso edificio a due piani…

Il sig. Alfredo Zoppi era titolare di una fabbrica di catene d’oro e braccialetti in genere in via Spadari 1 angolo via Torino; secondo l’Archivio della Camera di Commercio di Milano, la sua attività risaliva almeno al 1892, anche se risulta una interruzione ed una ricostituzione: è possibile che sino al 1897, insieme al sig. Del Torre, avesse un laboratorio in via Spadari 1 e successivamente, da solo, in via Petrarca 26, di fatto in piazza Niccolò Tommaseo.

Via Spadari infatti fu oggetto di interesse da parte degli urbanisti proprio tra la fine del XIX secolo e l’nizio del XX: il lato destro, civici pari, fu infatti demolito nell’ambito dei lavori di allargamento di via Orefici e della realizzazione di piazza Cordusio, avvenuti nel corso di qualche anno a partire dal 1887, che permisero la distruzione completa dell’isolato compreso tra le vie Spadari, Ratti (oggi Cesare Cantù), Armorari ed Orefici e la sua riconfigurazione con l’apertura di via Victor Hugo; il lato sinistro, civici dispari, gli sopravvisse per qualche tempo ma le demolizioni iniziarono nel 1901 e si conclusero dopo qualche anno. È pertanto probabile che Alfredo Zoppi ed il suo laboratorio, in via Spadari 1, angolo via Torino, fossero stati costretti a spostarsi dai fabbricati per i quali era previsto esproprio e demolizione e ad individuare un’area dove collocare la propria attività.

Le fortune forse arrisero allo Zoppi se, invece di scegliere di continuare a lavorare in centro, in un fabbricato non di sua proprietà, scelse infine l’azzardo di costruire ex novo uno stabilimento con annessa abitazione civile in quella che nel 1900 era praticamente estrema periferia, nei nuovi quartieri di recentissima fabbricazione dopo il Castello Sforzesco. Quando il 23 febbraio 1900 egli richiese i punti fissi per la sua futura costruzione, non aveva ancora presentato la richiesta edilizia; via Petrarca terminava in piazza Tommaseo che era ancora lungi dall’essere completamente edificata. Il tracciamento fu pertanto piuttosto agevole, dato che si trattava semplicemente di congiungere con una linea retta gli zoccoli degli unici due fabbricati esistenti in quel tratto di via Petrarca, ovvero via Mascheroni 18 e via Petrarca 20.

La richiesta di nulla osta per la costruzione di una “piccola casa  ad uso abitazione con unito laboratorio per oreficeria, corte e giardinetto” del sig. Alfredo Zoppi fu protocollata il 27 aprile seguente, progetto dell’ing. Giacomo Santamaria e capomastro Augusto Zucoli. I disegni presentati illustrano una costruzione a due soli piani, graziosa e garbata, che cela la destinazione industriale senza rivelare alcunché, accattivante per l’asimmetria piacevolmente mossa della facciata. La distribuzione dei locali dell’abitazione è ordinaria, mediante due ingressi ed un vano scala, mentre ancora più semplice è il retrostante stabilimento, ad una sola campata, che occupa metà del lotto. Una cartolina pubblicitaria mostra la casa e lo stabilimento in alcuni disegni celebrativi, ma complessivamente veritieri, isolato tra via Petrarca e piazza Tommaseo – come effettivamente le mappe del tempo mostrano realmente.

Il progetto fu approvato dalla Commissione igienico-edilizia, con qualche nota,  il 10 maggio 1900 e i lavori procedettero con la consueta rapidità del tempo, tanto che già l’11 agosto il capomastro Zucoli richiese la prima visita al rustico, che fu effettivamente eseguita il 28 agosto, in cui tuttavia si rilevarono alcune opere ancora da terminare. Il mese seguente fu richiesta la seconda visita al civile, che fu eseguita infatti il 27 settembre 1900, nella quale si sottolinea però che la facciata non era ancora stata completata; un esito negativo naturalmente comportava una ulteriore visita – suppletiva – con ulteriori spese da parte della committenza. La seconda visita, questa volta terminata la facciata, fu richiesta pertanto il mese seguente, il 20 ottobre; non si comprende pertanto la ragione per richiedere tempestivamente visite da parte degli ingegneri comunali pur nella consapevolezza dello stato reale dei lavori. Questo comportamento medesimo si ripeterà l’anno seguente, per ulteriori visite eseguite a causa di alcune varianti, come vedremo.

Il 23 gennaio 1901 fu concessa la collocazione del mobilio nei locali al piano terreno ad uso lavorerio, per il quale il 10 marzo 1901 fu richiesta la visita sanitaria per abitabilità entro il 25 marzo. Tuttavia la presenza di un ripostiglio presso un cavedio, in fondo al cortile, rese necessaria la richiesta di ulteriori visite tecniche per il collaudo, ritardando pertanto i lavori di qualche mese: senza entrare in dettagli, è sufficiente evidenziare che ancora nell’ottobre 1901 fu richiesta la copertura del cavedio mediante apposita tettoia, ulteriore variante che allungò ulteriormente i tempi di realizzazione della casa e dello stabilimento. Nel maggio 1901 la mancata pavimentazione del cortile rese vana la terza visita, quella sanitaria necessaria per l’abitabilità, con tanto di ingiunzione da parte del Comune di termnare i lavori entro la fine del mese seguente.

Le visite sanitarie furono più d’una e si conclusero il 15 novembre 1901, data che possiamo ragionevolmente prendere come fine lavori definitiva del complesso. Una vicenda travagliata e piuttosto lunga per una costruzione di dimensioni limitate e dalla difficoltà tecnica relativa; naturalmente un certo ruolo può essere stato svolto dalla fretta per insediarsi nel nuovo fabbricato, data la demolizione in corso di quello di via Spadari. Per questo motivo le visite al civile e quelle sanitarie furono molteplici ed anche parziali, ma evidentemente lo Zoppi doveva avere una certa fretta per ragioni contingenti che possiamo ben comprendere.

Dopo solamente dieci anni, la piccola costruzione fu oggetto di lavori di sopralzo che sono interessanti in quanto avrebbero posto il problema di mantenere una certa aderenza stilistica – questione facilmente risolvibile – in parziale conflitto con nuovi regolamenti edilizi.

Il 24 luglio 1911 fu infatti protocollata la richiesta per il sopralzo della abitazione, con spostamento della scala e demolizione dello stabilimento del cortile al fine di realizzare un giardino: una trasformazione importante, da collegarsi con ogni probabilità alla cessazione dell’attività dello Zoppi. 

I disegni allegati sono molto curati nei dettagli, nella volontà, forse della stessa committenza, di rispettare le linee stilistiche della casa: infatti fu esattamente ripreso il motivo, piuttosto caratteristico, del particolare tetto con timpano dal sapore tipicamente “chalet”.  Naturalmente fu necessario modificare le aperture e gli ingressi, data la necessità di aggiungere una scala, ma il nuovo progetto è assolutamente mimetico rispetto a quello originario. Con la demolizione dello stabilimento retrostante fu possibile aggiungere un piccolo portico.

Il progetto ottenne il parere favorevole della Commissione igienico-edilizia già il 2 agosto seguente; tuttavia i lavori di demolizione e ricostruzione non erano certo di poco conto, tanto che la Prima visita, al rustico, fu richiesta dal capomastro Antonio Santini solamente il 23 dicembre 1911 ed eseguita il 15 febbraio 1912. La Seconda visita, per il nuovo piano secondo al civile, fu richiesta il 6 maggio ed eseguita il 23; i problemi riguardo il piano sottotetto emersero durante la visita per l’abitabilità del 14 ottobre 1912: se in generale non vi furono problemi per i nuovi locali al piano secondo, qualche problema fu rilevato per il locale sottotetto: fu pertanto rilasciata una licenza di occupazione parziale dei locali ad eccezione del sottotetto non regolamentare; successivamente alla visita si constatò che esso era privo di domanda di occupazione e “scoperto di licenza il locale sottotetto perché non regolamentare per altezza e non adatto all’uso di dormitorio. Si chiede appunto al Delegato del Mand. 4° se detto locale è occupato e per quale uso”. Prontamente il Delegato si recò a verificare la destinazone d’uso del locale sottotetto, annotando che effettivamente esso era utilizzato come “dormitorio” per la domestica. 

La questione è di un certo interesse perché l’abitabilità dei locali sottostanti il particolare tetto a timpano originario era evidentemente possibile con il Regolamento Edilizio del 22 maggio 1889, ma decisamente no con quello successivo. La volontà di mantenere lo stile originario, apprezzabile dal punto di vista del linguaggio architettonico, si rivelò controproducente a livello eminentemente pratico. Una sezione della piccola camera della domestica del sig. Zoppi fu allegata al fascicolo, ma è priva di data e non vi sono spiegazioni di sorta: rimane pertanto il dubbio che detto locale, effettivamente angusto – ma con una vista mirabile verso l’intera piazza Tommaseo! – fosse rimasto de facto privo di regolare abitabilità e d conseguenza abusivo. 

Palazzina Zoppi sopravvisse al suo primo proprietario e alla Seconda guerra mondiale ma fu demolita intorno agli anni Cinquanta. Al suo posto sorse l’unico palazzo moderno della piazza, edificato nel 1961 su disegno dell’ingegnere Mario Tanci, Via Francesco Petrarca 26.

(Casa e lavorerio di Alfredo Zoppi, via Francesco Petrarca 26 28, 𝛂 1900-01 / 1911-12 – ✝︎ 1955 circa)

Referenze immagini: Rustego; Roberto Arsuffi

Testo di Rustego da: Cronache Edilizie Milanesi

Porta Magenta, Quartiere Magenta, Architettura, Stile Eclettico, Via Petrarca, Piazza Tommaseo, Cronache Edilizie Mianesi




Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Con l’affermarsi dei Social Network, che richiedono sempre una maggiore velocità di aggiornamento, Urbanfile è stato affiancato da un blog che giornalmente segue la vita di Milano e di altre città italiane raccontandone pregi, difetti e aggiungendo di tanto in tanto alcuni spunti di proposta e riflessione.


4 thoughts on “Milano | Porta Magenta – Perché in piazza Tommaseo c’è un unico palazzo moderno?

  1. Angelo Tirelli

    Molto interessante. Dispiace constatare come la mancanza di attenzione urbanistica abbia prodotto questo vulnus così palese . By

  2. Est71

    un interessante racconto da cui si evince una storia di dedizione al lavoro e attenzione per i dettagli e al particolare estetico oggi persi o molto compromessi dietro a più speculative teorie green(washing)

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