"Anche le città hanno una voce" — Segnalazioni, bellezze, architettura, storia e altre curiosità urbane.

Ripari perduti: analisi di alcuni antichi sistemi difensivi in rovina


  L’architetto Angelakis, direttore dei lavori di restauro dei bastioni a mare di La Canea, ci guidava nel 2009 nella sua raggiante città, prima che la crisi colpisse la Grecia e il suo futuro. In questo tour scoprivamo camminamenti percorribili, torri, bastioni, porte. Capivamo quale il valore a Creta di quelle fortificazioni che i Veneziani fecero erigere quasi cinquecento anni fa, ne capivamo il senso, il rapporto con i cittadini, l’uso che ne facevano e il loro enorme potenziale turistico: divertiti ad esempio nell’incontrare una coppia di italiani (dopo aver parlato in greco così a lungo, sembrava quasi una lingua estranea la loro) passeggiare sul terrapieno delle mura occidentali.

  Qualche tempo dopo ci capitava di far pervenire qualche foto all’architetto del Bastione di San Giovanni. La reazione fu inaspettata: era dispiaciuta nel vedere così mal ridotto cosa rimaneva del Bastione. Fin lì infatti credevamo che il Bastione fosse tra i migliori esempi di conservazione delle mura di Catania, quello che ancora non era stato devastato, sepolto, distrutto o sommerso da case o palazzi. Eravamo ciechi, ciechi perché piuttosto gioivamo del solo fatto che un pezzettino della cortina muraria fosse ancora esistente.

Il Bastione di San Giovanni visibile dalla via omonima.

  Catania è una città che venne circondata da mura in più occasioni della sua esistenza. Testimonianze indirette di fortificazioni greche, i resti delle mura aragonesi, i bastioni cinquecenteschi sono tutti dati tanto articolati che viene difficile all’occhio dello studioso riuscire a sintetizzarli degnamente.
Volevamo infatti intraprendere un viaggio virtuale per comprendere meglio la dinamica e l’ubicazione delle mura di città, ma a Catania sono così tante e intricate le strade – tanto reali quanto metaforiche – che abbiamo scelto di selezionare solo una piccola parte di esse da analizzare, giusto per giungere ad una conclusione di spiccata attualità, nulla togliendo alla possibilità di ritornare a scrivere ancora sulle misure difensive della città.
Tratteremo quindi delle mura che si affacciavano sul mare, il biglietto da visita per questa città portuale, il suo accesso principale, ma anche il punto più debole e pertanto necessario di maggior controllo.


Le mura alla Marina, un tempo dette Beloardo di Sant’Agata.

  Del perimetro difensivo di Catania, infatti, proprio la cortina muraria a mare è stata quella che ha subìto maggiori rifacimenti, al punto che oggi risulta quasi del tutto impossibile stabilire quale andamento seguisse nelle epoche più antiche. Alcune planimetrie cinquecentesche permettono di ipotizzare che parte delle mura medioevali non fosse ancora stato abbattuto, permettendoci una vaga idea di come proseguissero le mura della città prima dell’erezione dei nuovi bastioni, ma nulla di davvero concreto. Così ciò che ci è noto è frutto di quel progetto di fortificazioni iniziato poco prima del 1550 su volere di Carlo V e fondamentalmente mai concluso. Nella sua Pianta topografica della città di Catania, Sebastiano Ittar ricorda che il tratto di mura alla marina – che a partire dalla Porta delli Canali circonda i palazzi dei Chierici e dell’Arcivescovato, passando dalla Porta Uzeda e chiudendo con la scomparsa Porta del Porticciolo – veniva impropriamente chiamato “Bastione di Sant’Agata”. Si tratta di una originale conformazione a W delle mura che, presso il transetto merlato della Cattedrale che fungeva da vedetta, stringe formando un vertice. Sulla base della epigrafe che sovrasta la Porta di Carlo V (già delli Canali) possiamo stabilirne la datazione al 1553, stabilendo anche una certa precocità dello stile della medesima porta che richiama in anticipo su tutta l’Italia lo stile Classico come elemento di decorazione urbana: in Toscana, per esempio, solo la fine del secolo vedrà imitata la medesima porta sulle cortine civiche. Tale precocità può essere letta e inserita nel confronto con le antichità classiche che a Catania sopravvivevano all’epoca e facevano parte del vivere quotidiano (un esempio per tutti: durante i moti del 1542 i catanesi ribelli si davano appuntamento presso la Pietra del Malconsiglio, un capitello liscio proveniente probabilmente da un tempio romano, forse quello del culto isideo), un confronto che non cessa di esistere nel 1612, quando viene inaugurata alla presenza del viceré il duca di Ossuna la Fontana delli Canali in seguito nota come fontana de’ setti canneddi e oggi la più antica fontana urbana esistente, né tantomeno nel 1621, quando il successore del duca di Ossuna, Francesco Lanario duca di Carpignano, provvide alla risistemazione della cortina, al suo abbellimento con tre ricche fontane e creò il primo passiaturi di Catania, esempio unico al mondo occidentale di allora di una passeggiata alla marina lastricata, alberata e dotata di comode panchine: per la realizzazione di detta passeggiata infatti si ricorse alla spoliazione dell’imponente acquedotto romano che da quasi mille e settecento anni si imponeva nelle campagne che dalla città giungevano all’odierno abitato di S. Maria di Licodia, riducendone gli archi della metà.

Porta di Carlo V, già delli Canali.

La colata del 1669 raggiunse il Porto nella sua parte meridionale, minacciando l’ingresso delle lave anche dalla suddetta Porta civica, come fece già dalle porte del Sardo, della Consolazione, della Decima e più a nord da una porta detta del Regno o della Giudecca. La brusca frenata causata dall’impatto tra le lave calde e il mare non risparmiò le fontane del ’21, se non la più modesta di esse, ribattezzata in seguito Fonte Lanaria.
Ma un sistema fortilizio non si limita all’estetica, essendo esso frutto di una necessaria protezione militare di una comunità costantemente sotto attacco piratesco. Pensiamo ai diversi progetti che si sono susseguiti nel tempo per difendere la città e quasi nessuno davvero compiuto: dal Ferramolino allo Spannocchi, dal Negro (sebbene non sia chiaro se la sua presenza in città fosse militare o di studio) al Camilliani passando per altri architetti via via richiamati dai viceré di turno per il rafforzamento delle mura urbiche catanesi. Uno dei progetti, forse dei primi del Seicento, riguardava la vigilanza sulla costa, con un sistema di torrette e di fuochi da fare invidia ad un recente film di tolkeriana ispirazione. Le torrette, aventi una distanza tra esse tale da permettere un rapido aggiornamento visivo fino ai castelli che ospitavano le milizie, presero presto il nome allusivo di Torri Sarracine, riferendosi al nemico da cui difendevano la costa. Laddove non si sfruttavano preesistenze come il campanile della Cattedrale (resa nel 1662 una delle più alte torri d’Occidente con i suoi quasi 100 metri), della chiesa di Santa Maria di Ognina o le vedette del Castrum Acis (ad Acicastello) e della Fortezza del Tocco (ad Acireale), le torrette costiere, impropriamente dette anche garitte, vennero realizzate secondo forme e dimensioni standardizzate. In pianta quadrata, esse vennero alzate con robusti angoli in conci lavici squadrati di varia dimensione; le pareti sono invece in materiale lavico non lavorato, calce, ghiara, cunei di vario genere (ceramiche, pietra calcarea o rocce laviche di minori dimensioni); si presentano con due aperture contrapposte dagli stipiti e dalla trave in più conci di pietra lavica ben riquadrata di cui una solitamente rivolta verso il mare, mentre ortogonali ad esse (a nord e a sud) due finestre si aprivano con analoga architettura. Chiudeva l’edificio una riconoscibile cuspide piramidale circondata da quattro più piccole piramidi ognuna su uno dei rispettivi cantoni della guardiola.

Fosso del Castello Ursino e serti murari delle Mura di città.
In fondo è visibile la vedetta cinquecentesca.

L’esempio più antico, databile alla metà del XVI secolo, sembrerebbe essere la torretta angolare intra moenia che spalleggiava il Castello Ursino nella estremità meridionale della linea fortificata alla Marina e ritrovata solo in anni a noi molto recenti (oggi è sita in un delizioso giardino che decora lo spazio tra il maniero federiciano e i resti ritrovati delle mura civiche, sepolte dalla colata del 1669): questa infatti appare nelle illustrazioni realizzate da Tiburzio Spannocchi verso la fine degli anni cinquanta del secolo.
Il fascino e la suggestione di tali torrette ha incantato da sempre chi scrive, instillando una vera passione per i sistemi difensivi del passato. Molte generazioni di catanesi hanno affrontato, ai tempi in cui piazza Europa era una piazza, l’arrampicata coraggiosa verso la torretta sfidando vertigini e aspre rocce sentendosi chissà quali cavalieri di perduti regni delle favole.

Garitta di piazza Europa. Si erge su un picco di lave preistoriche,
in parte un tempo subacquee.

Ma alle favole, crescendo, si smette di credere e i luoghi che da piccoli sembravano magici si scontrano inesorabilmente con la realtà.
Così duole narrare che il glorioso sistema difensivo, che un tempo proteggeva la città dagli agenti esterni, non è riuscito a proteggersi dalle “aggressioni interne”, finendo inesorabilmente fagocitato, deturpato, dilaniato dalla medesima città che giurò di proteggere.
Il caso del Bastione di San Giovanni è piuttosto eloquente in merito, giacché di esso si può avere idea solo sbirciando attraverso un cancello perennemente chiuso o immaginandoselo sgombro dalle casette popolari o dalle piante che ai suoi fianchi o al suo interno hanno ormai preso pieno predominio. Ma anche la stessa Porta di Carlo V piange in silenzio il soffocamento del settecentesco palazzo del Seminario e delle bancherelle dei pescivendoli. La sorte non ha risparmiato nulla, se la cortina muraria detta Beloardo di Sant’Agata è stato svuotato nel tempo per ricavarne botteghe di ogni tipo. Per tacere della scomparsa della passeggiata alla Marina a causa della realizzazione del ponte ferroviario di fine Ottocento, cui ci riserviamo la cura di un approfondimento in seguito.

Condizioni in cui verte il Bastione di San Giovanni,
visibile da un cortiletto affacciante su via Vittorio Emanuele II.

Ma ciò che intristisce maggiormente è la amara lettura di un articolo di Italpress e riportato dal Corriere del Sud, intitolato Le garritte spagnole trasformate in case abusive. Già tempo fa denunciammo altrove le pessime condizioni di piazza Europa e della sua torretta ridotta a deposito di cartoni e materiale accatastato da chissà chi, ma la coscienza che il “biglietto da visita” alla città dal mare verta in sì gravi condizioni rende difficile poter credere esista un interesse a valorizzare e dare nuova linfa vitale a questi baluardi della nostra storia passata.
Un deposito improvvisato all’interno della torretta di piazza Europa.

Appaiono quindi le torrette del Lungomare quali depositi e latrine, punti in cui trovare bottiglie, preservativi, siringhe, dove il tanfo diventa irrespirabile e dove la cultura e la coscienza civica muoiono. Invano si è cercato di ripulirle, al punto da spingere Marco Morabito, responsabile servizio giardini pubblici, a dichiarare che “l’ideale sarebbe murare le entrate delle torri per evitare a tutti un simile spettacolo”.
Una soluzione tanto drastica – diremmo noi – appare l’inverosimile. Impossibile ipotizzare che qualche blocco di forato basti a far desistere incivili ed emarginati a considerare un bene monumentale al pari di una discarica-tugurio-alcova. Impossibile immaginare che nessuna anonima bomboletta spray non uccida l’estetica del monumento e che dopo poco anonimi martelli non decidano di riaprire le torri isolate per ricavare ancora una volta un ambiente degradato.
Ecco perché ci sentiamo in obbligo a suggerire una visione “nuova” delle cosiddette garitte. Prendendo spunto da un progetto analogo vi vediamo bene la creazione di Case per i Pipistrelli all’interno, affinché si incentivi l’aumento delle colonie cittadine degli utilissimi “amici dell’uomo” (basti pensare che in media un pipistrello riesce a mangiare ben 2000 zanzare per notte), fornendo loro un luogo dove stare, al riparo, protetti e monitorati da gruppi volontari e da ricercatori.

Un Eptesicus serotinus trovato in una abitazione sul lungomare.

Un antico sistema di difesa che tornerebbe alla sua funzione originaria, difendendo le comunità dei chirotteri, ma nel contempo proteggere i cittadini dalle zanzare, un nuovo nemico che assale la città tenendola sotto costante attacco.




Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com


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