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Milano | Duomo – Il “cantiere divino” del tiburio della Cattedrale

Pochi si rendono conto che a Milano c’è un cantiere speciale che va avanti da anni, quasi fosse infinito, ed è quello del Duomo.

Ad oggi il cantiere di restauro esterno della grande cattedrale (la terza al mondo per dimensioni dopo San Pietro a Roma e la Cattedrale di Siviglia) si è concentrato particolarmente nella parte alta: dalla copertura della navata centrale con l’impermeabilizzazione del tetto, a buona parte del tiburio. Sono in corso anche restauri nella parte laterale, lato esterno e interno della sagrestia nord, sul lato nord dell’abside, e nella parte della cappella della Madonna dell’Albero, sempre nel transetto nord. Mentre all’interno, proseguono i restauri di parti delle navate laterali come quella posta a sud.

Noi vi porteremo virtualmente, col nostro racconto, al tiburio, ancora in restauro.

Il tiburio, per chi non lo sapesse, è un elemento architettonico che racchiude al suo interno una cupola proteggendola. Può assumere svariate forme, come quella cilindrica, cubica, parallelepipeda o prismatica, a seconda che la cupola abbia pianta poligonale o circolare.

Generalmente è costituito da un tetto a spioventi chiuso in sommità da una lanterna. Il tiburio fu usato con frequenza nell’architettura sacra bizantina, romanica e gotica e in edifici rinascimentali. Ad esempio possiamo trovare tiburi come quello dell’abbazia di Chiaravalle, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro o nella basilica di Sant’Ambrogio. Da un punto di vista statico, il tiburio copre la cupola senza gravarvi. Quello del Duomo è ottagonale e ci lavorarono fra gli altri Guiniforte Solari a Leonardo da Vinci e Bramante.

Noi di Urbanfile, grazie a Veneranda Fabbrica del Duomo, siamo stati invitati a fare un piccolo reportage al cantiere del luogo più alto della cattedrale, ai piedi della Guglia maggiore, quella con la famosa Madunina.

Guidati da Francesco Canali responsabile cantieri, abbiamo potuto vedere e toccare una meraviglia che per noi milanesi vuol dire soprattutto l’anima stessa della città, il Duomo.

Grazie a questa visita abbiamo vissuto un’esperienza tra il divino e il terreno, un’orgia di sentimenti: architettura, cultura, storia, cantieri, cielo e terra, uomo e spiritualità senza eguali.

Così come scrisse Mark Twain, uno dei più grandi scrittori della letteratura americana dell’800 quando descrisse la Cattedrale di Milano in un capitolo di un suo libro le cui parole trasudano meraviglia e contemplazione:

Al crepuscolo, siamo giunti nei pressi di Milano e abbiamo intravisto la città e le vette azzurre alle sue spalle. Morivamo dalla voglia di vedere la rinomata cattedrale! Alla fine, una giungla di aggraziate guglie, luccicanti nella luce ambrata del sole, si è lentamente elevata sui tetti bassi delle case allo stesso modo in cui talvolta ci capita di osservare, sull’orizzonte lontano, una massa dorata e torreggiante di nubi sollevarsi sulla distesa di onde, nel mare: la cattedrale!
Lo abbiamo capito immediatamente. Per metà di quella nottata e per l’intera giornata successiva, questo autocrate architettonico è stato l’oggetto esclusivo del nostro interesse. Che meraviglia! Così imponente, così solenne, così grande! Eppure così delicata, così eterea, così elegante! Un mondo solido che, tuttavia, al chiaro di luna, pare un’illusione fatata di arabeschi di ghiaccio pronta a svanire in un soffio! Con quale nitidezza le sue guglie ornate di angeli e la turbolenza dei suoi pinnacoli si stagliavano contro il cielo e con quale ricchezza le loro ombre si proiettavano sul suo tetto candido! Una visione! Un miracolo! Un inno intonato nella pietra, una poesia incisa nel marmo
!”

Mark Twain, The Innocents Abroad, Chapter XVIII

La nostra visita al cantiere è cominciata da dietro le cesate poste sul lato destro della cattedrale dove si cela parte del cantiere fisso del duomo, dove si lavorano di fino le pietre e si sollevano sino al tetto tramite carrucole e verricelli.

Abbiamo scoperto che sotto la cattedrale si cela un piccolo universo, una vera e propria fabbrica ignota ai più, dove oltre 150 persone lavorano e vivono. Persone che animano senza quasi essere notati ma con passione e dovere questa gigantesca macchina che è il cuore pulsante di Milano da oltre 600 anni.

All’interno dello spazio di cantiere si trovano le attrezzature per sagomare i blocchi di marmo (ci sono anche parecchie sagome di vario tipo), così come si possono vedere dettagli come la lapide scritta in latino sul fianco della cattedrale:

TEMPLI FRONTEMGRAECO OPERE INCHOATAMGOTICOAD MOLIS UNIVERSAE CONSENSUMINSTAURANDAM PERFICIENDAMOSTIORUM LUMINUM ANTEPAGMENTISOB ARTIFICII ELEGANTIAMINTACTISXX VIRI AEDIFICATIONI PROCURANDAEDECREVERUNTANNO M DCC LXXXX

Il cui senso dovrebbe essere a grandi linee questo:

Per decreto dei 20 responsabili della costruzione, con unanime consenso, viene iniziata la demolizione della facciata della chiesa, per trasformarlo dallo stile greco a quello gotico, per dare luce all’ingresso e mantenendo intatte le porte per l’eleganza della fattura. Anno 1790.

Noi cittadini ci passiamo davanti, magari ogni giorno, e quasi non ci prestiamo più attenzione, come fosse la mamma che ci prepara la colazione o il pranzo: c’è ed è una garanzia, una mano protettrice sempre presente.

Eppure la nostra cattedrale è una montagna di storia e di devozione. La si percepisce da mille particolari come dai piccoli decori delle merlature alle statue delle guglie. Secoli di lavoro svolto con amore da migliaia di operai che utilizzano le stesse tecniche oggi come 600 anni fa. Perché per collocare un pezzo in marmo di Candoglia a 70/90 metri d’altezza lo si fa oggi magari con carrucole motorizzate, ma anche con uomini che incastrato i pezzi a dovere esattamente come succede da secoli usando braccia e martelletti.

Anzitutto il marmo, la pietra.

A monte della piccola frazione di Candoglia, nel comune di Mergozzo, sulla sinistra del fiume Toce e proprio all’imboccatura della Val d’Ossola, in Piemonte, si trovano le cave da cui proviene il marmo che compone la Cattedrale sin dagli albori.

Infatti da queste cave viene estratto solo il marmo per la costruzione del Duomo di Milano. Il suo uso è noto fin dall’epoca romana, le prime cave sono riconducibili all’età augustea e furono sfruttate fino all’età tardo imperiale, dato che reperti, soprattutto sarcofagi, in marmo di Candoglia furono rinvenuti a Milano, Pavia e persino a Torino. L’impiego più importante di questo marmo però va riservato alla costruzione della nostra cattedrale.

Fu Gian Galeazzo Visconti a decidere di sostituire il mattone, originariamente pensato per la costruzione del Duomo nel progetto iniziale, come si usava all’epoca in italia del nord, con il marmo. A questo scopo, il 24 ottobre 1387, cedette in uso alla Veneranda Fabbrica la Cava di Candoglia e concesse il trasporto gratuito dei marmi fino a Milano attraverso le strade d’acqua. Le imbarcazioni che trasportavano i materiali (esenti da pedaggi) per la fabbrica erano contraddistinte dalla scritta ad Usum Fabricae Operis, da cui deriva l’espressione ad ufo come sinonimo di gratis. Il trasporto del materiale fino a Milano avveniva dal Toce al Lago Maggiore, lungo il Ticino e il Naviglio Grande e poi dentro alla città fino alla darsena di Sant’Eustorgio. Attraverso il sistema di chiuse, realizzato dalla Fabbrica, arrivava fino al Laghetto (oggi Via Laghetto), proprio a poche centinaia di metri dal cantiere della Cattedrale, nel cuore della città.

Anche dopo la chiusura del Laghetto, il trasporto dei blocchi fino a Milano rimase via acqua fino al 1920; con la soppressione dei navigli in centro dieci anni dopo, passerà definitivamente su gomma attraverso le strade cittadine.

L’esigua larghezza della vena di questo marmo rende difficile e costosa la sua estrazione. Tale incognita, tuttavia, non ha mai fermato lo slancio della Veneranda Fabbrica, che ancora oggi affronta la grande impresa di conservazione del Monumento con responsabilità, curando la coltivazione e la manutenzione della Cava grazie all’impiego di personale altamente qualificato e con il supporto delle tecnologie.

Marmo resistente ma che col tempo risulta delicato, ecco perché da sempre è monitorato e sostituito in caso di necessità. I ferri utilizzati al suo interno per bloccare i marmi si è scoperto, col tempo, che provocavano gravi danni alle strutture. L’inquinamento dell’aria, per giunta, negli ultimi sessant’anni ha peggiorato il degrado. I ferri all’interno dei muri resistono sino ad una temperatura minima di -20 gradi e ad una massima di 50 gradi.

La cattedrale, spiegava l’ingegnere Francesco Canali, sin da subito ha utilizzato al minimo l’uso di contrafforti, dove le spinte di forza vengono bloccate da grandi masse di pietra, come avviene nelle cattedrali ben più antiche; nel duomo di Milano, l’uso delle catene metalliche, pensate già da subito, ha reso l’edificio più leggero.

La nostra salita al tiburio ci ha regalato anche l’esperienza, prendendo uno dei montacarichi utilizzati dal cantiere, di osservare da vicino un pezzo di parete del transetto meridionale, con tanto di statue e di gargolla (o come i si usa oggi, gargoyle, all’inglese). Sul tetto del transetto meridionale abbiamo potuto vedere alcuni blocchi in marmo lavorato che verranno sostituiti a quelli originali, così come vi erano pezzi che finiranno nel grande deposito del Duomo dove sono conservate ormai da un secolo tutte le statue e i blocchi rimossi e ammalorati.

La meraviglia della nostra bella cattedrale parla da sola, armonia candore senza eguali.

Il tiburio è un parallelepipedo ad otto facce posto ad un altezza di 68 metri che regge la guglia principale dove si trova la madonnina che arriva sino a 108,50 metri d’altezza. Ai lati si trovano quattro gugliotti che fungono da sovraccarico per vincere le spinte del tiburio stesso e sono posti esattamente sopra i piloni centrali del transetto. Sono fondamentalmente quattro torrette ottagonali che celano fra l’altro una scala a chiocciola, rivestiti da una transenna in pietra riccamente lavorata. I gugliotti sono nominati: Amedeo, il più antico, del 1500; Pestagalli, Vandoni e Cesa Bianchi dalla seconda metà dell’Ottocento (intitolati a tre architetti che lavoravano alla cattedrale).

L’ossidazione degli elementi metallici della struttura di rinforzo per i gugliotti, messa in opera nel 1844 da Ambrogio Nava aveva provocato la perdita dell’efficacia statica e la rottura di molte parti marmoree. La sostituzione dell’intelaiatura metallica con altra in acciaio inossidabile e l’inserimento di nuovi marmi al posto di quelli compromessi hanno anche riportato nel 1962 la Guglia Maggiore alla più completa sicurezza statica.
Il dissesto statico del Gugliotto detto dell’Amedeo (1507 – 1518), era dovuto principalmente alla mancanza di una solida base d’appoggio ed all’ossidazione delle parti metalliche che avevano provocato innumerevoli rotture e dissesti tali da renderlo del tutto inagibile. L’intervento realizzato tra il 1964 e il 1965 è consistito nello smontaggio dell’intero gugliotto, tranne il fusto centrale portante, per consentire la costruzione di una piattaforma stabile in cemento armato su cui poi si sono rimontati i pezzi marmorei depurati dalle parti ferrose corrose e risanati con rinforzi in acciaio inossidabile, sostituendo ove necessario, i marmi fratturati.
Nel 1964 a causa di allarmanti sconnessioni e fratture si procedette al restauro inserendo speciali elementi di acciaio inossidabile nella copertura della parte terminale del Gugliotto Pestagalli; tale armatura è stata poi rinforzata all’interno con iniezioni di cemento e tiranti radiali. Questo stesso procedimento è stato successivamente applicato ai gugliotti Vandoni e Cesa Bianchi.
Nel corso degli ultimi 20 anni sono state restaurate, parzialmente smontate e ricostituite con un metodo analogo al cuci-scuci dei paramenti murari, 25 guglie.

Le cause del grave dissesto che ha interessato il Duomo fino al rischio di collasso statico sono diverse: la soluzione architettonico-statica adottata per la costruzione della cupola del tiburio nel 1500; le modalità costruttive, (come l’uso di materiali eterogenei nei piloni e l’edificazione in tempi successivi di altre parti integranti il sistema del tiburio come i gugliotti); le conseguenze di alcuni aspetti della vita moderna come la variazione del sistema idrogeologico della città e del suo centro e le vibrazioni prodotte dal traffico veicolare.

Il depauperamento profondo della falda freatica provocato, dalla metà del secolo XX, da imponenti prelievi d’acqua dal sottosuolo, senza il compenso di adeguati interventi di riciclaggio e di rimpinguamento, ha causato cedimenti nel terreno che hanno portato a loro volta a gravi lesioni e cedimenti nei quattro piloni centrali del tiburio e a graduali trasmigrazioni di carico da questi, più fortemente caricati, a quelli circostanti, provocando gravi dissesti nelle sovrastanti strutture. 
Nel 1969 la situazione statica precipitò a causa degli estesi lesionamenti dei piloni del tiburio; si impose, come misura di sicurezza e presidio statico per il futuro intervento risanatore, la costruzione di un’incamiciatura in cemento armato e sono stati adottati alcuni provvedimenti specifici, tra cui la chiusura dei pozzi situati nel centro della città. L’intervento di restauro fu preceduto da più di dieci anni di studi e sperimentazioni effettuati anche su modelli fisici e, dopo aver riparato i danni dei 21 piloni secondari, fu attuato sui quattro piloni principali dal 1981 al 1984; l’operazione comportò la sostituzione di materiale lesionato pari a circa un 30% del loro volume e ridiede efficienza e saldezza al nucleo fondamentale del sistema statico del Duomo (fonti Fabbrica del Duomo).

Una volta saliti sulla guglia principale del Duomo, ai piedi della madonnina, in una splendida giornata ci siamo goduti una bella vista sulla città, nonostante da sud si scorgessero i nuvoloni della nebbia incombenti ai confini con la campagna. Naturalmente la visione della “Madonna” sulla città non ha eguali, ci si rende conto che “la dominet e Milàn”. La Madonnina sorveglia anche i cantieri a noi cari, quali l’albergo sotto “casa”, quelli del Cordusio e di piazza Diaz, così quelli in lontananza, come CityLife, Cascina Merlata e Porta Nuova.

Cosa che ci ha stupito è come, anche un luogo così isolato come può essere la guglia centrale, dove ci si accede in pochi e veramente di rado, sia minuziosamente decorato. Come ci ha spiegato Canali, è lo spirito e la devozione di maestranze e operai che hanno edificato la cattedrale, i decori erano realizzati per lo “spirito” e non per le visite dei “turisti”.

La guglia principale del Duomo, quella della Madonnina, venne liberata dalle impalcature di restauro nel 2015, lentamente un pezzo alla volta è stato liberato il resto del tiburio il gugliotti Pestagalli e a breve lo saranno anche gli altri tre.

Il marmo che vediamo nel Duomo è l’espressione devota di migliaia di persone che hanno lavorato per erigerlo nel corso dei secoli. Adesso pensare di costruire un edificio da completare tra molti secoli è impensabile, e fa strano immaginare carpentieri e architetti che lavorarono all’avvio della cattedrale pur sapendo che né loro né i loro figli dei figli avrebbero avuto l’onore di vederlo completato. Una devozione senza richieste, ma solo passione. Per giunta va ricordato che il Duomo come lo vediamo noi oggi è un’immagine che si è potuta avere solo da metà Ottocento in poi. Infatti per 4 secoli l’edificio non era completo e anzi, sembrava una vera e propria fabbrica.

Come dicevamo all’inizio, i cantieri aperti di notevole importanza sono al momento: il tiburio per l’appunto, che presto avrà un altro gugliotto spacchettato, il Casabianchi; la copertura del tetto, con l’impermeabilizzazione delle coperture, alle quali oramai manca solo un piccolo pezzo della navata centrale; all’interno, oltre alla navata meridionale in restauro, a breve saranno smontati i ponteggi per le due cappelle del transetto settentrionale, quelli di Santa Tecla e Santa Prassede; finalmente con l’anno prossimo sarà concluso anche il restauro della parte più antica della cattedrale, la Sacrestia Settentrionale, con gli affreschi del Procaccini. Pare si stia pensando anche a renderla visitabile verso la fine del 2020.

Ringraziamo la Veneranda Fabbrica del Duomo per questa straordinaria opportunità che ci ha regalato e vi anticipiamo che il 29 gennaio il “cantiere dei cantieri” del Duomo di Milano sarà oggetto di una serata speciale di Identità Urbane. Partecipazione gratuita con registrazione obbligatoria attraverso il sito di Identità Urbane.

Info: www.duomomilano.it, Wikipedia, Le chiese di Milano (Maria Teresa Fiorio)




Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


6 thoughts on “Milano | Duomo – Il “cantiere divino” del tiburio della Cattedrale

  1. ivan

    bellissimo articolo.

    ciò premesso, un giorno decideranno di eliminare l’orrendo capannone della fabbrica?
    ormai ci siamo abituati a vederlo, ma è un caso unico credo che a fianco di un monumento così importante sopravviva un catafalco simile, che rovina in parte il monumento stesso.

    non credo sarebbe impossibile trovare una soluzione.

  2. Cristina arduini

    Ma guarda improvvisamente il Duomo diventa interessante anche per urban file.
    La mia ricerca che vi guardate bene dal citare è durata mesi sfociata poi in un articolo che ho poi inserito nel mio sito, di cui voi avete preso ampi stralci. Almeno citare la fonte, come invece ho fatto io nella bibliografia per quello che ho consultato.

  3. Wf

    Sarebbe bello poter mettere una webcam ad alta definizione sul punto più alto in modo tale da poter vedere tutta Milano dall’alto sempre per tutti.

    E anche per i turisti.
    Bell’articolo.

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