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Catania | Di un antico laghetto

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Parapetto in marmo cipollino, eretto nella tarda antichità con materiale di recupero. In primo piano l’ambiente umido.

 

Via Vittorio Emanuele. Una palazzina come tante lungo l’antico corso, una palazzina che però cela la vista del magnifico Teatro antico.
Catania, unica città al mondo, conserva un teatro romano nel fitto della sua maglia urbanistica e, a giudicare dai rilievi più antichi, esso apparve fuso alla città senza soluzioni di continuità da epoche remote. Una strada – la defunta via Grotte – separava in due parti l’edificio e strade e piazze erano ricavate sulla sua cavea.
Ma al di là di questa palazzina in realtà non si apre solo uno scenario di architetture che raccontano la storia della città. L’orchestra del teatro, messa in luce dopo una lunga e fortunata campagna di scavo guidata dall’allora sovrintendente Maria Grazia Branciforti, appare oggi occupata da un insolito ambiente umido.

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Parodos occidentale. Lungo la parete sinistra rimane una canaletta presumibilmente sfruttata per incanalare l’acqua che oggi allaga l’orchestra.

Diverse testimonianze raccontano di conoscere la presenza di questo laghetto già negli anni ’70 e in verità in una guida del Touring Club Italiano del 1989 viene testimoniata la condizione di allagamento poiché “il tratto mediano dell’ambulacro inferiore si presenta rivestito di intonaco idraulico: è evidente che esso fu adattato in tarda età imperiale a serbatoio idrico al fine di poter allagare l’orchestra e permettere spettacoli sull’acqua”.

La presenza dell’acqua nell’orchestra potrebbe infatti avere una origine molto antica.

Esistono infatti diverse canalette che imbrigliavano le acque oggi a vista per condurle in alcune vasche di cui una ricavata tranciando i marmi dell’orchestra.
Giungeva ad essa un canale rivestito di marmi recuperati dal teatro stesso: qui infatti è stato rinvenuto il magnifico guanciale figurato a delfino esposto all’antiquarium di Casa Pandolfo.

Guanciale in marmo dall’orchestra.
Fonte

Ma la presenza dell’acqua in antico è chiaramente testimoniata da diversi elementi da tenere in considerazione.
Il primo certamente riguarda la possibilità che si tratti del fiume Amenano, il cui percorso sotterraneo è tutt’ora sconosciuto. Tale fiume viene ricordato dalle fonti antiche quale capriccioso, capace di rimanere asciutto per decenni e poi improvvisamente ingrossare fino ad allagare le case costruite intorno al suo letto. Ovidio ne testimonia anche la natura sabbiosa del suo letto. Similmente la polla d’acqua del teatro è rorida, pur ogni tanto asciutta, come nei primi anni del 2000, quando si poterono indagare la scena e la stessa orchestra; inoltre questa polla d’acqua trascina con sé sabbia, evidentemente parte dei sedimenti su cui poggia la città di Catania (“Catania in età greca dobbiamo immaginarla gialla e non nera“, ebbe modo di dichiarare il compianto Salvatore Cucuzza Silvestri).
Se fosse confermata dunque la pertinenza con l’Amenano, potremmo immaginare che esso scorresse presso il Teatro già in epoca greca, quando venne fondata l’apoikia di Katane: i Greci infatti fondavano le loro polis in località costiere presso fiumi navigabili. Interessante notare come la rappresentazione del fiume Amenano sulle monete della zecca cataniota sia inizialmente con le fattezze di un uomo barbuto e a partire da un certo periodo con quelle di un giovinetto, segno che in antico il fiume dovette avere una grossa gittata e solo in un secondo tempo ridursi ad essere semi-stagionale.

Tetradrammo di Katane, 460 a.C.
Tetradrammo di Katane, 425 a.C.

 

Ma le sorprese non finiscono. Perché se è vero che la polla d’acqua si comporta come descritto dagli autori antichi in merito all’Amenano (e non tardò nel XIX secolo Carlo Gemmellaro a indicare queste acque quale parte del percorso del misterioso fiume), non altrettanto certa è la sua effettiva pertinenza con esso. La gittata d’acqua è ben diversa, come si può verificare confrontando la polla d’acqua al tratto di fiume visibile nella fontana omonima e all’interno del Giardino Pacini. Il fatto che l’acqua filtri da più punti dell’edificio inoltre fa pensare diversamente.
Il comportamento è infatti del tutto simile a quanto si può vedere presso la Timpa della Leucatia, dove il peso delle lave preistoriche, facendo pressione sulle argille sottostanti, fa defluire in diversi punti le varie sorgive, le quali incontrano la resistenza del sottosuolo impermeabile e fuoriescono creando un ambiente umido di indiscutibile fascino. Analogamente accade alle Favare di Santa Domenica, sorgive che sono destinate ad ingrossare le acque del Simeto. Che avvenga qualcosa di simile? Non ci sentiamo in grado di escludere la possibilità, infatti, che le acque del Teatro romano siano sorgive scaturite dal Colle Montevergine (dove si appoggia il Teatro), fatte uscire non tanto dalle lave (che comunque sono ipotizzate dalla carta geologica dell’Etna del 1979, in cui si datano al 693 a.C. e occupano la sommità del colle) quanto dal peso della città stessa che qui conosce uno dei suoi quartieri storici: l’Antico Corso.

Sorgiva tra la cavea e l’euripo.

Ed ecco un’altro punto interessante della nostra analisi. Qual’è il rapporto tra questa parte di città e l’acqua?
In epoca romana è un fiorire di condotte idriche e di strutture termali, di fontane e di ninfei e il Teatro ne risulta totalmente circondato.
Sul lato occidentale del Colle Montevergine, in un quartiere chiamato La Cipriana, si insediò la comunità ebraica catanese durante l’età islamica. Una delle priorità per qualsiasi comunità in quel periodo (siamo intorno al IX secolo) era la presenza di sorgenti di acqua pura, che sarebbero stati sfruttati come mikva’ot, ossia come bagni purificativi. L’importanza del bagno rituale era tale che per una comunità nuova precedeva la costruzione di una sinagoga e per la creazione di un mikveh si poteva giungere all’estrema necessità di vendere le pergamene della Torah per ottenere fondi a sufficienza.
Non dista molto dal Teatro quello che crediamo aver identificato quale mikveh ebraico.

Presunto mikveh alla Cipriana.

Non lungi dal teatro esiste(va?) il celebre Puteu Ugulino, il Pozzo Mulino che dà il nome alla medesima via. La presenza di questo pozzo viene messa in relazione con Sant’Euplio, decapitato nel 304, ma il suo uso nel Medioevo è probabilmente da mettere in relazione con la comunità ebraica.
Nulla di strano dunque che uno dei nuclei familiari, i masunati, catanesi si fosse insediato all’interno del Teatro per sfruttarne la ricca sorgente d’acqua. Interessante è anche il rinvenimento degli scarti di una macelleria all’interno della scena, dove si presume esistesse un cortile nel XIV secolo, tra i cui resti anche le ossa di un dromedario le quali raccontano un aspetto ben più colorito di quanto oggi non sia la città.

Il Teatro quindi chiude in questo semplice specchio d’acqua tanti interessanti ambiti di ricerca, ma non solo.
Questo piccolo ambiente umido è diventato presto un rifugio per diverse specie animali. Così si avvistava il Martin pescatore tuffarsi e bere, così si notavano anguille nuotare tra i ruderi (sulla loro origine rimangono dubbi: secondo alcuni risalirebbero dalla Pescheria in piazza Di Benedetto lungo il sottosuolo dove vengono catturate e vendute dagli ambulanti; stando invece a chi nel Teatro ha lavorato, si tratterebbe della nidiata di alcuni esemplari portati qui apposta per pulire l’acqua da insetti e alghe), ma tra gli altri spiccherebbe la Emys trinacris, la Testuggine palustre siciliana, identificata da una rappresentanza dell’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali).

Testuggine nella zona della scena del Teatro.

 

Proprio la presenza di questo endemismo ha allertato l’Ente, preoccupato da una parte del progetto degli ultimi lavori che si stanno eseguendo presso il Teatro, importanti lavori di restauro e fruizione che permetteranno l’accesso alle visite a zone più ampie dell’edificio, estendendole anche ai diversamente abili, e all’approfondimento degli scavi in diversi punti. Il progetto nella sua totalità coinvolge tanto l’area del Teatro quanto quella dell’adiacente Odeon, nonché le vicine Terme della Rotonda.
Uno dei cantieri infatti prevedeva la trivellazione di una parte del retroscena mediante una pesante macchina che rischiava anche di minacciare le strutture più antiche, la cui conseguenza sarebbe stato lo svuotamento dell’orchestra e la perdita del piccolo habitat. Una dichiarazione da parte della direzione del Parco Archeologico Greco-Romano di Catania (che tutela il bene monumentale) al quotidiano La Sicilia e successivi rimaneggiamenti del progetto hanno comunque salvato il laghetto e i suoi abitanti.

Da parte nostra speriamo che questo piccolo contributo possa rendere ulteriore interesse nei confronti di questo delizioso ambiente, tanto apprezzato dai visitatori che da tutto il mondo ne hanno ammirato l’unicità.




Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com


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