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Milano | Sempione – Là dove meditava Sant’Ambrogio

Nessuno penserebbe che tra i palazzoni fitti dell’area attorno all’Arco della Pace, al Sempione, si trovi una chiesa dall’aspetto moderno ma dall’anima antica: si tratta della chiesa di Sant’Ambrogio ad Nemus.

Anzitutto perché questo strano appellativo? L’origine del nome è legata a una selva, ”nemus” in latino, posta non lontana dalle mura di Milano.

Di seguito tre immagini che mostrano come si dovevano presentare il convento e la chiesa nel 1450, 1870 e oggi.

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Sant’Ambrogio usava, di quando in quando, lasciare la città e ritirarsi in una casetta posta in mezzo ad un bosco attraversato da un fiumicello, per comporre versi e meditare. Casa e bosco sparirono, ma rimase il nome al luogo, che si chiamò per l’appunto Sant’Ambrogio ad Nemus (bosco). Importantissimo è il convento sorto accanto a questa chiesa, perché sembra sia storicamente accertato, fra l’altro anche dal Muratori, che qui sorse il primitivo monastero della storia fondato da San Martino nel 357 dopo Cristo. La leggenda vuole che San Martino di Tours, cacciato da Milano per volontà del vescovo ariano Assenzio, si fosse rifugiato in quest’area prima della dedicazione ad Ambrogio, nel 358. Questa notizia è confermata anche dal poeta Paolino Petricordio in un suo poema in onore di San Martino, scritto verso il 460 e in cui si trova anche la prima menzione del Nemus.

Il monastero sfuggì alla distruzione del 539 e dovette senz’altro sussistere nel secolo successivo, giacché sappiamo che alla fine del XI secolo la maggior parte dei nobili abitavano le campagne vicine, come dimora sicura. Papa Gregorio XI, in un suo scritto da Avignone dell’11 dicembre 1375 al priore di Sant’Ambrogio ad Nemus, accenna espressamente, come cosa certa, al fatto che Sant’Ambrogio si recava in quel luogo solitario per godere più divotamente, in solitudine, i conforti della contemplazione divina. In questo testo il Papa concede a questi frati di condurre la vita con la professione e la regola di Sant’Agostino, usando il rito Ambrosiano. Nel 1396 Gian Galeazzo Visconti manifesta la sua benevolenza verso questo convento, concedendo l’esenzione dai dazi e dalle gabelle. Nel 1589 Sisto V, con suo decreto in data 15 agosto, riunì l’ordine monastico di Sant’Ambrogio ad Nemus con quello di San Barnaba, attribuendo alla funzione il nuovo titolo di ordine di San Barnaba e Sant’Ambrogio ad Nemus. Un decreto di Papa Urbano VIII, del 1644, dichiarava assolto questo nuovo ordine. Qualche anno dopo il cenobio di Sant’Ambrogio ad Nemus fu trasformato in commenda.

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L’abbazia di Mirasole a Opera, potrebbe essere un esempio di come poteva apparire nel medioevo la chiesa di Sant’Ambrogio ad Nemus

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È evidente che la chiesa in questo luogo al di fuori delle mura nel corso dei secoli, abbia subito dei mutamenti; di essi però non si conosce nulla sino al 1389, anno in cui il tempio fu davvero trasformato ed assunse il titolo di basilica. Verso il 1500 Ludovico Sforza ordinò che la chiesa fosse rinnovata. Nel 1635 crollò l’intero soffitto all’improvviso (perì anche uno dei padri) recando gravi danni alla struttura. Il restauro fu compiuto dall’Ordine dei Santi Barnaba e Ambrogio ad Nemus. Nel 1798 la chiesa fu occupata e profanata dai francesi, i quali il 7 aprile la destinarono a magazzino e laboratorio. I francesi vi abbatterono i cinque altari; disperso i marmi e la stonacarano fin oltre 2 m dal suolo; tolsero le vetrate e distrussero il pavimento. Le opere d’arte qui custodite presero la via della Francia, con una sola eccezione, la Pala Sforzesca. Si tratta di un dipinto a tempera e olio su tavola realizzato nel 1494 da un anonimo artista attivo in Lombardia tra il 1490 e il 1520, conosciuto appunto come “maestro della Pala Sforzesca”. Il suo valore è sia materiale, per la profusione di ori e la minuzia di dettagli preziosi (osservandolo resterete incantati soffermandovi sui tessuti delle vesti, sulle gemme e sulle perle), sia storico che, prevalentemente, politico visto che lo si può considerare un po’ l’emblema dell’epoca di Ludovico il Moro. Per l’appunto destinato alla chiesa di Sant’Ambrogio ad Nemus, entrò a far parte delle collezioni della Pinacoteca di Brera nel 1808, anno delle soppressioni napoleoniche. Documenti d’archivio ne hanno confermato la commissione al 1494, ma non hanno sciolto l’enigma del nome dell’autore, anche se ultimamente si propende per l’attribuzione a Francesco Napoletano.

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Il 29 agosto 1813, a ridestare a nuova vita al disabitato Sant’Ambrogio, giunsero le Fatebenesorelle, guidate dalla carità della contessa Laura Ciceri Visconti, le quali portarono qui la sede del loro ospedale, chiamandolo Sant’Ambrogio ad Nemus. Esse però il 29 settembre del 1840 migrarono nel nuovo grandioso edificio di corso di porta nuova e l’Ospedale di Sant’Ambrogio cambio il nome e la destinazione, diventando Casa di Soccorso e servendo quale ospedale di isolamento per i colerosi.

Il 22 luglio 1852 muta di nuovo a destinazione, servendo come casa di asilo e di riposo per i sacerdoti vecchi, una volta ancora ribattezzato col nome di Pia Casa ecclesiastica di Sant’Ambrogio ad Nemus.

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La chiesa venne restaurata sotto la direzione dell’Ingegner Ignazio Corti, il quale la ricondusse all’antico Stato e la decorò in modo da poter esser benedetta e riaperta al culto il 20 maggio 1857. Ma la Pia Casa ecclesiastica abbandonava il Nemus nel 1894, per collocarsi in sede più ampia presso San Celso. Nel settembre dello stesso anno il sacerdote Don Luigi Guanella, canonico di Como, acquistò stabile e chiesa destinandoli ad opere benefiche e previdenziali per i bambini e gli ammalati. Il nuovo ricovero fu detto il Piccolo Cottolengo milanese. Le suore della provvidenza e le orfanelle, che erano provvisoriamente ricoverata in una casa di via Cappuccini, vennero a stabilirsi qui. Ben presto si sentì il bisogno di ampliare la chiesa. E il lavoro, che allungava la costruzione di 10 m, rendendola più regolare e conservandone le linee di struttura, fu eseguito su disegno dell’ingegnere Casati e fu compiuto il 7 dicembre 1896. L’opera così fondata da Don Guanella prese il nome di istituto di San Gaetano, diretto per la parte femminile dalle Suore di Santa Maria della Provvidenza, per la parte maschile dai Servi della Carità.

La chiesa attuale conserva la iconografia delle minori basiliche romane, nella nave e nell’abside. L’emiciclo dell’abside e tuttora dotato con il suo arco reale, con la sua volta di cotto a crociera, con raro esempio dei secoli IV e V, benché ordinariamente allora la volta avesse forma di conca. Anche la parte esterna dell’abside senza badare alle finestre rettangolari, che in principio non ebbe, presenta i caratteri di quei secoli. La navata unica anticamente era molto più bassa; di essa oltre alcuni tratti dei muri longitudinali, è stato riprodotto l’antichissimo soffitto, realizzato in tavolato pieno di legno intersecato con le travi, il quale, nella primitiva costruzione, sarà stato ornato e dipinto. Anche il campanile si presenta come opera costruita nel nel medioevo, in puro stile romanico, sulla fine del secolo X o in principio del XI. Posto, come si usava generalmente allora, a lato del coro, sicuramente deve essere stata accorciata in altezza per esigenze sconosciute.

Il restauro subito dalla Chiesa nel 1389 consistette forse nell’allungamento e nell’ampliamento sul muro nord del presbiterio e della nave. Su questo muro, all’esterno, rimangono residui di quei lavori. Sono anche visibili le strutture di due finestroni a sesto acuto e 18 lesene. Nel 1619 all’abside fu aggiunto, nell’interno e non aderente al muro, una fodera di mattoni in taglio e sull’intonaco di esso furono affrescati i 10 quadri che ricordano episodi della vita del rinvenimento del corpo di San Matroniano eremita. Quei quadri con le relative iscrizioni, furono copiati da quelli che esistevano nella cappella proprio di San Matroniano in San Nazzaro, dov’erano deperiti e poi scomparsi, ma in Sant’Ambrogio ad Nemus ancora in buona parte sufficientemente conservati. A quello stesso anno deve attribuirsi la chiusura, in tutto muro, dei finestroni conici e la costruzione di quattro cappelle a volta reale, istoriate con quadri incorniciati da stucchi ornamentali. Le riparazioni compiute dopo la già accennata caduta del coperto, nel 1635, furono tale da snaturare l’edificio originale, tuttavia sono state fortunatamente conservate le linee perimetriche. Fu innalzato il pavimento del presbiterio e del coro, e fu elevato di circa 2 m il muro sulle pareti longitudinali della nave, per far correre un nuovo finestrato in sostituzione delle precedenti finestre (allora forse semi chiuse) delle cappelle. Questa sovrapposizione muraria è visibile anche adesso all’esterno. Nel 1928 la facciata subì un rifacimento il quale cercò di riprodurre le linee quattrocentesche. Fu decorata con tre affreschi dal pittore Eliodoro Còccoli della scuola Beato Angelico. Nella grande lunetta centrale sopra il portale è raffigurata la morte di Sant’Ambrogio. Sono ben distribuite, in questa figurazioni, le parti decorative alle quali il pittore seppe dare una delicata interpretazione quattrocentesca. L’antichità e le vicende subite da questa storica chiesa sono dimostrate, fra l’altro, dall’asse del presbiterio il quale non è in linea retta con quello della nave, ma ripiega alquanto obliquamente verso destra. La pala dell’altare maggiore, raffigurante la Madonna della Provvidenza, con i santi Ambrogio e Carlo, è un recente lavoro di Costantino Grondona (Milano, 1891 – 1939).

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Come appariva la navata prima dei restauri recenti che l’hanno riportata all’aspetto originario

Di seguito alcuni dettagli del ripristino delle decorazioni originarie.

I lavori di restauro (Kairos Restauri) nella chiesa di Sant’Ambrogio ad Nemus di Milano, sono iniziati nel 2009 e hanno riguardato gli interni e gli esterni dell’edificio religioso. All’interno sono stati recuperati gli intonaci della navata e delle cappelle laterali, del presbiterio e dell’abside. Sono stati inoltre restaurati tutti gli apparati decorativi recuperando le decorazioni volute dall’Architetto Ulisse Stacchini (quello della Stazione Centrale). All’esterno sono stati restaurati i prospetti laterali e la facciata principale. I lavori si sono conclusi nel 2010 e inaugurati nel corso della settimana dei beni culturali.

Anche questa chiesa mostra come, a Milano abbiamo avuto dei palazzi, delle chiese, delle opere importanti ma che chissà perché ci siamo fatti scappare di mano, perdendole, modificandole o distruggendole.

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La parte del coro con gli affreschi dedicati a San Matroniano del 1600 rinvenui e restaurati recentemente.

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Ecco la parte trecentesca del complesso monastico, il bellissimo chiostro con le originali colonne in granito e gli archi ad ogiva.

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Anche nella sagrestia sono in corso dei sondaggi per riportare in luce un affresco, probabilmente del ‘600.

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Un ringraziamento anche a Milano Segreta che ha permesso di fare una visita in questo luogo affascinante.

Per l’utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com




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Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


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