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Milano | Lazzaretto – La cripta di San Gregorio e il frontone per San Carlo al Corso

In Zona Porta Venezia, nel quartiere del Lazzaretto per la precisione, si trova la graziosa chiesa del primo Novecento di San Gregorio Magno, sorta dove vi era l’antico cimitero di San Gregorio, annesso al grande quadrilatero quattrocentesco del Lazzaretto di manzoniana memoria.

La storia della chiesa l’avevamo già menzionata tempo fa in un post dedicato. Questa volta vi portiamo a vedere la cripta, solitamente chiusa ma aperta per il periodo dei morti e in rare occasioni, dove troveremo lapidi di illustri milanesi e una porzione di scultura che doveva ornare un’altra grande chiesa milanese.

Con l’edificazione del Lazzaretto (1488) l’antica chiesetta e cimitero di San Gregorio rimaseo legati al servizio di coloro che erano lì ricoverati, appestati e moribondi ed a quello dei morti di peste (in particolare nelle epidemie del 1576-78 e del 1629 -31) oltre che ai servizi cimiteriali, atteso che un gran numero di morti per peste venivano tumulati nel “Foppone” (il cimitero chiuse nel 1866, anno dell’apertura del Cimitero Monumentale e riaperto nel 1870, in quanto quest’ultimo era risultato insufficiente).

La Banca di Credito Italiano nel 1881 acquistò il Lazzaretto e sfrattò definitivamente il cimitero per lottizzare.

Nel 1893 i due fratelli sacerdoti don Antonio e Giuseppe Videmari ebbero l’idea di acquistare una parte del terreno del Lazzaretto, dove sorgeva il cimitero, per costruirvi una piccola chiesa in legno ove raccogliere le ossa dei morti.

In tale iniziativa si inserì don Luigi Casanova, rettore del Pio Istituto dei Sordomuti poveri, che progettò di costruire un grande tempio, al posto dell’antica Chiesa di San Gregorio in cui custodire in una cripta le ossa disperse dei morti, oltre che una nuova sede per l’Istituto delle Canossiane che operavano per i sordomuti di Milano, un Oratorio festivo e una Scuola per le figlie del popolo. Una commissione apposita il 26 maggio 1899 acquistò dal Comune di Milano e da persone private, i terreni per iniziare l’opera di costruzione, che ebbe i suoi esordi ai primi albori del 1900.

Dopo la prima chiesetta in legno, iniziò una seconda fase di costruzione, quando il 1 novembre 1903, il Beato Cardinale Andrea Carlo Ferrari posò la prima pietra (ancora visibile nella Cripta, scendendo a sinistra rispetto all’altare maggiore). La scelta della data del 1 novembre – festa di Tutti i Santi e inizio delle preghiere di suffragio per i defunti – fu determinata principalmente dalla circostanza che l’area era un grande campo santo in cui riposavano le ossa di tantissimi morti.

Attraverso una scala posta a lato dell’altare, articolata in due rampe simmetriche si accede alla sottostante cripta. Composta da una grande aula sottostante l’altare maggiore e da tre cappelle laterali.

Scendendo dalla scala ci si trova nell’aula principale, rivestita da lapidi marmoree.

L’altare maggiore venne completamente rifatto nell’aprile 1953, su disegno dall’architetto Luigi Brambilla; sullo sfondo, una vetrata, opera del pittore Saponaro, rappresenta la Pietà (Maria che ha tra le braccia il Cristo Morto); fa da cornice un riquadro in marmo nero, sul quale sono in rilievo gli emblemi della Passione. Il precedente altare è ora conservato nella Cappella della Resurrezione

Tre grandi piloni posti a sinistra, permettono l’accesso alle cappelle laterali. Nel pilone centrale troviamo anche la “prima pietra di fondazione” con la data del 1° novembre 1903.

In corrispondenza dei quattro angoli della parte centrale della cripta sono dipinti quattro angeli che reggono altrettante pergamene, con gli altri nomi delle memorande persone sepolte nell’antico cimitero distintesi per santità di vita, opere di carità, dignità e cariche, lettere scienze e arti (di quest’ultima, l’umidità ha completamente cancellato ogni traccia.

Oltre i piloni troviamo un vano molto ampio e due più piccoli.

Nella vasta aula, ci colpirà un grande altorilievo in marmo rappresentante San Carlo (alto due metri e mezzo) che distribuisce la Comunione agli appestati, opera dello scultore Vittorio Nesti. Quello che possiamo ammirare è solamente la parte centrale di un triplice gruppo che avrebbe dovuto essere collocato sul frontone triangolare della chiesa di San Carlo al Corso di Milano (San Babila). Tutto il gruppo, e specialmente le due belle figure femminili risentono della scuola neoclassica di cui il Nesti, che lavorò dal 1825 al 1844, fu il continuatore. Sull’artista, la sua opera e come sia finita a SanGregorio, vale la pena di riportare questa testimonianza. Lo scultore Vittorio Nesti, nativo a Firenze, viveva a Milano, e si era fatto un buon nome nell’arte sua col gruppo della Carità, eseguito nel 1842 per commissione dell’imperatore Ferdinando, che ancora si ammira nell’Istituto Fatebenesorelle. Il presidente della Accademia di Belle Arti di Brera, Londonio, con suo atto del 13 novembre 1844, dichiara che il gruppo venne eseguito “con tale perizia d’arte e finezza di lavoro da meritarsi le più ampie lodi della commissione accademica delegata a giudicarlo”. Il Nesti sul principio del 1845, si presentò al preposto parroco di San Carlo al Corso don Giacinto Amati, per ottenere qualche lavoro di scultura per il nuovo tempio. Gli fu risposto che restava da allogare soltanto l’altorilievo che avrebbe dovuto rappresentare San Carlo che comunica gli appestati; e presentasse una proposta, considerando però che per allora la fabbriceria non era in grado di sostenere spese. Il Nesti, con lettera 3 gennaio 1845, si offrì di eseguire il lavoro per la sola spesa del marmo; ma gli fu risposto che neppure questo si poteva concedere; e gli si dava però l’autorizzazione di eseguire il lavoro cercando nelle offerte dei cittadini i mezzi necessari. Il Nesti su questo bel fondamento si accinse al lavoro; e presentò il disegno che fu approvato da don Amati, dall’architetto Amati, dal prof. Sabatelli, e da altri; e fece il modello del gruppo centrale. Formato di dieci figure, e di altri due gruppi di tre figure ciascuno. Tutto fu approvato, ma al Nesti si disse e ripeté (come risulta da un memoriale da lui scritto, e che, ora
scomparso, si conservava nella canonica di San Gregorio) che alle spese
avrebbe dovuto pensare egli stesso.

Lo scultore allora si trasformò in incisore; incise e fece stampare i suoi gruppi; ed aprì una sottoscrizione di cent. 50 per anni quattro, offrendo ai sottoscrittori le dette quattro tavole; ma l’ingenuo tentativo non solo non fu appoggiato, ma venne intralciato. Egli allora, non sapendo più che fare, ed avendo già dato fondo a tutti i suoi risparmi, ottenne di esporre in San Car lo un grande disegno (anch’esso scomparso, che si conservava nella sacrestia di San Gregorio), sperando che i visitatori avrebbero dato il loro obolo per le spese del marmo e del lavoro; ma per i nuovi malintesi, nessun frutto egli ritrasse dal lavoro “ad eccezione di una terribile costipazione” presa nell’eseguirlo. Non scoraggiato ancora del tutto, diede commissione di un blocco di marmo, e cominciò a lavorare su di esso. Lungo sarebbe il narrare tutte le peripezie a cui la sottoscrizione andò soggetta, e tutti i dolori che procurò al povero artista; finché il 4 febbraio 1849 si venne fra il preposto e l’artista, ad una convenzione, la quale non poté però evitare varie truffe commesse da persone che andavano a riscuotere senza autorizzazione. Le sottoscrizioni giunsero al numero di 850 (e ne sarebbero occorse almeno mille); ma vennero le Cinque Giornate, che lasciavano poco tempo per pensare alle sculture: e solo 360 sottoscrittori versarono le loro quote. Il povero Nesti (che lavorava a Porta Tosa, nella corte della chiesa di Santa Prassede) era ridotto in miseria; eppure continuò a lavorare, fidando… nel futuro; ed intanto riuscì a far pubblicare, nel numero del 12 agosto 1850 del periodico “L’Era Nuova”, un articolo con cui varie egregie persone dichiaravano che l’opera era molto avanzata ed eccitavano il pubblico a venir in soccorso dell’artista per compierla; ma nulla ottenne. Morto il parroco Amati, gli successe don Marzurati; ma neppure da lui il Nesti venne aiutato. Nell’autunno del 1851 l’imperatore Francesco Giuseppe, e quando egli si recò a visitare San Carlo, il Nesti riuscì a presentargli una petizione per avere soccorso nell’opera sua; e l’imperatore si impegnò di versare, ad opera compiuta, 1000 fiorini; ed allora l’amministrazione del tempio nominò una commissione di artisti la quale giudicò… che i modelli erano belli, ma che il lavoro eseguito aveva dei difetti. A richiesta del Nesti, nel luglio 1856, gli scultori Fraccaroli, Pandiani, Manfredini, Labus, Puttinati, Mottelli, Seleroni e Miglioretti, giudicarono il lavoro “ben condotto e suscettibilissimo di esser terminato con lode”; ma nulla valse; ed il lavoro restò com’era. Vittorio Nesti, ridotto in misere condizioni, morì il 6 dicembre 1874 nell’Istituto San Giuseppe a San Vittore ove era stato ricoverato per la generosità della duchessa Barbara Scotti. Lasciò una figlia, Matilde, vedova Monti, la quale ereditò quanto aveva lasciato il padre, cioè quel gruppo, che fu per molti anni ricoverato nella casa dei Somaschi, presso la chiesa dell’Incoronata, a Porta Garibaldi; finché la poveretta, dopo aver invano battuto a varie porte, nel 1902 batté anche a quella di don Luigi Casanova, che fece trasportare il marmo a San Gregorio, assicurando alla povera vedova una pensione a vita di una lira al giorno. Matilde Nesti morì nel 1904. Pensiamo che l’opera s’’intoni bene con questo luogo, dove certamente San Carlo esercitò tra gli appe stati del vicino Lazzaretto il ministero della carità. Forse varrebbe la pena di valorizzaria maggiormente.

Le decorazioni sui muri di questo vano sono opera del Luigi Morgari (che dipinse anche la parete sera l’altare) e sono gli unici dipinti rimasti nella cripta dopo i lavori di risanamento dei muri, mal ridotti dall’umidità. La decorazione rivela che si è nel revival ma anche nell’epoca del Liberty: arcate dipinte con oro, che a prima vista potrebbero sembrare mosaici; anche il gruppo marmoreo con al centro San Carlo, sopra il quale è dipinto il suo simbolo Humilitas, è contornato da elementi floreali, oro e ghirigori a linee curve inflesse.

Nel vano successivo, verso l’uscita, è la “cappella” del fondatore, perché dal 25 maggio 1952 nel muro di fondo sono stati collocati i resti delle spoglie mortali di Mons. Luigi Casanova, traslati solennemente dal Cimitero Monumentale. Il trittico di lapidi marmoree è stato realizzato in epoca successiva e inaugurato il 27 settembre 1959.

Dalla parete sinistra di quest’ultimo vano, attraverso un piccolo arco, si accede alla cappella della Resurrezione (febbraio 1953), l’unica che possiamo definire veramente tale. In questa cappella è collocato il vecchio altare della cripta, in pietra di Saltrio martellinata, sovrastato da un trittico dipinto su marmo dal Morgari (1918), dai toni cupi e con molto oro di gusto Liberty. AI centro è rappresentato Cristo che risorge dal sepolcro, con un bel movimento dal
basso verso l’alto e, sempre con una visuale dal basso in alto, ci sono Santa Felicita Martire, con la palma del martirio (a sinistra di chi guarda), e Santa Giovanna d’Arco in armatura.

Anche questa cappella è tappezzata di lapidi “alla memoria”, tra cui una con i nomi di alcuni dei sacerdoti defunti della famiglia degli Oblati vicari e diocesani e dei parroci di San Gregorio. Al termine della guerra 1915-18 la
cripta divenne meta di pii pellegrinaggi in suffragio dei caduti nella grande guerra, di cui sono ricordati più di 1600 nomi in lapidi singole e collettive. Dopo il bombardamento del 13 agosto 1943, che colpì anche il tetto della chiesa, la cripta rimase per parecchio tempo, fino all’aprile 1944, l’unico luogo al “coperto” per le celebrazioni eucaristiche. Nel marzo del 1951 si iniziarono i lavori di ristrutturazione, grazie anche all’intervento del Comune di Milano che, come abbiamo già ricordato, è proprietario delle lapidi provenienti dall’ex cimitero. Venne così rinnovata e inaugurata il 14 ottobre 1951 alla presenza delle pubbliche autorità e denominata “Piccolo Famedio di Milano”.

La cripta della Chiesa ospita tantissime lapidi di pregiata manifattura artistica degli illustri defunti, che furono traslate con cura dal cimitero soppresso alla suddetta cripta per ordine del Municipio di Milano nel 1909, dove è stato eretto un grande muro recintato sotterraneo che contiene i resti umani raccolti e depositati. Col passare degli anni alle lapidi sopraccitate, se ne sono aggiunte altre con i nomi dei milanesi caduti della prima guerra mondiale e di tantissimi iscritti alla “Compagnia del Suffragio” della parrocchia con continui aggiornamenti che risalgono a tutt’oggi.

Appena scesi dalla scala, a destra, si trova una lapide in memoria di Pietro Nicolini, morto nel 1862: di fronte, quella del pittore Mauro Conconi, morto nel 1860.

Sul muro di destra sono infisse le lapidi di alcuni degli uomini più celebri sepolti nel cimitero di San Gregorio: al centro, in alto, il pittore Giuseppe Appiani, morto il 18 luglio 1812, quella del più famoso fratello Andrea, morto il 6 novembre 1817; alla destra di questa è infissa quella del poeta dialettale Carlo Porta, morto il 5 gennaio 1821, sopra la quale è collocataquella del matematico Antonio Caccianino, morto il 20 febbraio 1828. Alla sinistra della lapide di Andrea Appiani, è murata quella del poeta Vincenzo Monti, morto il 13ottobre 1828, ed al di sopra quella di Gaspare nobile De Ghirlanda, morto il 23 aprile 1831. Alla sinistra si vede la lapide del pittore Giovanni Migliara, morto il 18 aprile 1837.

Fonte: Associazione Clessidra – Milano e Chiesa di San Gregorio




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Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


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