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Milano | Sempione – Un appello per salvare il Palazzo INA di Piero Bottoni

Purtroppo troppo spesso notiamo come, per esigenze moderne (e anche interessi economici) spesso si ricorra a mutare e trasformare con adeguamenti alquanto arbitrari, edifici costruiti in epoche precedenti. Si modifica la filosofia, la storia, l’arte e l’architettura senza che si muova un dito.

Pertanto i firmatari del presente appello chiedono di porre con urgenza la massima attenzione al significato del Palazzo INA di Corso Sempione 33, per il patrimonio culturale italiano. Promuovono l’appello i docenti firmatari della Scuola di Architettura, Urbanistica e Ingegneria delle Costruzioni e della Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio del Politecnico di Milano.

Le recenti semplificazioni amministrative legate al Bonus 110%, infatti, potrebbe portare ad un intervento di sostituzione del rivestimento e di modifiche consistenti di parti significative dell’edificio. L’ intervento potrebbe danneggiare irreversibilmente una testimonianza così significativa dell’architettura moderna nella città di Milano.

Si chiede quindi di aderire alla richiesta del 23.12.2021 alla Sovrintendenza per avviare con urgenza il procedimento di dichiarazione di interesse culturale ai sensi dell’articolo 10 comma 3 lettera d) e 13 del D.Lgs. 42/2004 sull’edificio conosciuto come “Palazzo INA”. Si tratta dell’opera progettata dall’architetto Piero Bottoni e realizzata a Milano in corso Sempione tra il 1953 e il 1958. 

Qui il testo completo della richiesta e la documentazione sull’edificio.

L’edificio sorge perpendicolare a Corso Sempione e si sviluppa su 19 piani fuori terra, prevalentemente destinati alla residenza per il ceto medio, per un altezza totale di circa 64 metri.

Ogni livello ospita otto appartamenti (in origine), serviti da quattro blocchi con scale e ascensori. Gli alloggi sono dotati di profonde logge su cui affacciano i soggiorni, che scandiscono il prospetto sud-est rivolto alla città. Sul fronte nord-ovest, invece, il corpo di fabbrica è ritmato dalla ripetizione di quattro file di terrazzi prefabbricati in cemento e ceramica, che sono parte del sistema distributivo (una reinterpretazione moderna del ballatoio) e al contempo funzionano come balconi di servizio, parzialmente mascherati da grigliati.

L’eccezione a questo schema è costituita dal piano terra, per cui Bottoni aveva immaginato una galleria pubblica a servizio di negozi ed uffici molto simile a quella di Palazzo Argentina di Corso Buenos Aires. Questo perché il grattacielo INA, certamente una delle più convincenti opere di Bottoni, era stato concepito come prototipo alternativo alla logica insediativa del blocco a corte, confermata dagli strumenti urbanisti all’epoca vigenti.

Attraverso questo progetto, si voleva dimostrare come la successione di edifici alti inseriti in un disegno organico di passaggi pubblici e strade verdi, poste al piede dei vari complessi, avrebbe invece potuto, finalmente, generare un nuovo modello di città. Il ruolo strategico della galleria pubblica è confermato anche dalle scelte di trattarne le pareti quasi come un quadro, in cui si alternano rivestimenti in tessere di mosaico di sgargianti colori. Particolarmente interessanti le soluzioni d’angolo, che non è quello retto di matrice razionalista ma che si scompone in linee spezzate concave e convesse, in grado di animare i fronti.

La galleria pubblica al piano terra avrebbe dovuto collegare corso Sempione con il prolungamento di via Pucci, poi non realizzato. La differenza principale tra il primo progetto, sottoposto a numerose varianti, e l’effettiva realizzazione riguarda però il decimo piano, che nelle intenzioni di Bottoni avrebbe dovuto essere uno spazio completamente libero per il gioco dei bambini e per una serie di giardini pensili, sul modello introdotto da numerosi progetti di Le Corbusier. L’ipotesi fu scartata dall’INA, che costrinse il riluttante progettista a destinare anche quel livello ad alloggi e che gli concesse solo la possibilità di aumentare la profondità delle logge sul fronte sud-est. All’opera di Le Corbusier è probabilmente ispirata anche la scelta di una copertura praticabile ad uso ricreativo. Il rivestimento ceramico dei fronti maggiori avrebbe dovuto essere realizzato anche su quelli minori, ma la committenza optò in fase di realizzazione per un meno costoso intonaco tinteggiato.

Referenze immagini: Roberto Arsuffi; La Milano del Boom; Lombardia beni culturali

Sempione, Corso Sempione, Sempione 33, Palazzo INA, Piero Bottoni, Architettura, Lombardia beni culturali, Sovrintendenza

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Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

Milanese doc. Appassionato di architettura, urbanistica e arte. Nel 2008, insieme ad altri appassionati di architettura e temi urbani, fonda Urbanfile una sorta di archivio architettonico basato sul contributo del web e che in pochissimo tempo ha saputo ritagliarsi un certo interesse tra i media e le istituzioni. Curatore dal 2013 del blog in questione.


58 thoughts on “Milano | Sempione – Un appello per salvare il Palazzo INA di Piero Bottoni

    1. Alberto

      Purtroppo la generazione dei baby boomers ha particolarmente in odio l’architettura anni 50-60 che percepisce ancora come vecchia e non si rende conto di quanto ormai sia sempre più difficile trovare esempi non snaturati.
      Se non ne verrà fatta piazza pulita prima, sono sicuro che tra 20-30 anni ci sarà consenso attorno al loro valore come ora si ha verso il liberty, il neoclassico, e anche la “muffa ottocentesca” come venivano descritti i monumenti e gli edifici pubblici di fine XIX secolo in tempi non troppo lontani.
      Speriamo nella intransigenza di una dirigenza illuminata, che non cada nell’errore di privare noi giovani e tutte le generazioni a venire di queste testimonianze per seguire il capriccio estetico di persone che hanno ormai pochi anni da passare ancora su questa terra.

      1. Anonimo

        Se questo post l’ha scritto uno che ha meno di 60 anni (“dirigenza illuminata”??) mi mangio il cappello…

        Comunque a parte il forzatissimo riferimento ai boomers (che di sicuro son la maggioranza dei firmatari dell’appello), il concetto è del tutto condivisibile.

        Peccato che quando han fatto scempio del palazzo in via De Amicis (e non solo quello), gli augusti proponenti dormissero.

      2. Anonimo

        Vogliamo parlare dello scempio del poco postmoderno che c’era a Milano? Dalle Torri Garibaldi a Largo Augusto 1 (sarà bello quel che ci han fatto….)?

        Il palazzo di Via Statuto di Arrighetti era troppo brutalista per meritare affetto?

        Perchè alcuni si e altri no?

  1. Anonimo

    ma finite questa buffonata di articolo. classiche seghe mentali da pseudo-cultori di architettura, questo edificio è orrendo e se lo abbattono è solo un favore. rappresenta una corrente? sticazzi!

    1. Anima

      Perfettamente d’accordo. A Milano abbiamo un patrimonio architettonico e una stratificazione temporale davvero unica. Purtroppo chi scrive su questo blog per lo più non va oltre al mi piace, non mi piace senza avere la minima specifica conoscenza della materia. Sarebbe corretto prima di sparare giudizi, conoscere il progettista, in questo caso il prof. Bottoni, e contestualizzare l’opera, perché di opera si tratta, nel periodo storico in cui è stata realizzata.

  2. _

    Se non fosse in quella zona e un feticcio per quelli che contano, l’avrebbero già fatto saltare con la dinamite. Oppure venduto alla solita immobiliare che ci fa il rialzo e la riqualificazione.

    Detto questo, il rivestimento non è più quello originale di Bottoni. Uno sciagurato intervento qualche decennio fa ha fatto perdere la lucentezza originale alle piastrelle.
    Quindi magari qualcosa di intelligente e fatto bene si potrebbe fare. Ma la strada non so se è quella del vincolo o “dell’interesse culturale”, che alla fine imbalsama tutto e alla lunga secondo me uccide.

    1. Anonimo

      Una torre di 38 piani al posto di una stecca da 19 diminuirebbe molto l’impronta a terra e si potrebbe mettere un po’ di verde. L’idea non è malaccio….

        1. Anonimo

          Top. Poi la tappezziamo di alberi sul tetto e la chiamiamo “Green Botton Place”, in memoria di Bottoni. Coworking al posto dei piloty rosa e blu al piano terra.

          Un fulgido esempio di economia circolare e rigenerazione verde…

  3. Matteo

    mi dispiace ma gli esempi pessimi dell’architettura del passato sarebbe meglio restassero sulla carta… fosse un palazzo piccolo che non incombe capirei.. ma questo è un mammut che merita solo di essere raso al suolo.

    sono un assiduo lettore e apprezzo tutto quello che pubblicate, ma su questo punto non sono minimamente d’accordo

  4. Lorenzo Lamas

    Il palazzo non l’ho mai sinceramente apprezzato più di tanto ma l’articolo fa riflettere: siamo sicuri che le tante architetture che oggi vanno di moda oggi, con piccole finestre asimmetriche, rivestimenti delle facciate con piastrellozze effetto qualcosa che sembrano il pavimento di un fusion siano tutta sta bellezza e che tra qualche anno le vedremo peggio dei tanto odiati klinkeroni?
    La maggioranza delle nuove realizzazioni sono, a mio parere, quasi tutte simili e caratterizzate da materiali di dubbia qualità e di certa scarsa resa. Poi ovviamente sono tutte con stupendi soffitti che a fatica arrivano a 270 cm, classe AAAAA++++++ e di PRESTIGIO…. i più hanno primi piani che definire piani rialzati di dubbio slancio è un complimento.

  5. Anonimo

    Meno male che chi scrive commenti su questo sito conta una cippa, che il bar sport sotto casa è più raffinato.

    Senza offesa, eh. Per i commenti “piace/non piace” e simili si può pure andare avanti senza pensieri.

  6. Anonimo

    Magari bisognerebbe chiedere a chi lo abita se davvero lo percepisce come alveare. L’architettura del Dopoguerra milanese è una testimonianza storica di un periodo unico e irripetibile, in cui ancora forse vi era un’idea di architettura dietro l’atto progettuale(condivisibile o meno, esteticamente a volte piú riuscita, a volte meno ) I giudizi di gusto attuali lasciano il tempo che trovano e chi lo sa che in futuro ci sarà una seria rivalutazione e rimpiangeremo quello che avremo perso. E poi, quello che si costruisce oggi… È davvero meglio?

  7. Andrea

    Se le vele di Scampia venissero ridipinte di bianco probabilmente sarebbero più belle di questo palazzo.

    Inoltre, al di là dell’estetica, i condizionali dell’articolo fanno intendere che, anche nelle sue funzioni, questo edificio non sia stato proprio un successone.

    Per come la vedo io, dal basso della mia ignoranza, una stecca di 70×70 metri, qualsiasi sia l’architetto che la progetta, non può che essere un pugno in un occhio.

    1. T

      Siamo 9 miliardi in questo pianeta quindi vai pure con il tuo suv nella villetta privata con giardino e non dire fesserie. Idem con patate tutti gli altri ambientalisti da strapazzo con la profondità intellettuale di una reazione di Facebook oltretutto premuta per errore nello scorrimento. Svegliatevi o continuate la vostra visita.

  8. Albe

    Io credo possa meritare la dichiarazione di interesse culturale ma dubito una petizione, che ho firmato, possa lontanamente avere successo. Mi ricorda Negroli 23, che per certi versi è più brutto e scomodo ma ancora più originale.
    Ritengo la soprintendenza debba essere indipendente dai furor di popolo (tipo San Siro) e avere le competenze interne o esterne per definire la rappresentatività storica di un edificio di u determinato periodo storico.
    Detto questo, e sottinteso il fatto che un edificio di interesse culturale non è necessariamente un edificio bello, bisogna ammettere che il palazzo è proprio brutto ed avrebbe bisogno di un restauro e probabilmente anche di un costosissimo adeguamento impiantistico.
    L’interesse culturale dovrebbe tutelarci da un ulteriore peggioramento con ristrutturazione invasiva con loggie a scacchiera, balconi a vetro e le solite banalità del gusto contemporaneo ed anche da una possibile torre di 38 piani con davanti il solito giardinetto triste.
    Poi si potrebbe discutere sul fatto che l’interesse culturale possa condannarlo ad un oblio di rovina, snobbato dai suoi stessi condomini, ansiosi di vendere e comprare una nuova brillante scacchiera piena di sequoie in terrazzo ma quello è un problema legislativo, l’interesse culturale porta con sé complicazioni nel recupero edilizio che devono poter contare su sgravi fiscali specifici.

  9. Anonimo

    Dobbiamo finirla con i discorsi “bello” e “brutto”. Abbiamo un patrimonio architettonico di era razionalista unico al mondo. E questo va protetto e valorizzato al massimo. Poi oggi costruiamo in modo diverso, che è più che legittimo. Ma quello che non dobbiamo perdere è la qualità del progetto. E i progetti di quest’epoca erano disegnati in modo impeccabile. Consiglio a ognuno di studiarsi bene la storia dell’architettura milanese e il suo impatto a livello mondiale e poi esprimere un giudizio. Perché i palazzi nuovi li possiamo sempre costruire in legno e con forme meno severe. Giudicare la qualità di un progetto architettonico di una c’erta epoca però non è un discorso da bar.

    1. daniele

      apprezzo sinceramente lo spirito pedagogico del commento. io mi sono arreso. è pazzesco come come mediamente non si riesca a uscire dalla gabbietta mentale del bello/brutto. continua a stupirmi la completa mancanza di articolazione di un qualsiasi discorso capace di includere un pur minimo livello di complessità che vada oltre la quella basica dicotomia da età pre-scolare.

      1. Andrea

        Siete così snob e supponenti che l’unica cosa che siete riusciti ad articolare sono: esaltazioni della vostra presunta cultura e insulti verso gli altri commentatori.

        1. Anonimo

          Si a leggere certi interventi viene la nausea anche a me.

          Se il livello medio di empatia e sforzo didattico di chi è esperto di Architettura è questo, non mi stupisce che degli edifici come questo al Milanese medio non gliene importi una cippa e l’unica speranza sia acchiappare un qualche vincolo muovendo le pedine giuste a Roma.

          L’edificio di Bottoni ha un suo significato storico, ma non si può prescindere dal fatto che non era nato per rimanere li così, isolato. Non era stato pensato per quello e – visto così senza lo “spiegone” – è oggettivamente di difficile digestione, come la proverbiale corazzata. 🙂

        2. Anonimo

          A me sembra che denotino una scarsa autonomia mentale. Leggono su un libro, o sentono da un docente, che quella cosa è disegnata bene e allora pensano di stare su un piedistallo e di poter guardare dall’alto in basso chi la pensa diversamente.

          Se è disegnato benissimo si tengano il disegno, il fatto che a molti non piaccia non è un fatto irrilevante per un’opera architettonica. E gli “esperti” possono esserlo a livello teorico, ma molti di loro quando si scontrano con la realtà producono progetti orribili a vedersi e in cui è orribile vivere. Le persone diventano cavie dei loro esperimenti.

          1. _

            Questo non credo. Conosco qualcuno che ci ha abitato e amava quel palazzo, qui non stiamo parlando di qualche esperimento di Gregotti ma di una pietra miliare dell’Architettura.

            Resta il fatto che è difficile da capire se non sei addentro alla storia dell’architettura.

            Però, razionalismo per razionalismo, prova a proporre il cappotto con bonus 110% al dirimpettaio edificio di Terragni e chiunque a Milano si accorge che è uno scandalo. Qualcosa vorrà pur dire…

    2. Anima

      Perfettamente d’accordo. A Milano abbiamo un patrimonio architettonico e una stratificazione temporale davvero unica. Purtroppo chi scrive su questo blog per lo più non va oltre al mi piace, non mi piace senza avere la minima specifica conoscenza della materia. Sarebbe corretto prima di sparare giudizi, conoscere il progettista, in questo caso il prof. Bottoni, e contestualizzare l’opera, perché di opera si tratta, nel periodo storico in cui è stata realizzata.

  10. Anonimo

    E’ un palazzone costruito da un architetto noto – di era razionalista – ma questo non vuol dire che sia stato inserito in modo coerente e non impattante all’interno del quartiere. Se fosse stato realizzato in zona Lorenteggio saremmo qui a parlare sul perche non sia già stato abbattuto quel ecomostro.
    Sicuramente non è bello e personalmente ogni volta che passo in Corso Sempione mi piacerebbe non avere l’estetica del corso rovinata da questo palazzo e dalla torre RAI.

  11. Anonimo

    orrendo…archeologia architettonica per pseudo intellettuali ben pensanti. ma sempre una stecca rimane, viva il bello abbasso l’ideologia

  12. Biagio

    Il palazzo INA di corso Sempione fa parte della storia di Milano. Si butti pure giù, si abbatta anche lo stadio di San Siro, e anche il duomo, magari. E teniamoci il Bosco Verticale e il nuovo Policlinico con l’aiuola sul tetto.

    1. Anonimo

      Ragionando così non ci sarebbe neanche il Duomo perché firmereste per tutelare Santa Maria Maggiore e la basilica di Santa Tecla,

      1. Anonimo

        In realtà nemmeno Santa Tecla.

        Arriverebbe qualcuno a raccogliere le firme per mettere il vincolo del Ministero al Tempio di Minerva. E a dirci di stare zitti e non fare chiacchiere da bar perchè solo lui conosce la storia.

  13. Biagio

    Beh, il tempio di Minerva, se ci fosse, andrebbe vincolato davvero! Non ci mancherebbe altro! E probabilmente Milano ci avrebbe guadagnato se avesse potuto conservare Santa Maria Maggiore e Santa Tecla. Personalmente non ho niente contro il nuovo (ad es: il grattacielo UniCredit, lo Storto di City Life e anche il cosiddetto “Sdraiato”). Ma non sono favorevole a una sbrigativa liquidazione di edifici che bene o male hanno caratterizzato per anni la nostra città.

  14. Vast

    Il punto vero però è che Milano è piena di edifici di qualità (storici e contemporanei) per nulla tutelati e quindi – grazie alle peraltro sacrosante semplificazioni edilizie – a rischio di scomparire. La soluzione è chiamare la soprintendenza davanti a ogni singolo progetto? Non credo; sarebbe molto più utile che fosse invece il PGT (come peraltro dice la legge) a segnalare gli immobili di valore, a cui prestare attenzione (ricordatevi che, a differenza di quanto dicono alcuni commentatori, un vincolo non indica necessariamente polveroso immobilismo, ma anche possibile trasformazione). Qui a Milano il paradosso è che sono tutelati solo gli immobili del centro storico (anche il moderno d’autore) mentre in periferia non è tutelato niente, neanche immobili medievali o rinascimentali (ci sono) per non parlare dell’edilizia moderna di qualità. La rigenerazione delle periferie dovrebbe partire a mio parere anche da questo: conoscere, amare e quindi salvaguardare ciò che di buono hanno fatto i nostri antenati, non per ingessare la città, ma anzi invece per valorizzarla.

      1. Vast

        Be’, questo non è vero. Marcisce perché è stato abbandonato per anni e perché il progetto di recupero che ne era stato fatto lo snaturava (non era affatto di recupero). Basta con questa banalità che i vincoli di tutela “bloccano”. Bloccano gli incapaci e i faciloni

    1. Anima

      Prima di mettere il proprio commento sarebbe preferibile informarsi e non limitare il giudizio al proprio senso estetico e o ideologico. Gli architetti Bottoni, come il tanto vituperato Gregotti di Bicocca fanno parte della storia dell’architettura italiana e non solo e di un passato che non è così lontano di milano
      Invece di valorizzare quello che abbiamo preferiamo o ignorarlo o annullarlo, una ruspa e via un pezzo di storia. Questo blog evidenzia che la cultura, intesa come conoscenza, è un qualcosa che non ci appartiene. Forse ci dovrebbe essere un tutor che spiega il perché si è arrivati a progettare in un determinato modo, il lavoro che ha portato a un determinato movimento, altrimenti tutto quello che viene scritto sono solo parole al vento, del tutto inutili.

      1. Anonimo

        Qualcuno che ci spieghi perchè gli edifici di Ponti si possono rimaneggiare, quelli di Arrighetti demolire, la Torre Galfa modernizzare ma il palazzo INA di Bottoni non si può toccare?

  15. Anima

    Prima di mettere il proprio commento sarebbe preferibile informarsi e non limitare il giudizio al proprio senso estetico e o ideologico. Gli architetti Bottoni, come il tanto vituperato Gregotti di Bicocca fanno parte della storia dell’architettura italiana e non solo e di un passato che non è così lontano di milano
    Invece di valorizzare quello che abbiamo preferiamo o ignorarlo o annullarlo, una ruspa e via un pezzo di storia. Questo blog evidenzia che la cultura, intesa come conoscenza, è un qualcosa che non ci appartiene. Forse ci dovrebbe essere un tutor che spiega il perché si è arrivati a progettare in un determinato modo, il lavoro che ha portato a un determinato movimento, altrimenti tutto quello che viene scritto sono solo parole al vento, del tutto inutili.

      1. Vast

        L’articolo dice cose ragionevoli. Ma dove c’è scritto che un vincolo di tutela voglia dire “lasciare tutto esattamente così com’è”? Anche le antichità romane vengono restaurate. Anche nei palazzi rinascimentali si mettono i termosifoni e si cambiano gli infissi. Solo, lo si fa con attenzione. Perché non lo si dovrebbe fare con un edificio moderno?

  16. Le Corbusier ;-)

    Divertente leggere commenti cosi disparati. Verrebbe da commentare sulla teoria del bello.

    Provo a esprimere il mio modesto parere: palazzo INA arriva 20-30 anni dopo il “vero” periodo razionalista milanese. Nessuno metterebbe in dubbio opere come la Triennale, l’Arengario in piazza Duomo oppure Casa Rustici che sorge di fronte al palazzo di cui si parla qui. Ma le opere che cito hanno un fascino diverso.

    Palazzo INA nasce in pieno periodo post bellico e si ispira alle prime opere di social housing dell’epoca. Certamente il miglior riferimento é l’ Unité d’habitation marsigliese “La Cité Radieuse” di Le Corbusier costruita tra 48 e 52.

    Però mi chiedo se Bottoni in Corso Sempione 33 sia davvero riuscito nel suo intento. Rispetto al progetto originale il committente INA richiese modifiche importanti: il giardino pensile al piano 10 non é mai stato realizzato (anche allora bisognava vendere 4 appartamenti in più?); la strada parallela a Corso Sempione che avrebbe dato senso all’idea originale di galleria commerciale/sociale al piano zero non ha mai visto la luce; lo spazio verde previsto ai piedi dell’edificio (aria vitale in virtù delle dimensioni dello stabile) fu cancellato per dare maggiore spazio alla Rai cosi come furono impoverite le finiture sulle facciate.

    Senza questi elementi rimane tanto cemento, uno splendido ingresso che meriterebbe maggiore visibilità e, temo, poco altro rispetto al concetto originale da cui trae ispirazione. Manca infatti completamente la dimensione sociale e di comunità verticale a cui ci si ispirava.

    In virtu’ di queste considerazioni, pur apprezzando la galleria al piano terra, non concordo con chi lo definisce un’opera d’arte. Probabilmente riconosco che non si tratti neanche dell’ecomostro descritto da alcuni.

    Credo però sia doveroso discutere razionalmente del suo futuro mettendo da parte l’ideologia e l’accademia. Frequento lo stabile molto spesso e le facciate sono in pessime condizioni: immagino che i proprietari vogliano provare ad approfittare delle agevolazioni fiscali. E personalmente credo che i nostri sforzi nel proteggere il valore e l’autenticità del razionalismo milanese siano da esercitare altrove!

    1. Z

      Ricordiamo che negli anni 60 si voleva abbattere la stazione ferroviaria perché troppo vicina al periodo fascista. Ha subito pesanti interventi ed è diventata uno degli edifici iconici di Milano.
      L’edificio di Bottoni è comunque un pezzo di storia che può essere riqualificato ma non deve essere abbattuto

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