Milano | Centro Storico – Le mura medievali della Cerchia dei Navigli

Prima parte testo Francesco Liuzzi.

Se dei Bastioni Spagnoli e delle relative porte sappiamo quasi tutto, date di costruzione, costi, sviluppo e demolizioni, riguardo le mura medievali le cronache sono molto più avare e scarse.

Milano era circondata da un anello murario già dal I secolo avanti Cristo, fatto costruire probabilmente da Giulio Cesare tra il 58 e il 52, durante le Guerre Galliche. Cesare, infatti, durante i mesi sfavorevoli, tra novembre e aprile, riportava le sue legioni nel nord Italia, facendole acquartierare a Milano, città dove lui si stabiliva a vivere e che innalzò al rango di Municipium nel 49 a.C. Questa cinta venne detta “delle Mura Repubblicane“.

Quando Mediolanum (Milano) divenne capitale dell’Impero Romano, nel 291, l’Imperatore Massimiano fece allargare la cinta muraria verso est ed ovest, inglobando così una serie di borghi che erano sorti fuori dalle Mura Repubblicane; le nuove espansioni murarie portarono anche al cambio di nome della cinta, che venne detta delle Mura Massimiane.

Al link il nostro articolo che racconta il tratto di mura presente al Carrobbio.

Le mura erano costruite in pietra, con numerose torri difensive e numerose porte maggiori e minori. Vennero costruite molto bene, dato che furono restaurate e rinforzate solo un paio di volte, nel VI e nel IX secolo.

Dopo la caduta dell’Impero, le cose per Milano iniziarono ad andare di male in peggio.

La città venne assediata e distrutta totalmente più volte, da Goti, Unni, da diversi incendi e addirittura da un terremoto (il famoso terremoto di Verona del 1117). Le distruzioni furono di tale portata che Milano non si riprese praticamente più e, dopo il VII Secolo era poco più di un grande paese, superata per abitanti e prestigio da Pavia e Monza.

La riscossa milanese iniziò verso la fine del X Secolo, quando grazie ad alcuni “vescovi guerrieri”, che comandavano la città sia sotto l’aspetto religioso che politico, Milano ritornò all’antico splendore. Iniziarono così una serie di politiche espansionistiche ai danni delle vicine città, che non avevano altra opzione se non rivolgersi ai vertici del Sacro Romano Impero Germanico, che all’epoca controllava il nord Italia.

Nel 1035, sotto il comando del vescovo Ariberto da Intimiano, Milano fu scossa da una rivoluzione popolare, guidata dalla Motta, la corporazione sotto la quale si radunava la piccola nobiltà e il ricco ceto commerciante e mercantile della città.

I membri della Motta erano stanchi dei soprusi e dei diritti concessi dal vescovo Ariberto alla classe superiore, i Capitanei; questi ultimi, che poi si trasformarono nella nobiltà di Milano, erano in origine famiglie provenienti dal contado di Milano, infeudati dai vescovi di Milano su territori che ricalcavano la divisione amministrativa della Diocesi Ambrosiana. In pratica una famiglia di Capitanei controllava una Pieve della Diocesi, mentre a Milano diventava vassalla dei vescovi per garantire la sicurezza della città e del clero.

Lo scontro tra Motta e Capitanei obbligò l’Imperatore Corrado il Salico a scendere con le sue armate in Italia, arrivare a Milano e infine assediarla nel 1037. I milanesi si chiusero dentro le Mura Massimiane e nei mesi precedenti l’assedio, fortificarono i quattro vecchi “castrum” eretti sette secoli prima, che proteggevano la città.

L’assedio durò per quasi tutto il mese di maggio e venne contraddistinto da diverse sortite dei milanesi, che diedero battaglia agli imperiali. Il 28 maggio, Corrado il Salico, vista l’impossibilità di conquistare la città, ben protetta dalle torri, dalle mura e dai castelli di epoca romana, tolse l’assedio, diede mandato ai suoi soldati germanici di saccheggiare il contado di Milano, incendiando borghi e uccidendo la popolazione, per poi tornare oltralpe.

I pessimi rapporti con l’Imperatore continuarono per tutto il secolo seguente, sino ad arrivare a uno stato di guerra permanente durante l’epoca di Federico Barbarossa.

Durante quei decenni, la città continuò la sua politica espansionistica, diventando una potenza regionale che cercava sempre più la sua autonomia sia dall’Impero che dal papa; anche l’area urbanizzata della città crebbe notevolmente, fuoriuscendo dalle antiche Mura Massimiane. Tutti quegli abitanti e le loro abitazioni erano però alla mercè di chiunque volesse attaccare la città, non protette da strutture difensive, se non l’antichissimo fossato che correva molte miglia fuori dalla città a est e che era detto Retrofossum, da cui poi nacque il Redefossi, il cui percorso fu poi seguito dai Bastioni Spagnoli.

Quando i milanesi intuirono che un nuovo assedio era alle porte, nel 1156, chiamarono un ingegnere da Genova, Guglielmo da Guintellino, che progettò e fece realizzare un nuovo fossato che circondasse tutta la città.

Il fossato venne alimentato grazie alla deviazione delle acque del Seveso e del Pudiga, mentre la terra dello scavo fu utilizzata per realizzare un muro difensivo, contenuto da palizzate in legno, che correva parallelo al canale, sul suo lato interno. Le nuove mura vennero definite Terraggi, proprio per il loro materiale di costruzione.

Le mura non vennero costruite in pietra sia per la scarsità di tempo, sia perché le cave di pietra più vicine distavano decine e decine di chilometri e, probabilmente, la città non aveva né la mano d’opera e né le capacità economiche per realizzare uno sforzo simile. Anche le torri che difendevano le porte vennero realizzate in legno.

Alla fine il Barbarossa si presentò alle porte di Milano nel maggio del 1161; nonostante l’assenza di mura difensive in pietra, Barbarossa decise di non sacrificare le sue truppe e di prendere Milano per fame. Con tutta calma devastò per settimane il contado, distruggendo i campi, sequestrando i raccolti e cacciando i contadini; e infatti, la fame devastò la città per mesi, sino a quando la popolazione capitolò e dovette arrendersi all’imperatore tedesco e ai suoi alleati lombardi.

Milano si arrese senza condizioni e, almeno inizialmente, il Barbarossa si mostrò abbastanza magnanimo, risparmiando la popolazione, a patto che giurasse nuova fedeltà all’Impero; chiese di avere quattrocento ostaggi delle famiglie capitanee, per evitare che si riprendesse la politica espansionistica della città e ordinò di demolire le nuove mura, con la terra si doveva colmare il fossato e abbattere tutte le porte, le torri di guardia e anche tutti i palazzi sorti nel raggio di venti metri dalle mura stesse, tra i quali si trovavano caserme e acquartieramenti per le truppe.

Dopo cinque anni i milanesi ottennero il permesso dall’Imperatore di tornare nella città e di cominciare la ricostruzione. Le intenzioni non erano certo delle più pacifiche, dato che come prima cosa, fu deciso di scavare nuovamente il fossato difensivo e di costruire una nuova cinta muraria, questa volta in pietra, almeno per i primi due metri; al di sopra si trovava una palizzata in legno e sul lato interno un contrafforte ancora in terra. Anche questa nuova cinta venne chiamata dei Terraggi.

Per costruire i primi due metri in pietra, furono utilizzate le macerie dei tanti monumenti di epoca romana che erano stati distrutti nel 1162, il Palazzo Imperiale, le Terme, il Teatro, l’Arena, ecc

Per aumentare la portata d’acqua nella parte sud del fossato, venne deviato anche l’Olona; fossato e nuovi Terraggi vennero terminati nel 1171.

Nel corso del secolo successivo i Terraggi vennero costantemente manutenuti, seppure i milanesi si rendessero ben conto che non sarebbero stati sufficienti in caso di un nuovo assedio.

Fu però solo nel 1330 che i Terraggi vennero demoliti e ricostruiti, interamente in pietra. A volere la nuova cinta, che venne poi detta delle Mura Medievali, fu il primo Signore di Milano, Azzone Visconti, nel quadro di una serie di opere pubbliche per abbellire la sua nuova città e per difenderla dalla consueta minaccia di assedio da parte degli Imperatori e dagli altri lombardi e veneti.

Le nuove mura di Azzone misuravano circa 6,1 chilometri, interamente in pietra, difese da quasi un centinaio di alte torri difensive e con sei porte principali e una decina di porte minori, o pusterle.

Fece contestualmente dragare il fossato, rendendolo più largo e profondo, tanto che ben presto divenne navigabile; all’interno delle mura, invece, fece lasciare libero da ogni costruzione uno spazio di una ventina di metri, creando un largo e lungo viale di circonvallazione, che permetteva alle truppe di spostarsi agevolmente lungo di esso.

Questo viale era chiamato Terraggio, in ricordo dell’antica cinta muraria che si sviluppava al suo posto.

Le Mura Medievali rimasero al loro posto per poco più di due secoli; nel 1516, infatti, i francesi, i nuovi dominatori del Ducato di Milano, progettarono una nuova linea di alte e possenti mura che doveva circondare l’intera città, che si era ormai ampiamente espansa oltre l’anello medievale, tanto che il quartiere portuale della città, fuori da Porta Ticinese, era stato fortificato già a fine Trecento e per questo motivo chiamato La Cittadella. Dove fra l’altro si trovava anche una torre difensiva chiamata “Torre del Sale” e posta sul naviglio Vallone. La Torre del Sale fu costruita in epoca medioevale durante il XIII secolo e nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, venne pesantemente bombardata, tanto da venir distrutta.

A realizzare i Bastioni furono poi gli spagnoli, che erano subentrati ai francesi. I lavori iniziarono nel 1548 e già due anni dopo iniziarono le prime demolizione delle Mura Medievali. Le prime a cadere furono Porta Vercellina e Porta Comacina, coi rispettivi tratti di mura. Negli anni seguenti l’intera linea difensiva venne demolita e parte dei materiali vennero riutilizzati proprio per erigere i nuovi Bastioni.

Vennero risparmiati solo gli Archi di Porta Nuova, Porta Orientale, Porta Ticinese e la Rocchetta di Porta Romana, con torri e castello, oltre ad alcune Pusterle, come quella di Sant’Ambrogio, la Beatrice, quella dei Fabbri e poche altre.

Venne risparmiato solo un breve tratto di mura, poco più di trenta metri, in quella che oggi è via San Damiano; le mura, abbassate di oltre due terzi, in nudi mattoni, vennero conservate come muro di contenimento di un giardino di una palazzo signorile che si affacciava lungo il tratto più nobile e ricco della Cerchia dei Navigli.

Nel 1793 venne demolita la Rocchetta di Porta, Romana, nel 1819 Porta Orientale, nel 1860 la Pusterla Beatrice, mentre l’anno seguente Camillo Boito stravolse totalmente Porta Ticinese, rifacendola nel falsissimo neogotico che possiamo ancor oggi “ammirare”. Nel 1939 fu la volta della Pusterla di Sant’Ambrogio, che venne praticamente ricostruita.

Ecco la sequenza in senso orario, delle porte aperte nella cerchia difensiva medievale partendo dal Castello.

Pusterla delle Azze

La Pusterla delle Azze era una delle porte secondarie o minori che si aprivano sul percorso delle mura medievali di Milano. La sua esistenza è testimoniata nel XIII secolo dal cronista Bonvesin de la Riva, ma oggi non ne resta traccia, assorbita dalle costruzioni del Castello Sforzesco e distrutta nel corso del tempo. Si trovava all’incirca dove oggi si trovano via Tivoli e via Lanza.

Misteriosa l’origine del suo nome. Alcuni storici ipotizzano che nelle vicinanze operassero artigiani detti “azzaioli”, forse produttori di asce grazie all’energia idrica del vicino torrente Nirone. Altre teorie suggeriscono che “Azze” possa derivare dalle mazze o magari riferirsi a una famiglia locale di quel nome.

Quella zona era anche il punto d’ingresso in città del torrente Nirone, elemento importante per la vita e l’economia locale. Il Nirone, infatti, forniva acqua per l’irrigazione dei campi e per il funzionamento di mulini e altre attività produttive.

Sebbene della Pusterla delle Azze si sia persa ogni traccia e immagine, probabilmente doveva essere una delle più piccole pusterle della città, noi ne abbiamo ricostruito il possibile aspetto in una suggestione.

Porta Comasina

Subito dopo vi era la Porta Comasina , che si trovava sull’asse di via Ponte Vetero-via Mercato, ed era posta sulla direttrice della città di Como da cui il nome. Realizzata in epoca medievale dopo l’allargamento della cinta muraria e posta a circa 500 metri dalla medesima porta di epoca romana.

La porta con la realizzazione delle nuove mura spagnole perse ogni funzione difensiva e venne abbattuta nel corso dello stesso XVI secolo, per fare spazio alle nuove fortificazioni circondanti il Castello Sforzesco e alla realizzazione della famosa Tenaglia. Non si conosce molto su come fosse fatta, probabilmente doveva apparire come molte altre porte realizzate nello stesso periodo: due forcipi ad arco a tutto sesto e due torri laterali.

Le sculture che ornavano la porta, una raffigurante la Madonna e l’altra Sant’Ambrogio sono oggi conservate nel museo del Castello Sforzesco. Vennero realizzate dalla scuola di Giovanni di Balduccio nella metà del 1300 per volere di Azzone Visconti. Come vedremo, ogni porta possedeva un’edicola nella parte alta dove venivano poste statue e sculture religiose (ancora oggi le troviamo sopra l’arco di Porta Ticinese, Porta Nuova e la Pusterla di Sant’Ambrogio).

Durante uno scavo effettuato negli anni 30, nei pressi di via Pontaccio, vennero ritrovate le fondamenta di una torre di epoca medievale, probabilmente appartenente alla porta Comasina o Comacina.

Pusterla Beatrice

La Pusterla Beatrice o Porta Beatrice era una delle porte minori (chiamate anche “pusterle”), e si trovava al termine dell’attuale via Brera, praticamente su via Pontaccio. Nel corso della sua storia ha assunto diversi denominazioni, che si sono via via alternate fino ai tempi più recenti: prima porta braida o breida, con significato di terreno incolto, Pusterla di Algiso o Pusterla del Guercio e infine Beatrice (per alcuni si trattava della Porta di San Marco).

Nella non chiarissima serie dei nomi dell’arco si suppone che in principio l’arco ebbe nome di pusterla braida e successivamente di algisia, essendo stato tal Algisio Guercio proprietario nel IX secolo dei terreni incolti o braide su ambe le sponde del Naviglio e che per comodità si sarebbe aperto un varco all’interno della cinta muraria del tempo. Nella sua L’Historia di Milano del 1554 Bernardino Corio si riferisce alla pusterla come «pusterla Braida del Guercio di Algisio», rendendo più complicata l’individuazione di un nome univoco. Tuttavia non è raro che il medesimo luogo possa avere nomi diversi stratificati nel corso dei secoli. Algisio il Guercio aveva donato i terreni all’interno delle mura agli Umiliati, affinché vi si potessero stabilire ed edificare la propria casa madre. La pusterla, divenuta in seguito pubblica, venne restaurata nel 1232 dal podestà di Milano, Pietro Vento, ricadendo tuttavia in abbandono subito dopo. Fu solamente Lodovico il Moro ad occuparsene personalmente, intitolandola all’amatissima moglie appena defunta, Beatrice d’Este, da cui poi il nome più comune, quello di Pusterla Beatrice. Tale denominazione sarebbe sopravvissuta per secoli, sopravvivendo alla stessa demolizione della pusterla, avvenuta nel 1860.

La pusterla ancora nel Settecento viene descritta come un edificio dalla forma rettangolare, caratterizzato dalla presenza di un arco a sesto acuto ribassato, al proprio centro. La notte, quando venivano chiusi i battenti, poteva essere confusa con una qualsiasi abitazione del quartiere.

Pusterla di San Marco

Secondo alcuni essa coinciderebbe con la Pusterla Beatrice come dicevamo, mentre secondo altre ricostruzioni sarebbe da collocarsi al termine della via Borgonuovo, di fronte alla fiancata della Chiesa di San Marco, in Contrada Fatebenefratelli, dove si trovava, sino alla fine degli anni Venti del Novecento, il grazioso ponte chiamato Marcellino.

Ad ogni modo la pusterla di San Marco dovette avere vita breve, perché demolita subito dopo la costruzione delle mura del 1500, i famosi Bastioni Spagnoli.

Porta Nuova

Assieme all’arco di Porta Ticinese, è sopravvissuto fino a noi quasi intatto. La porta, costruita sull’asse stradale dell’attuale via Manzoni, presenta il classico doppio fornice (cui vennero aggiunte recentmente le piccole uscite laterali).

Situata tra via Manzoni e piazza Cavour, la Porta Nuova, era una delle porte maggiori inserite nel tracciato medievale delle mura di Milano, lungo il quale scorreva la cerchia dei Navigli. Venne eretta intorno al 1171 come nuovo varco dopo quello delle mura romane, in direzione per Monza e il nord milanese (attraverso l’antica strada che raggiungeva Ponte Seveso, Greco e poi via Breda e Sesto San Giovanni). Si presenta ancora oggi con due fornici piuttosto profondi, ad arco a tutto sesto rivestiti in marmo e granito, affiancati da due corpi laterali nei quali si aprono i passaggi automobilistici, allargati negli anni 10 del ‘900 e che rappresentano ciò che resta delle due torri laterali che in origine affiancavano la porta (un po’ come è oggi Porta Ticinese).

Fu adornata del tabernacolo visibile ancora oggi nel prospetto verso piazza Cavour, per volere di Azzone Visconti che negli anni trenta del Trecento volle dotare gli ingressi della città delle effigi dei santi protettori. L’edicola votiva di porta Nuova contiene infatti le statue della Vergine, di Sant’Ambrogio e dei santi martiri milanesi Gervaso e Protaso (un quarto disperso nel corso dei secoli). Inglobati nella porta si trovano anche alcune lapidi e stele di epoca romana.

Pusterla di Sant’Andrea o Borgo Nuovo

La Pusterla del Borgo Nuovo (in origine Pusterla Nuova o Pusterla di Sant’Andrea) era una delle porte minori (chiamate anche “pusterle”) poste sul tracciato medievale delle mura di cinta tra l’arco di Porta Nuova e quello di Porta Orientale.

Sorgeva in corrispondenza dell’attuale via Sant’Andrea, prendendo il nome da quell’insieme di borgate (BorgonuovoBorgo SpessoBorgo del Gesù e Borgo Sant’Andrea) che s’erano sviluppate nella parte settentrionale della città, adiacente a Porta Orientale, fra la cinta muraria romana e il Naviglio, oggi il famoso Quadrilatero.

Non si hanno molte informazioni o notizie riguardanti questo piccolo varco, se non una piccola citazione dello storico Serviliano Latuada che riporta, pur senza farne esplicitamente il nome:

«Secondando il Corso denominato Borgo di Sant’Andrea, ed anticamente “Burgus de Lissono” dove fu aperta una pusterla… si giungeva a Porta Orientale.»

La pusterla del Borgo Nuovo venne in seguito demolita come avvenuto per le altre dopo la rimozione dell’antico muro di cinta tra il 1500 e il 1600: mancano però documenti che attestino questa demolizione, ancora sconosciuta.

Porta Orientale

Porta Orientale medievale era conosciuta anche come Porta Renza, storpiatura del nome della primitiva Porta Argentea di età romana, che si apriva verso Argentiacum, l’attuale Crescenzago. Orientale perché si trovava sulla via per l’Adda e quindi per Bergamo e il Veneto (oggi dedicata a Venezia).

Secondo le cronache seicentesche, un certo Pietro Antonio Lovato, dopo aver abbandonato l’esercito dei Lanzichenecchi, entrò a Milano per questa porta con vestiti ed averi infetti dalla peste: da questi si sarebbe diffusa la terribile epidemia del 1630 nella città ambrosiana.

Da questa porta inoltre Renzo Tramaglino compie il suo ingresso a Milano e la sua fuga verso Bergamo nei Promessi sposi.

Demolita completamente per intralcio alla viabilità nel 1818 circa, per viabilità, a noi sono pervenuti solo dei disegni e pitture di epoca Settecentesca, compresa un’illustrazione durante la sua demolizione.

La porta si presentava come quella di Porta Nuova: due fornici piuttosto profondi, ad arco a tutto sesto sormontati da un corpo abitato di due piani. Probabilmente ai lati si trovavano anche qui due torri.

Immancabile anche per questa porta il tabernacolo coi santi scolpiti nel marmo nel 1300 realizzate dalla scuola di Giovanni di Balduccio (conservate nel Museo di Storia Antica al Castello Sforzesco).

Sulla porta, oltre all’edicola con i santi e la presentazione alla Madonna col Bambino del sestiere Orientale da parte di Sant’Ambrogio, vi era anche un’antica lapide funeraria pagana rivolta alla campagna, probabilmente di epoca romana, risalente al periodo imperiale, se non addirittura a quello repubblicano, raffigurante a bassorilievo una lupa accoccolata per terra, in posizione molto realistica, mentre sta allattando un suo cucciolo.

Per qualche motivo la lapide venne conservata (come le statue dell’edicola), e affissa alla parete del palazzo di Corso Venezia 21, un tempo “appoggiato” alla porta, e ancora oggi la si può osservare tra una vetrina di moda e l’altra.

Pusterla di Monforte

Sull’asse dell’odierno omonimo corso cittadino, era una delle porte minori o pusterle. Il nome della porta sarebbe da ricondursi a un fatto storico risalente all’XI secolo. Nel 1028 il vescovo di Milano Ariberto da Intimiano era impegnato nella visita della diocesi suffraganea di Torino: interrogando il capo di un gruppo religioso sospettato di eresia, venne a sapere che gli abitanti di Monforte d’Alba (oggi in provincia di Cuneo) interpretavano in modo allegorico il dogma trinitario, negavano la necessità dei sacramenti e quindi del clero, molto probabilmente avendo abbracciato la dottrina dei catari.

In quello stesso anno pertanto, forze militari alle dipendenze di Ariberto da Intimiano assediarono ed espugnarono il castello di Monforte: la sua popolazione venne deportata a Milano ed invitata ad abiurare la propria fede. Coloro che rifiutarono – la maggior parte – vennero arsi sul rogo.

La zona di Milano in cui sarebbero stati imprigionati gli eretici prese dunque il nome dal loro paese di provenienza, dando il nome alla pusterla, al futuro corso Monforte, che a sua volta l’avrebbe passato alla successiva porta ottocentesca di piazza Tricolore. La pusterla di Monforte subì la stessa sorte di molte altre dopo la costruzione dei bastioni cinquecenteschi, e perciò venne demolita, anche se non si sa quando. Di essa si persero anche le tracce, forma e dimensione.

Sebbene alcuni sostengano che venne demolita nel XVI secolo con la costruzione dei nuovi Bastioni Spagnoli, su molte mappe antiche non veniva proprio disegnata o menzionata (nonostante il rettilineo della strada). Probabilmente questa pusterla era talmente insignificante e misera da non meritare particolare attenzione.

Di fronte alla pusterla medievale fu eretta la Chiesa dei Santi Cosma e Damiano in Monforte (la via ancora oggi porta il nome), chiesa antica e sconsacrata da tempo, venne demolita senza rimorsi nel 1921.

Porta Tosa

Demolita nel 1790, era stata aperta sull’asse dell’attuale largo Augusto-Cesare Battisti e Corso di Porta Vittoria, lungo la strada per Paullo, non lontana dalla porta romana detta Erculea. Da non confonderla con la Porta Tosa delle mura spagnole di Milano, che ha cambiato nome nel 1861 in Porta Vittoria.

Su questa porta si sa ben poco e ben poco è rimasto. Di sicura provenienza dalla porta vi è di sicuro un bassorilievo particolare e scabroso per l’epoca, la tusa di porta tosa.

Nel Museo d’arte antica del Castello Sforzesco è conservato un bassorilievo medioevale del XII secolo che fino alla sua demolizione si trovava sopra l’arcata della Porta Tosa medievale raffigurante una donna nell’atto di “tosarsi” il pelo del pube. La leggenda vuole che rappresenti con scherno la moglie dell’imperatore Federico Barbarossa (che aveva raso al suolo Milano) da cui, per tradizione popolare, il nome della porta; un’altra leggenda racconta che una delegazione milanese si recò a Costantinopoli chiedendo aiuto per la ricostruzione della città distrutta dal Barbarossa, ma l’imperatrice Leobissa negò gli aiuti e i milanesi la raffigurarono come una prostituta nell’atto di radersi e la posero sulla porta più orientale. Una diversa interpretazione che spiega l’origine del nome di Porta Tosa è collegata alla presunta presenza nei suoi pressi di sculture apotropaiche dell’area celtica che mostrano donne che esibiscono la vulva.

L’ipotesi sostenuta dagli storici vuole che Porta Tosa medievale prenda il nome da Porta Tosa romana (lat. Porta Tonsa): quest’ultima era situata lungo le mura romane di Milano nella moderna via Rastrelli, poco prima del suo incrocio con via Larga, nei pressi quindi del porto fluviale romano di Milano, da cui il nome della porta (tonsa in latino significa “remo”).

Sicuramente anche Porta Tosa possedeva sopra l’arco o gli archi un tabernacolo con delle figure di santi, perciò si potrebbe presumere che le tre figure presenti anch’esse nel museo del Castello di provenienza incerta, e finite a fine Ottocento a Desio poste in tre nicchie nella Torre dei Palagi della villa Cusani Traversi. Comunque non è mai stata appurata l’esatta collocazione delle tre statue (forse a contorno di un’altra Madonna con bambino), tornate a Milano negli anni Sessanta.

Altro indizio della presenza della porta, ormai scomparso del tutto fu quando, durante le demolizioni di un palazzo del Verziere, venne rinvenuto un pilare di conci in pietra, forse parte del ponte levatoio della porta. Avanzo demolito e rimosso completamente nel 1929.

Porta Romana

Aperta sulla via per il sud (Lodi e Piacenza, e quindi Roma), fu costruita con le pietre del demolito arco trionfale d’epoca romana che sorgeva ove oggi c’è lo slargo della Crocetta, questa porta avrebbe dovuto essere difesa da due possenti torri, una sola delle quali fu però portata a compimento. Dagli inizi del Trecento fu ampliata e rinforzata da Azzone Visconti, mentre dal successore Bernabò venne ingrandita fino a farne un fortilizio autonomo, che finì con il chiamarsi Rocchetta di Porta Romana. La Rocchetta era una struttura difensiva dotata di una torre particolarmente elevata.

I lavori sarebbero stati condotti da Ariberto da Intimiano, nel corso dell’undicesimo secolo, in preparazione all’assedio di Corrado il Salico. La prima porta medievale, distrutta dal Barbarossa, che qui venne ferito da una freccia durante l’assedio, venne ripristinata successivamente nel tredicesimo secolo.

Sul ponte che attraversava il Naviglio, venne collocata nel 1279 da Benedetto tredicesimo una statua di San Giovanni Nepomuceno, in occasione della canonizzazione del santo, protettore di Boemia e di chi è a rischio di annegamento.

Le fortificazioni della Rocchetta vennero demolite prima del 1793. Alcuni fregi vennero portati ai Musei del Castello Sforzesco, dove sono tuttora conservati

I due fregi di capitello proveniente dalla demolita Porta Romana raffigurano il ritorno dei milanesi in città dopo la demolizione di Milano operata nel 1162 dal Barbarossa. L’opera è firmata da uno scultore Anselmo, che si vanta di essere Dedalus alter (un secondo Dedalo). Castello Sforzesco, Museo d’arte antica, sala 6.

Sempre nei musei del Castello e nella stessa sala dei fregi della Porta Romana, troviamo, anche un bassorilievo un tempo affisso nei muri della stessa che raffigura un accovacciato guerriero (Federico Barbarossa) assieme ad un drago (simbolo dell’impero), quasi un monito per gli imperatori a rimanere fuori dalla cinta muraria.

Pusterla di Sant’Eufemia

La Pusterla di Sant’Eufemia venne aperta nelle mura medievali nel XII secolo in forme semplici, nell’odierno rettilineo formato da Corso Italia, la pusterla serviva principalmente per raggiungere la chiesa di San Celso posta fuori le mura. Prendeva il nome però dalla vicina chiesa di Sant’Eufemia. Cambiò nome in Pusterla Lodovica, realizzata nel 1496 per volere di Lodovico il Moro (al quale deve quest’ultima il nome).

Come riportato da Ferdinando Zanzottera, la Pusterla Lodovica sarebbe stata al tempo la più ricca e la più pregevole fra tutte le porte: un unico fornice ogivale, sormontato da una torre bassa con due finestre, interamente rivestita in marmo.

La pusterla di Sant’Eufemia venne in seguito demolita sicuramente dopo la costruzione dei bastioni.

Pusterla della Chiusa

Si trovava alle spalle di san Lorenzo, nella zona della chiusa della Vettabia, che qui raccoglieva le acque di Vepra, Nirone e Seveso. A difesa della pusterla e della chiusa, venne realizzata una piccola rocchetta con tanto di torre, detta “dell’imperatore”.

La pusterla venne demolita sul finire del Settecento. La torre dell’imperatore sopravvisse, rimaneggiata, ancora a lungo.

Porta Ticinese

La seconda porta medievale sopravvissuta sino ai giorni d’oggi, si apriva sulla direttrice per Pavia (e il Ticino da cui il nome). Unica delle porte cittadine ad avere una sola apertura, tanto che durante il dominio spagnolo, la porta venne ribattezzata Porta Cicca, da “chica” che in spagnolo stava ad indicare le sue ridotte dimensioni.

Venne pesantemente rimaneggiata e restaurata nel 1861 da Camillo Boito, che ne aprì i due fornici laterali sotto le due torri, conferendole il suo aspetto attuale, comprese le merlature neo-medievali.

Due torri in mattoni la fiancheggiavano e sopra l’arco a tutto sesto in pietra venne arricchito sul lato di campagna da un tabernacolo gotico, anch’esso attribuito a Giovanni di Balduccio, che rappresenta in bassorilievo la vergine in trono col bambino al centro, ai suoi piedi Sant’Ambrogio offre il modello della città, mentre dietro, sulla sinistra si scorge San Lorenzo con la graticola e dall’altro lato Sant’Eustorgio con accanto San Pietro Martire.

Pusterla dei Fabbri

Si trovava sull’asse via Correnti-corso Genova, sorgeva dove oggi si trova l’aiuola spartitraffico di piazza resistenza partigina. Ne fu decisa la demolizione il 6 marzo 1900, nonostante si battessero per la sua salvaguardia il pittore Conconi e il Beltrami. Nel giugno dello stesso anno venne rasa al suolo, e il fornice lato campagna fu trasportato per la sua conservazione al Castello, dove ancora si trova.

Pusterla di Sant’Ambrogio

Realizzata accanto alla basilica omonima, sopravvisse fino agli anni trenta, seppur quasi irriconoscibile in quanto inglobata negli edifici che le erano sorti attorno.
Nel 1937 vi pose mano Gino Chierici, che in breve ricostruì la pusterla secondo un’idea di manufatto medievale molto discutibile, come oggi possiamo vedere.

La Pusterla di Sant’Ambrogio, rifatta nel corso del 1939, presenta due torri e un ingresso a doppio fornice, per la realizzazione dei quali vennero utilizzati laterizi ricavati dalle porte e dalle mura medievali originali, demolite nel corso dei secoli senza riguardo.

Vennero riutilizzate anche tre statue di santi (Ambrogio, Gervasio e Protasio) del XIV secolo di un anonimo maestro campionese, provenienti dall’ospedale di Sant’Ambrogio. La porta, costruita in mattoni su una base in serizzo, ha due fornici a sesto acuto appena accennato ed ai suoi lati si trovano due torri. Sulla torre di sinistra erano apposti tre fasci littori, in seguito eliminati.

All’inizio del 2019 il comune di Milano e la Sovrintendenza per l’Archeologia e le Belle Arti hanno approvato il progetto di riqualificare l’antica porta e l’area intorno ad essa per situare nella sezione di fossato sul retro (oggi inutilizzato) l’ingresso ipogeo della stazione di Sant’Ambrogio della linea 4 della metropolitana, in costruzione, oltre al collegamento di quest’ultima con la linea 2.

Porta Vercellina

Sull’asse della strada per Vercelli, si trovava dove oggi abbiamo l’incrocio tra corso Magenta e via Carducci dove cominciava l’ex ramo del Naviglio chiamato di S. Girolamo. Anch’essa a due fornici e probabilmente dotata di alte torri e ponte levatoio sul fossato del Naviglio.

Dell’antica porta rimane praticamente nulla se non la statua della Madonna della Misericordia con Bambino ora collocata nella vicina chiesa di San Nicolao.

Più che la Porta Vercellina sino alla fine dell’Ottocento sopravvisse il ponticello di corso Magenta posto sul Naviglio di San Gerolamo che correva nell’attuale via Carducci.

Referenze immagini: Roberto Arsuffi, Milano Sparita

Fonti: Testo Francesco Liuzzi; Le Strade di Milano”, Newton Peridici 1991; “Le Chiese di Milano”, Ponzoni 1929; Lombardia Beni Culturali; Skyscrapercity Milano Sparita

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12 commenti su “Milano | Centro Storico – Le mura medievali della Cerchia dei Navigli”

  1. Peccato che l’anima storica di Milano sia presa d’assalto dalle auto.
    Una rete capillare di mezzi pubblici moderni, renderebbe tutto più a misura d’uomo. Gli angoli di mattoni e pietre che ancora si trovano in giro, nascosti e non valorizzati, tornerebbero al posto d’onore.

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  2. Ma ricollocare quest’arte in chiave moderna nei suoi luoghi d’origine ?

    Milano è scarsa di arte pubblica e noi la chiudiamo nei musei ??

    Ovviamente nel caso di San babila la porta come riportato in questo articolo non esiste più, ma potemmo trovare il modo di ricollocarla, specialmente visto la nuova riqualificazione di piazza (vuota), qualche scultura, abbellimento, albero, fontana sarebbero ben accettate!

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  3. Molto interessante! La storia della città meriterebbe un museo ivi dedicato. Per rispetto di chi ha lavorato al suo sviluppo e per aumentare il rispetto per la città di chi la frequenta.

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  4. Assolutamente d’accordo con Dario, sarebbe doveroso costruire in stile come è stato fatto a Vienna e Parigi. Milano e questi palazzi moderni allontanano Milano sempre di più dalla nostra italianità.

    Mi piacciono molto i nuovi scali ferroviari, ma il centro storico deve essere tutelato di più da questa modernità, Milano deve riscoprire il suo antico fascino.

    Insomma noi siamo famosi per il nostro stile e Milano dopo la guerra ha perso la magia.

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  5. A proposito di porta nuova, ricordiamo che sotto i suoi archi entrarono in città le truppe milanesi, trionfanti, dopo la battaglia di Legnano. Quando ci passate col tram, pensateci.

    Senz’ altro molto interessante l’ articolo, si possono trarre diversi temi; dall’ arrivo dei Longobardi, non si verificarono più episodi storici paragonabili, ovvero nessun’ altra dominazione straniera, pur sopravvenuta, ma che non ebbe il carattere di una colonizzazione, mutò il carattere distintivo delle popolazioni padane.

    Questo accadde per un periodo di circa 1300 anni… hai detto niente, periodo durante il quale, la popolazione di Milano si trovò a dover fronteggiare pericoli e accadimenti storici a dir poco gravi, che, oggigiorno, spaventerebbero anche i sassi.

    Poi, dalla fine dell’ ottocento e durante il corso del corso del novecento, ma nel volgere di meno di un secolo, Milano è stata stravolta, prima urbanisticamernte, poi antropologicamente, dovendo sobbarcarsi le esigenze di chi necessitava di soldi, anche a livello mondiale, dal sud America alla Cina. Puff! Un popolo così tenace e glorioso è sparito…in un tempo relativamente molto breve…che futuro avrà Milano senza la sua popolazione, esisterà ancora nei prossimi secoli, dovesse tornare un “barbarossa”!

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  6. Bella questa considerazione, fa riflettere e la condivido abbastanza. È in realtà un problema relativo a tutto il Paese, ma Milano essendo la città più “avanti” anticipa gli eventi. Nel senso che se il paese, e la città, avessero consapevolezza della loro storia, di quello su cui siedono, forse ci terrebbero maggiormente, e chi arriva qui come ospite vedendo il nostro comportamento si adatterebbe (o se ne andrebbe, se non lo condividesse). Invece vede che a noi interessa poco o niente sapere di dove stava il naviglio o la pusterla (ma molto di più dove si trova questa o quella discoteca)…e così sarà la fine

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  7. Articolo molto interessante, grazie.
    Due note: Ticinum è il nome antico di Pavia (cambiò nome in epoca medievale). Quindi Porta Ticinese è perché porta a Pavia (anche altre direttrici portano al Ticino).
    La città all’ interno delle mura era poi verosimilmente più verde di quella rappresentata nella vostra immagine: c’erano giardini, con funzione di orti in caso di assedio (sono rimasti dei resti per dire in via Cappuccio e in via Manzoni). La città antica non era tutta costruita, è fuorviante (adesso lo è di più).

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