Percorrendo la via Novara, ad un certo punto – incredibile ma vero – ci si ritrova per un lungo tratto in aperta campagna. Abbiamo da poco lasciato la zona di San Siro e Quarto Cagnino e all’orizzonte guardano verso nord possiamo vedere la sagoma di un borgo con un’alta torre e un campanile appuntito.
Si tratta dell’insediamento rurale di Figino. Un’antica pieve (l’esistenza di Figino è attestata in un documento risalente al 1017) che apparteneva a Trenno, e confinava con Rho e Cerchiate a nord, con Pero e Quinto Romano ad est, e con Settimo Milanese e Vighignolo ad ovest. Nel 1771 aveva 330 anime.
L’origine del nome è abbastanza incerta, infatti varie sono le ipotesi formulate, come quella che vuole il nome derivato dalla parola latina figulinum = vasaio, operante con l’argilla, oppure altre sostengono che il nome derivi sempre da vocaboli latini di piante, come “ficus”, “ficulinus” o “fageus”.
Dopo vari passaggi, Figino fu anche comune autonomo, ma fino al 1869, quando divenne frazione di Trenno. Nel 1923, quando Trenno fu annesso a Milano, anche Figino seguì la stessa sorte.
Figino oggi risulta una frazione distaccata dall’espansione edilizia di Milano e perciò ancora circondato da campi coltivati.
Proseguendo sulla via Novara all’incrocio con Via Turbigo, sulla sinistra troviamo la struttura di una vecchia cascina, si tratta della Cascina Bettole.
Grande struttura agricola cinquecentesca, risulta censita per la prima volta nel 1605, durante la visita pastorale di san Carlo Borromeo alla pieve di Trenno. In uno dei due cortili della cascina si trovava una osteria, famosa tra i viandanti diretti a Milano, che qui potevano fare tappa prima di quello che una volta era l’ingresso alla città, attraverso porta Vercellina, distante solo pochi chilometri. Funzionava anche un cambio di cavalli per i servizi di diligenza di linea per Magenta e Novara.
Il luogo era stato prescelto anche per posizionarvi un dazio e una caserma di carabinieri. Attualmente si conserva in mediocri condizioni, mentre l’attività agricola è notevolmente ridotta, tanto più che la variante a più corsie della via Novara (realizzata per i mondiali del ’90) ha di fatto separato la cascina dai suoi campi, unendoli con un modesto sottopasso inadatto ad un eventuale intenso passaggio di macchinari agricoli moderni. Il restante tratto della via Novara termina in un cul-de-sac dopo un centinaio di metri.
Percorrendo la via Turbigo, accediamo al vecchio borgo con la sua chiesetta di San Materno. Chiesa del 1911 ricostruita e ampliata dall’architetto Don Locatelli dopo che un incendio nel 1908 distrusse la sagrestia e parte della chiesa. La facciata venne terminata solo nel 1927 e fu eseguita su disegno di Enrico Pellegrini di Figino. Un grande medaglione con mosaico ne caratterizza la facciata, facciata che necessiterebbe di un restauro e di un cambio di colore, magari un beigiolino più in armonia col contesto anziché questo ocra così in voga negli anni Sessanta e Settanta.
Passando dietro la chiesa, ecco comparire la torre del nuovo Borgo Sostenibile di Figino.
Dopo un anno e mezzo di lavori, nel giugno 2015, è stato inaugurato il Borgo Sostenibile. E’ un complesso residenziale costruito a sud del centro “storico”di Figino, ed è stato progettato per ricreare un nucleo nuovo di borgo con al centro una vasta area pedonale fatta di piazzette, spazi a verde e un giardino, il tutto si sviluppa lungo la via Rasario. Il progetto architettonico, è stato frutto di un concorso internazionale di progettazione promosso dalla SGR e da Fondazione Housing Sociale ed è stato sviluppato da quattro studi di architettura. Palazzine di 4 o 5 piani e un’unica torre di 12 piani caratterizzano il complesso.
Dobbiamo dire che tutto sommato l’insieme è abbastanza armonioso, anche se poco affine col contesto preesistente, benchè le case dirimpettaie siano state costruite tra il 1980 e il 1985. Inoltre altro difetto, sempre secondo noi, è la mancanza di comunicazione col vecchio nucleo di Figino, tant’è che sulla via Rasario le palazzine hanno una facciata semplice e senza balconi.
Il resto del borgo di Figino è caratterizzato dal solito mix tra vecchi edifici tipici dei nuclei rurali e edifici realizzati dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il “borgo” ha cominciato ad ingrandirsi.
Vade retro beigiolino! Quello non è un colore degli anni ’70 ma il classico “giallo milano” tipico delle costruzioni storiche della città. Orribili quei quadratoni grigi e tortora del nuovo complesso, più adatti a un carcere che ad abitazioni. La qualità percepita dei palazzi ne risente.
Inutile riempirsi la bocca con Il Borgo Sostenibile. Trattasi di intervento speculativo che ha sottratto altro terreno agricolo in barba a tutte le lamentazioni sul consumo di suolo. Queste operazioni edilizie sono esattamente quelle che dovrebbero essere evitate se vogliamo salvaguardare quello che resta della campagna milanese. Le nuove costruzioni devono riguardare solo i terreni già urbanizzati mentre i vecchi borghi vano restaurati e recuperati. Il resto è semplicemente speculazione edilizia.
come sempre giudizi tranciati con l’accetta. Il progetto è molto bello, capace di fornire abitazioni a chi normalmente non se le potrebbe permettere (c’è anche una quota di alloggi ERP). Il lato negativo è il consumo di suolo, ma ho letto che una delle necessità del progetto era di minimizzare il costo fondiario.
Giudizi un po’ troppo trachant forse, va bene. Ma la sostanza non cambia: è inutile stigmatizzare il consumo di suolo nei documenti quando poi nella realtà si continua imperterriti sulla stessa strada.Non si tratta di impedire a dei cittadini di avere una casa ma di stabilire un principio di tutela del territorio dal quale non si possa derogare.
Mi associo ai commenti negativi circa questa ennesima speculazione immobiliare che, con grande ipocrisia, è stata definita “sostenibile”. Però vado un pò oltre: il discorso è molto più complesso, e ha radici profondissime, bisogna tornare indietro nel tempo di ormai quasi due secoli. 1860: i Savoia conquistano il regno delle 2 Sicilie, si dà luogo ad una presunta “unità” d’Italia. Gli invasori nuovi arrivati iniziano subito l’attività di sciacallaggio del sud, in breve nei dialetti meridionali entra una nuova parola, fino ad allora sconosciuta: emigrazione. Dove? Ma è ovvio: verso il nord del Paese, proprio da dove sono partiti i conquistatori. Passano gli anni, ci sono 2 guerre, cadono i Savoia, subentra l’attuale repubblica. Ma il fenomeno emigratorio non cambia di una virgola, anzi tra i 60 e i 70 assume proporzioni da esodo biblico. A tutt’oggi, il trend continua imperterrito. E si aggiunge una nuova ondata immigratoria, da un sud ancora più a sud, l’Africa. Domanda: dove mettere tutta ‘sta gente che continua ad arrivare? Dalle prime case sorte intorno al perimetro dei complessi industriali, il consumo di suolo si espande sempre più, Comuni prima staccati di km si trovano ad allacciarsi. Ormai da Torino a Venezia si può dire che sia un’unica, immensa megalopoli. Inquinatissima ed irrespirabile, dove non c’è fazzoletto di terra in cui non sorgano parallelepipedi per ospitare i nuovi arrivati, e villette di lusso per consentire a chi c’era già, ormai arricchitosi, di sfuggire alle “feccia” che arriva. Sempre più in perifieria. Qual è la soluzione? Per invertire il trend, occorre che lo Stato centrale inizi a fare una politica VERA per il sud. Non erogando denaro a fondo perduto, come avvenuto finora, ma combattendo le mafie in modo serio in modo da preparare il terreno per gli investitori. Che di certo non tarderebbero ad arrivare, stante il clima nettamente più favorevole che al Nord e un paesaggio da fiaba. Inutile quindi attribuire tutte le colpe al comune di Milano per questo scempio del territorio. Il vero colpevole, finora, è sempre stato uno solo: lo stato centrale.