Milano | Centro Storico – Bottonuto: il cuore perduto di Milano

Il Bottonuto non esiste più da quasi novant’anni e la sua memoria rimane solo nelle migliaia di fotografie arrivate sino a noi e nell’obelisco che ora fa da spartitraffico in via Marina. Un intero quartiere che, se fosse rimasto, sicuramente sarebbe una seconda Brera, fatta di locande, ristoranti, negozi particolari, ne siamo più che certi. Invece, al suo posto Milano ha preferito costruire nuovi palazzi moderni, una piazza enorme e che ancora oggi fatica ad entrare nel cuore dei milanesi, piazza Diaz.

Per visualizzare e collocare il Bottonuto nella mappa attuale, possiamo visualizzare un rettangolo racchiuso tra le vie: Unione, Falcone, Cappellari, Rastrelli, Larga e Piazza Missori.

Il quartiere si snodava in origine attraverso quattro vie principali: la contrada dei Moroni, quella dei Pesci, quella di san Giovanni in Conca ( prima ancora detto dei marchesi di Caravaggio) e infine quella dei Tre Re (Magi), vera arteria commerciale del Bottonuto.

2_Bottonuto_Sovrapposizione

Il Bottonuto era una pusterla aperta nelle mura romane e che si affacciava sul famoso laghetto, porticciolo, formato dal fiume Seveso. Laghetto che però venne prosciugato già nel I secolo d.C. perché causa di frequenti allagamenti, trasformandosi in un grande prato, il Brolo. Il Bottonuto prendeva il nome dall’opera idraulica di convogliamento delle acque del Seveso – butin-ucum – , un’opera talmente importante da venire ricordata per secoli come aumatium.

Da questa pusterla, secondo alcuni studiosi, assieme alla strada che vi confluiva (asse Tre Alberghi, ora scomparsa -Speronari-Spadari-Armorari)  acquisirono una connotazione militare e divennero la Quintana, ossia la via e la porta da cui di solito usciva o entrava l’esercito, mentre dal decumano massimo, l’odierno Corso di Porta Romana, si entrava per accedere al Foro.

La Pusterla entrò nel XIV secolo fra i possessi dei Visconti e Bernabò la utilizzò come camminamento che metteva in collegamento il suo palazzo di S. Giovanni in Conca, la famosa Ca’ di Can, con il palazzo Ducale, l’odierno Palazzo Reale.

Dove si trovava la pusterla si era formata una sorta di piazzetta trapezoidale che – incrociando via Larga – si biforcava in due Contrade, quella del Pantano e Chiaravalle. La piazzetta chiamata Contrada del Bottonuto, in sostanza era un imbuto con una strozzatura al centro formata dai resti della pusterla che ancora negli anni Trenta; prima delle demolizioni la si poteva osservare nell’alta torre al centro di questa foto degli anni 1920-25. Mentre l’andamento delle mura lo si poteva percepire con i vicoli che partivano dallo slargo interno, delle Quaglie e del Cantoncello, rimasti a segnare antichi camminamenti.

Lo slargo, durante le pestilenze del Cinque e Seicento fu scelto per erigervi una delle famose e caratteristiche croci-altari che fungevano da altare per dire messa ed evitare eventuali contagi. Nel 1606 si elevò la crocetta del Bottonuto o di S. Glicerio, dedicata al vescovo milanese attivo tra il 436 e il 438. La crocetta venne solennemente benedetta l’11 giugno 1607 dal cardinale Federico Borromeo. L’obelisco di granito rosso di Baveno poggiava su quattro palle di ottone e aveva alla sommità una croce, che doveva ricordare la Passione di Cristo. Ad essa si rivolgevano gli occhi di quanti, consigliati dalla prudenza a non uscire per strada, potevano pregare stando alle finestre delle proprie abitazioni. Mutati i tempi e svanite le emergenze, nel XVIII secolo presso la crocetta si teneva il mercato del vino. Nel 1872 l’obelisco, privato della croce, venne trasferito all’ingresso dei Giardini Pubblici dalla parte di corso di Porta Venezia, perché al Bottonuto dava intralcio ai carri.

Dallo slargo partiva la via che introduceva in città, Contrada dei Tre Re, poi diventata dei Tre Alberghi. La contrada prendeva il nome da un tabernacolo dell’Adorazione dei Magi, in origine affrescato, poi riportato su tela nel 1723 da Jacopo Paravicini e conservato dentro un’ancona lignea.

Sin dal medioevo divenne un’arteria commerciale tra le principali di Milano. In seguito lungo la via sorsero locande e alberghi, tanto da far modificare in epoca Cisalpina il nome in Tre Alberghi, visto che i riferimenti religiosi o comunque monarchici non erano ben accetti e prendendo spunto dal fatto che sulla si affacciavano, in effetti, tre antichissimi alberghi (appunto, quello dei Tre Re, quello del Cappello Rosso e quello Reale). Da allora il nome definitivo divenne quello “laico”. Il più antico di questi, l’Albergo dei Tre Re, già conosciuto nel 1476 sorgeva dove si trovava il tabernacolo appena citato. Più avanti si trovava l’Albergo Reale, caratterizzato da un grazioso portale barocco e un bel cortile.

Al Bottonuto si trovava un’antica chiesa, in origine chiamata San Giovanni Isolano, forse perché costruita in un punto dove scorrevano alcune rogge o passava il Seveso, poi per volere di Papa Leone X, il nome cambiò in San Giovanni in Laterano. Chiesa già citata in un documento del 1052, nel 1388 (secondo il Latuada, tomo II p. 240) prese il nome in San Giovanni Itolano, forse per una storpiatura popolare. Nel 1634 la chiesa subì un radicale intervento che la volle ricostruita in forme barocche su disegni di Bernardo Bussero. La chiesa era ad un’unica navata e ospitava due cappelle per ciascun lato. Sulla facciata si trovava sopra il portale un bel bassorilievo cheraffigurava “la decollazione del Santo”, opera di Carlo Bono, scultore milanese. Al fianco si trovava un altro altare formato da una colonna devozionale, dedicata a san Castriziano (in cima si trovava un crocefisso benedetto da San Carlo Borromeo stesso). La chiesa fu demolita nel 1936 come parte dei lavori di riqualificazione del Bottonuto.

Alcuni arredi e dipinti, oltre all’altare in marmo, li si possono trovare nella nuova chiesa di San Giovanni in Laterano a Città Studi.

Sì, perché questo bel quartiere alla Milano che cresceva e diventava internazionale, un luogo fatto di vecchi cortili, di bettole, di vicoli, specie a due passi dal Duomo non andava bene.

Ecco cosa si diceva negli anni Venti:

“Bisogna turarsi il naso. E’ un ambiente di case malfamate. Vi si vende di tutto. E’ una fogna, una pozzanghera. In certi momenti il vicolo delle Quaglie e un pisciatoio. Sovente c’è una ressa di soldati che lascia intendere che vi siano nascoste moltitudini di vergini. Le finestre sono sporche, diffuse su muri più sporchi di loro (…) Il sudiciume traspira dalle muraglie. Tutto è abominevole. La gente che vi vive è fradicia come le vecchie abitazioni del luogo. La demolizione sarebbe un salvagente. E’ una zona pestilenziale. Tutti fanno pancia, direttamente o indirettamente sulla prostituzione”. (Paolo Valera, Milano sconosciuta rinnovata, 1922, pp. 113-117.)

Con queste scuse iniziarono le prime demolizioni e così col risanamento del Bottonuto risultò funzionale all’immissione sul mercato fondiario di un’area centrale altrimenti declassata e, nel contempo, rispose all’esigenza di concentrare in un’unica area le operazioni finanziarie e commerciali.

Di seguito alcune immagini estrapolate dal bel filmato realizzato da Andrea Rui e che racconta la storia di questo quartiere perso per sempre.

Qui altre immagini dei cortili che formavano il ventre del Bottonuto

La morte del Bottonuto si avviò nel 1928, quando  il Comune stipulò un accordo con  una società italo-americana per la costruzione di un edificio a dieci piani, di cui due sotterranei, per uffici, magazzini e negozi; per un albergo di 400 stanze e un cinema-teatro capace di 3.000 posti. Questi edifici si dovevano disporre ai lati di una stretta piazza rettangolare porticata.

Già il progetto di una grande arteria per lo scorrimento veloce delle nuove automobili che si andavano sempre più affermando sul mercato stava minacciando il centro della città. Tale strada da noi già  raccontata in un nostro articolo, nominata “Racchetta” venne inserita nel piano regolatore del 1926 e doveva collegare piazza San Babila (e Corso Venezia) con via Vincenzo Monti squarciando tutto il centro storico di Milano. Via che distrusse per sempre altri luoghi storici di Milano, come il Pasquirolo, il Verziere e Via Larga, oltre alla millenaria chiesa di San Giovanni in Conca e che si arrestò, per  fortuna in piazza Missori.

Così nel 1930 si avviarono le prime demolizioni, compresa l’antica chiesa di San Giovanni in Laterano.

A demolizioni quasi completate, davanti ad uno scempio incredibile a due passi dal Duomo, la società decise (non è risaputo il motivo) di ritirarsi dall’affare, lasciando solo una enorme spianata incompiuta. Nel 1933 venne chiamato Piero Portaluppi che progettò i palazzi del lato destro per l’INA.

Ed ecco che come era prevedibile cominciarono le prime proteste contro l’amministrazione comunale sia per l’esorbitante costo dell’operazione di esproprio, sia per la distruzione del centro storico.

L’ingegnere capo del Comune, Baselli, scriveva nel 1936: “Mentre all’inizio si pensava di accollare alle ditte costruttrici una notevole parte delle spese per la sede della piazza e delle strade, praticamente ne risultò un onere che già supera i 25 milioni per un’area di 8.200 mq”. L’arch. De Finetti valutò l’onere complessivo per piazza Diaz in 125 milioni di Lire nel 1937. A favore il Corriere della Sera, che in un articolo del 25 settembre 1936 esprimeva il suo entusiasmo per l’operazione: “Il Comune, opportunamente stimolando e coordinando le sue iniziative, è riuscito a far sparire quell’orribile cumulo di catapecchie che era compreso tra le vie Cappellari e Paolo da Cannobio. Necessità igieniche e sociali esigevano tale opera di risanamento”.

Così nel 1937 si modificò ulteriormente il progetto trasformando la sorta di cortilone (30 x 116 m) in una piazza più ampia (60 x 100 m) e nel gennaio 1940 il Comune perfezionò le delibere per l’acquisto delle aree necessarie al completamento meridionale di Piazza Diaz, questa volta facilitato dal clima bellico e dai successivi bombardamenti. Nel frattempo anche la “Racchetta” si arenava definitivamente davanti all’abside di S. Giovanni in Conca in via Albricci (chiesa che verrà del tutto demolita nel primo dopoguerra, quando ripresero i lavori per sistemare almeno via Albricci).

Marcello Piacentini inizialmente progettò il lato meridionale della piazza, ma il progetto non venne mai realizzato a causa dell’imminente scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Rimaneva ancora da risolvere, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il lato meridionale della piazza che doveva rimanere incorniciato da una prospettiva che partiva dal centro della Galleria Vittorio Emanuele. Era difficile ora costruire qualcosa che si intonasse con gli edifici in stile Anni Trenta e con la vicina Piazza del Duomo. Si ricorse allora a uno stratagemma: si simulò l’attuale Torre Martini con un fac-simile in tubolari per saggiarne l’impatto ambientale.

La prova venne superata, così l’architetto Luigi Mattioni poté progettare la Torre Martini nel 1956. Completata nel 1958, la torre poneva fine al progetto dirompente di Piazza Diaz. Per molti anni al centro venne lasciato un brutto parcheggio a raso, e uno sotterraneo. Negli anni Ottanta (?) la piazza trovò la sistemazione attuale, con il monumento ai Carabinieri di Luciano Minguzzi e un giardino al posto del parcheggio di superficie.

Oggi Piazza Diaz e le vie limitrofe soffrono un po’ la patina del lato meridionale di Milano, ovvero l’area che ancora non riesce ad avere una propria attrattiva e che pare incompiuta, così via Mazzini, Via Larga, Corso di Porta Romana, più che essere vie di passeggio e di shopping sembrano solo vie di servizio e da percorrere solo per spostarsi. Qualche locale sotto i portici ultimamente ha un po’ ravvivato la piazza, che rimane “isolata” da piazza Duomo, quasi come se quest’ultima si fosse offesa per l’onta subita di aver perso il “cuore storico” di Milano.

Qui la galleria del Bottonuto su Milàn l’era inscì

Fonti varie: Milano nei Secoli, Storia di Milano

Per l'utilizzo delle immagini scrivere a info@dodecaedrourbano.com

10 commenti su “Milano | Centro Storico – Bottonuto: il cuore perduto di Milano”

  1. Complimenti per l’articolo di carattere storico, completissimo e interessante
    forse il migliore sulla ” vecchia piccola prugna ! ”
    Un saluto
    Giuseppe Chiodi

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  2. C’è poco da dire. L’abbattimento del Bottonuto fu un vero e proprio atto criminale, architettato e fomentato da una campagna montata dagli speculatori del caso. Altro atto criminale è la Racchetta, che grazie a Dio fu bloccata appena prima di distruggere Sant’Alessandro: ma che senso aveva tirare giù mezza Milano per costruire un’arteria di scorrimento che in qualche decina d’anni sarebbe stata obsoleta? Solo a Milano si potevano concepire progetti così demenziali…

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  3. la zona oggi è impersonale e senz’anima, il Bottonuto riqualificato sarebbe stato una meraviglia, un po’ come il quartiere di Brera

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  4. sant’alessandro sarebbe stato solo lambito dalla racchetta, che in quell’area doveva piegare verso nord-ovest (nella direzione dell’odierno garage sanremo); a cadere sarebbe stato il retrostante collegio.

    ribadisco comunque che tutti i problemi di questo progetto non derivarono tanto dall’idea in se’, che poteva essere anche buona e comunque non differiva da quanto si era già fatto e si è continuato a fare in varie città del mondo (gli sventramenti non furono certo inventati per il bottonuto e, tanto per non andare a scomodare parigi, la galleria vittorio emanuele e la stessa piazza del duomo vennero fuori da uno sventramento del quale questo era considerato la naturale prosecuzione), quanto dall’indecisione e dal “limbo” in cui molte aree furono lasciate, finendo per marginalizzarsi.

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    • Ma infatti anche sulla sistemazione di piazza Duomo c’è molto da dire: la piazza è bellina, ma solo per la presenza della Galleria, oltre che del Duomo, tuttavia l’effetto scenografico di vedere la mole del Duomo arrivando da piccole vie e dalla piazza del Duomo allora più ridotta era tutt’altra cosa (stesso discorso per San Pietro in Vaticano). Su piazza dei Mercanti è stato fatto un intervento demenziale, solo un caprone poteva aprire una piazza che era stata concepita come elemento chiuso e non di passaggio. Dal rifacimento di piazza Duomo è probabilmente iniziata la catena di stravolgimento della città: si è impostato il nuovo reticolo perpendicolare al duomo quando la città non è mai stata orientata in quel senso, con tutte le conseguenze del caso. Mi spiace, la Galleria poteva sorgere altrove, ma nessuno ci ridarà più il coperto dei Figini o la piazzetta delle Galline

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      • E che dire di quel gioiello di Santa Maria alla Scala, abbattuto per costruirci quella pacchianata neoclassica di teatro? 🙂
        Al posto del Bottonuto abbiamo adesso Via Larga, Via Albricci e Piazza Diaz. Se veramente delle Vie e Piazze così larghe sono ormai obsolete, chiudiamole e trasformiamole in assi verdi. (Parchi in città). Avremo perso qualcosa del XVIII Secolo ma guadagnato qualcosa da XXI

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      • L’estetica è tutta una faccenda personale. Personalmente preferisco senza dubbio il disegno della piazza del Duomo attuale (l’unica a Milano degna di questo nome) le sue architetture e i suoi portici, di quella precedente (Coperto dei Figini compreso). I collegamenti Duomo Cordusio Castello e Duomo piazza Scala attraverso la Galleria sono quanto di più riuscito sia stato fatto a Milano. Gli sventramenti degli anni Venti e Trenta hanno sacrificato molto ma ci hanno regalato delle architetture magnifiche.

        Abbiamo perso il Coperto dei Figini? E’ un gran peccato concordo ma forse per digerire scelte che reputiamo sbagliate occorre – se possibile – conoscere quali erano i valori estetici e culrali dell’epoca in cui tali scelte sono state compiute. Tra due-trecento anni qualcuno definirà scellerato il progetto di demolizione dei padiglioni della Fiera in stile “meneghin-imprenditoriale” per costruire Tre anonime torri in stile yankee; eppure oggi siamo qui che ci strappiamo la pelle di dosso ad ogni pannello di vetro che poggiano sulla facciata della erigenda Torre Hadid.

        Quanto al Bottonuto..beh senz’altro è un progetto che ha cambiato radicalmente il volto di quella parte della città, ancora oggi forse rimasto incompiuto, ma trovo ben più scellerato la speculazione fatta al Lazzaretto che ha privato Milano di un area aperta davvero unica nel suo genere. Se si vuole respirare un po’ di “area di Bottonuto” si può andare a Brera (l’avete scritto più volte) o in altri scorci di tessuto medioevale salvati dalla speculazione e dai bombardamenti (Quadrilatero della Moda), mentre il Lazzaretto a Milano non si trova da nessuna altra parte.
        Non voglio addentrarmi nel tema dei Navigli che è il vero crimine compiuto sulla nostra Città.

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        • Mi spiace ma non posso essere d’accordo: il collegamento piazza Duomo – Castello è stata una delle più grandi catastrofi di Milano: che senso ha sventrare letteralmente mezzo centro centro per unire una linea retta tracciata da due punti non tenendo alcun conto della città intorno. D’accordo, i palazzi di via Dante sono degli ottimi esempi di eclettismo milanese, ma perchè semplicemente non allargare e rettificare il precedente tracciato viario senza sfasciare mezza città e col vantaggio di poter tenere elementi di valore artistico tutt’altro che trascurabile come Santa Maria Segreta. Sulla piazza dei Mercanti mi sono già espresso: era un luogo deputato ad essere il vero cuore della città, chiuso alle altre vie da un portale per ciascun sestiere della città, e un intervento senza senso lo ha trasformato in un banale punto di passaggio. Infine riguardo piazza Duomo, beh, il palazzo dei portici della Galleria è bello d’accordo, ma il palazzo di fronte è identico, e il palazzo Carminati è un anonimo palazzone eclettico ancora meno degno di stare davanti al Duomo di quanto lo fossero il Rebecchino e il coperto dei Figini. Poi non vorrei essere frainteso, non sono un vecchio crumiro contrario ad ogni forma di progresso: ma gli interventi devono essere fatti col cervello e tenendo conto delle circostanze e delle condizioni al contorno: ma che senso ha sventrare mezzo centro per creare nuove vie che non hanno nulla a che vedere con l’ambiente circostante, e che infatti senza la loro conclusione sono risultati essere interventi nel migliore dei casi inutili. Tanto vale disegnare una città nuova da zero, col vantaggio di non dover spendere soldi per espropri e demolizioni…

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  5. no. questo ragionamento è solo una celata esaltazione del “pittoresco”. la città è per definizione un organismo vivente che muta in continuazione ricostruendosi su se stessa. quando cessa di farlo, quando un’epoca va a lasciare il proprio segno da un’altra parte, la città muore e diventa, appunto, una pittoresca rovina. il “contesto”, termine già di per se’ vago e, purtroppo, ampiamente abusato in urbanistica, si crea e si distrugge in continuazione, e il rimpianto per quello che è stato non può fungere da guida, perchè si basa su una visione che può aversi solo a posteriori. il duomo, quando si cominciò a costruirlo, non c’entrava nulla con il “contesto”. Intenzionalmente. esso doveva creare attorno a se il nuovo contesto che i visconti volevano per la loro capitale. lo stesso dicasi dell’italia postunitaria, che ci diede la galleria, una parte della piazza (è incompiuta anch’essa, non doveva essere il palazzo carminati a chiuderla ma un edificio porticato dove oggi ci sono le aiuole e il parcheggio dei taxi) e avrebbe voluto darci l’ottima facciata del brentano per il duomo, e dell’italia fascista, al tempo stesso classicista e razionalista, che entrava nel tessuto delle città tentando di coniugare modernità, monumentalità e tradizione urbana, ciascuno con esiti magari discutibili ma certo tutti con intenti lodevoli. il problema dell’incompiuto è che va in qualche modo gestito. Non abbiamo avuto la facciata gotica, ma si è creato un compromesso con le nuove falconature dell’inizio del XX secolo. non abbiamo avuto il palazzo porticato a chiudere la piazza, ma abbiamo avuto le aiuole che ne riprendono almeno parte della funzione, non abbiamo avuto la racchetta e… e non abbiamo avuto la racchetta. solo oggi si gestiscono queste ultime incompiute, ed è questo che ce le fa percepire come peggiori.

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  6. Il problema è che tutti questi sventramenti hanno posto l’uomo ideale dell’Umanesimo e del rinascimento Leonardo docet lontanissimo dal centro di tutte le cose.

    Da piazza Duomo l’ideale rinascimentale umanista è lontanissimo.
    La meraviglia nel trovarsi dinnanzi a se la mole immensa e bianchissima della chiesa metteva l’uomo improvvisamente sbucando da viuzze fitte al cospetto dell’immenso, e quindi in interrogativo con sé stesso e il divino.

    Quindi lo stupro più che nei confronti dell’urbanistica è avvenuto nei confronti dello spirito e del senso di centralità dell’individuo.

    Scordatevi la figura dell’uomo vitruviano metro e misura di tutte le cose.
    Spirito e anima genuina di una certa Milano storica ormai asfaltata.

    Da quel momento l’uomo è diventato senza valore nei rapporto con la città è le proporzioni, i colori nulli senza contrasto, le facciate le dimensioni e le vie di non fuga o vie di fuga castrato di piazza Duomo attuale sono li a testimoniarlo e ribadirlo.

    In piazza Duomo attuale non c’è spazio per l’uomo vitruviano ma solo per il parcheggio taxi al massimo.
    Spirito dei tempi in cui è avvenuto questo sventramenti e rovesciamento simbolico e purtroppo soprattutt culturale.

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